Con il romanzo "La lettera di Gertrud", Björn Larsson compie un atto di coraggio, affrontando i temi dell’identità umana e della libertà di autodeterminazione, con una riflessione laica e profonda che mette al primo posto l’essere umano, ripudia ogni forma di integralismo e consacra la vita nella sua inviolabilità

“Io rivendico il mio diritto di decidere da me chi voglio essere”.

Quando l’anziana mamma, Maria, viene a mancare, Martin Brenner è convocato nello studio di un avvocato dove riceve una lettera. Sono parole semplici quelle che legge, ma il contenuto ha la potenza di un’esplosione: Maria in realtà si chiamava Gertrud, era un’ebrea triestina sopravvissuta al campo di  Auschwitz e al periodo più cupo della storia umana. 

Gertrud ha assunto un’altra identità, complici il suo avvocato e il rabbino che le è sempre stato vicino: voleva evitare al figlio la verità, le storie di violenze e di umiliazioni, temeva anche che la storia potesse ripetersi, e i soprusi ripresentarsi. 

La lettera di Gertrud di Björn Larsson (Iperborea, traduzione di Katia De Marco) nasce su un gesto che è un dono di generosità, quella di negare se stessi per amore dei figli, e per Gertrud ha anche un senso di estremo lascito: la libertà di decidere pienamente di se stessa.

La lettera di Gertrud Bjorn Larsson

Martin, che non ha mai conosciuto il padre, riesce a decifrare l’animo di sua madre, la sua solitudine, la distanza che sempre percepiva nel suo sguardo, quella freddezza affranta che talvolta coglieva e che non capiva. È sconcertato Martin, cresciuto accanto a una donna capace di mantenere un tale segreto. È ancora più sconcertato nel rendersi conto di dover fare i conti con il suo essere ebreo inaspettatamente. Martin si sente ingannato e tradito, ma anche tentato da un’esplorazione della propria identità.

È una considerazione dura, non priva di paure e di pudori, quella che Martin si trova ad affrontare, nella consapevolezza che “non si può essere ebrei senza pagare un prezzo“. 

Il protagonista inizia un percorso intimo difficile, che lo porta a nascondere la notizia alla moglie e alla figlia, nell’illusione di poter vivere come prima: un cavallo per la giovane Sara, l’organizzazione della vita con Cristina, una moglie impegnata ed esigente. Sceglie la negazione, per lui che non è ebreo, non si sente ebreo e non vuole diventarlo. 

Ma si può decidere della propria appartenenza? Questo si chiede Martin che, genetista per lavoro, affronta la questione con puntiglio scientifico, immergendosi in letture e in studi. Il DNA, però, non rivela nulla dell’individuo come persona – “Dal punto di vista genetico, il sangue non è tanto diverso dall’acqua” e Martin si rende conto che la generalizzazione è una menzogna, e la definizione degli uomini sulla base della genetica e della discendenza è anch’essa una forma di razzismo.

“Tutti gli essere umani sono geneticamente imparentati tra loro; se così non fosse non sarebbero umani”.

Martin si trova a combattere una battaglia personale senza alleati, quando rivendica la propria libertà di scegliere chi essere, la sua non appartenenza, il suo credo nei valori dell’individuo, e nel suo comportamento.

“Su questo sono d’accordo con Hannah Arendt: non si può amare – o odiare – un popolo, ma solo degli individui”.

Ma il mondo va diversamente, e Martin Brenner diventa un simbolo da combattere, da emarginare, da violare nel suo essere alternativamente ebreo e antisemita, a seconda di come fa comodo, a seconda di chi lo odia. Martin prova su di sé l’oltraggio riservato all’estraneo, allo straniero, alla minoranza, oltraggio ancora possibile in una società che ha paura e si protegge richiudendosi in se stessa, nei suoi piccoli gruppi chiari e definiti. Chi è fuori da questa etichettatura sociale è un nemico.

Con La lettera di Gertrud, Björn Larsson compie un atto di coraggio, affrontando i temi dell’identità umana e della libertà di autodeterminazione con una riflessione laica e profonda che mette al primo posto l’essere umano, ripudia ogni forma di integralismo e consacra la vita nella sua inviolabilità.

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