Un episodio violento di vita domestica di una famiglia francese non abbiente degli anni Cinquanta è il motore della narrazione del memoir di Annie Ernaux “La vergogna”. Un libro in cui, con la lucidissima capacità introspettiva, l’autrice francese ricorda il momento della fine dell’innocenza dell’infanzia, spingendo la sua analisi anche al contesto storico-culturale che l’ha prodotta… - L’approfondimento

“Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio”.

Con queste poche parole Annie Ernaux introduce i suoi lettori nella dimensione al contempo intima e condivisa della vergogna, protagonista indiscussa del memoir omonimo pubblicato in Francia nel 1997 e restituito qualche settimana fa al pubblico italiano da L’orma editore, con la traduzione di Lorenzo Flabbi.

la vergogna

Mio padre ha voluto uccidere mia madre quando non avevo ancora dodici anni“.

Lo dice ai suoi uomini, lo ripete ai suoi lettori, per ottenere lo stesso effetto: come di qualcosa di “irricevibile”.
Un episodio violento e comune di vita domestica di una famiglia francese non abbiente degli anni Cinquanta è dunque il motore non solo di una lunga disgressione personale e storica su una società che ha plasmato l’evoluzione verso l’età adulta dell’autrice, ma anche della scrittura in quanto tale: una narrazione che, donando le parole a un’immagine che ne è per sua natura priva, finisce per rendere normale qualunque gesto, “persino il più drammatico”.

Averla messa giù a parole non ha cambiato la sua assenza di significato“.

La brutalità della lite tra i genitori rappresenta un punto di non ritorno non tanto – come forse ci si aspetterebbe – nella percezione dei rapporti umani, quando piuttosto nella coscienza delle loro dinamiche sociali e delle gerarchie da esse imposte: dalla scuola privata, agli anni della formazione cattolica, al lungo viaggio familiare con tappa a Lourdes, le pagine de La vergogna slittano da un “Mi ricordo” a un altro, con una tecnica narrativa familiare ai lettori di Ernaux. 

La memoria passa attraverso le immagini, gli oggetti e la loro “ripartizione sociale”, ma soprattutto le parole e le espressioni (“prendere sciagura“, intesa come perdita di senno in seguito a uno spavento, è la prima che incontriamo e che ritorna in più di una situazione evocata). In tutte queste accezioni, tuttavia, non smentisce la sua natura paradossale: le persone non smettono mai di ricordare, nonostante l’imperativo contemporaneo del progresso, “forza ineluttabile alla quale non ci si può e non ci si deve opporre”; allo stesso tempo, parole d’uso comune legate a cose e persone di un’epoca determinata non si possono “riattivare”. Ne consegue un’irriducibile consapevolezza: “Non esiste un’autentica memoria di sé“.

Parlare di memoria, soprattutto nel contesto letterario occidentale e francese in primis, significa inevitabilmente fare i conti con chi più di ogni altro ne ha fatto il perno della sua cattedrale letteraria. Ernaux lo sa bene e non rifugge dalle sue responsabilità intellettuali:

Proust scrive pressappoco questo, che la nostra memoria è al di fuori di noi, in un soffio piovoso del tempo, nell’odore della prima esplosione dell’autunno eccetera. Aspetti della natura che rassicurano, nel loro ripetersi, sulla continuità nel tempo dell’individuo, sulla sua permanenza. A me – e forse a chiunque della mia epoca –, che ho ricordi legati a un tormentone estivo, a una cintura alla moda, a cose e oggetti destinati a scomparire, la memoria non fornisce alcune prova della mia permanenza o della mia identità. Mi fa sentire e mi conferma la mia frammentazione e la mia storicità“.

Ecco perché, se nulla può cambiare il vissuto, ciò che rimane è solo la vergogna, “la verità ultima”.

Era normale provare vergogna, come se si trattasse di una conseguenza insita nel mestiere dei miei genitori, nelle loro difficoltà economiche, nel loro passato da operai, nel nostro modo di essere. Nella scena di quella domenica di giugno“. 

Con la lucidissima capacità introspettiva che rappresenta il fil rouge di tutte le sue opere, Ernaux racconta il delicato momento di una presa di coscienza che segna la fine dell’innocenza dell’infanzia, spingendo però la sua analisi al contesto storico-culturale che l’ha prodotta. Rivendicando, ancora una volta, la dignità letteraria di quello spazio in cui collettivo e privato cessano di esistere come entità separate. 

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