Intervista a Joseph O’Connor autore di La fine della strada ISBN:8882462838

1. Nel suo ultimo romanzo, La fine della strada, è riuscito a utilizzare diversi stili e una grande varietà di registri, dal comico al drammatico, passando attraverso il sentimentale e dotando la storia di molte “anime”. E’ sata una scelta deliberata?

La scelta di utilizzare una gamma di diversi registri stilistici e di voci è stata deliberata, sì. La fine della strada è in un certo senso una storia triste e, per l’argomento trattato, obbligata a essere percorsa dai colori della tristezza, ma per me il modo per raccontare la più triste delle storie è quello di variare il più possibile le tonalità. Pensando al romanzo come a un brano musicale (che è il modo in cui lo considero io) è importante sviluppare i temi in chiave maggiore e minore. Altrimenti il pezzo finale risulterebbe troppo monotono, e quindi “dimenticabile”. Inoltre, e questa è una ragione secondaria della mia scelta, penso che parte del mistero dell’essere umano risieda nel fatto che la gente ha una capacità straordinaria di ridere delle sventure. Forse noi irlandesi siamo particolarmente abili in questo. Molte delle ballate tradizionali irlandesi, per esempio, hanno un atteggiamento beffardo o sarcastico nei confronti della morte. Credo che sia un atteggiamento salutare. Così quando mi sono messo a scrivere questo romanzo ho deciso di inserirvi tutte le voci, dal grottesco al comico, come avevo già fatto con le voci più descrittive e oggettive nel Rappresentante. Ho detto in precedenza che considero Il rappresentante e La fine della strada, in un certo senso, due movimenti dello stesso pezzo musicale. Credo che ognuno di questi due romanzi serva a capire l’altro, e che affrontino le stesse idee di fondo, ma in chiave diversa.

2. La protagonista femminile della Fine della strada è dipinta con grande attenzione, quasi come se l’autore del romanzo fosse una donna. Crede che la scrittura sia un modo per spiare le vite degli altri attraverso il buco di una serratura?

Non credo che “spiare” sia l’espressione giusta, anche se sono convinto che sia dovere di un bravo scrittore trasmettere informazioni da una vita all’altra. È questo il potere della narrazione: comunicare agli altri la sacra capacità che abbiamo di estraniarci per un momento dal nostro io, di vivere momenti meravigliosi di empatia e comunione con gli altri. Le capacità dello scrittore servono tutte a realizzare il desiderio che momenti di questo genere esistano.

3. Lei è un eccellente autore di racconti e un noto scrittore di romanzi. Che differenza c’è nel narrare in diverse misure? O il racconto si può considerare una specie di perfetto concentrato di romanzo?

Non credo che i due generi abbiano molto in comune. Per me il racconto ha molti più aspetti in comune con la poesia. Il racconto è spesso basato sul silenzio: anche ciò che viene taciuto è importante, talvolta persino più di ciò che viene detto. Il racconto è tutto narrato da un punto di vista obliquo, il romanzo da un punto di vista diretto. Per usare ancora un’analogia musicale, un racconto è una canzone, mentre il romanzo è un’opera intera. Le due cose sono completamente diverse, ma ognuna ha il suo fascino.

4. Nella Fine della strada la natura è descritta vividamente in tutti i suoi fenomeni, la pioggia, la neve, l’umidità, dando al lettore la possibilità di un’identificazione con il paesaggio… Quanto è importante nella sua scrittura la descrizione naturalistica?

Quando cerco di descrivere il paesaggio, sia quello della campagna irlandese o quello urbano di New York o Dublino, cerco sempre di tenere a mente le parole di Ezra Pound: “L’accuratezza fondamentale della descrizione è l’unica moralità della scrittura”. Se in un romanzo anche un solo dettaglio geografico è sbagliato, come lettore mi disturba. Interrompe il processo di sospensione dell’incredulità e di conseguenza impedisce alla storia di funzionare. Da parte mia mi dedico molto alla descrizione dell’ambiente geografico in cui una storia si sviluppa. Non farlo sarebbe un fallimento.

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