Intervista a Luigi Spagnol editore di Claire DeLannoy: Lettera a un giovane scrittore ISBN:8879288636

In Lettere a un giovane scrittore, Claire DeLannoy, editor e scrittrice francese, ha composto un prezioso compendio di consigli per aspiranti scrittori. Ma il suo libro, asciutto e diretto, è in realtà qualcosa di più: un ritratto acuto e ricco di intuizioni del mestiere editoriale, un manifesto sui generis del come e perché fare libri, scriverli e pubblicarli. Abbiamo chiesto a Luigi Spagnol, che ha scelto di pubblicare il volume in Italia con Ponte alle Grazie, di parlarci del suo lavoro a partire da alcune suggestioni contenute proprio in Lettere a un giovane scrittore.

D. “Essere responsabile di un autore significa essere responsabili di un’anima” scrive la DeLannoy. In quanto editore in che misura sente questa responsabilità?

R. Nella maggior parte dei casi, l’autore ha investito moltissimo nel libro che ha scritto, e non soltanto perché ha dedicato molto tempo a scriverlo, spesso ritagliato con fatica da qualsiasi altra attività debba fare per vivere, o rubato al sonno. Nella scrittura, specialmente di un romanzo, gli autori rivelano spesso parti di sé che non avevano mai osato rendere pubbliche, magari nemmeno alla stretta famiglia; sotto le spoglie dei loro personaggi si liberano delle loro timidezze e inibizioni e si consegnano al pubblico senza pudore. Purtroppo il mercato non reagisce ai libri in proporzione alla fatica che sono costati agli autori; ci sono una serie di fattori che determinano la fortuna di un libro che hanno pochissima o nessuna relazione con il suo contenuto. Alcuni di questi fattori non sono controllabili nemmeno dagli editori: la disponibilità dei media a occuparsene, per esempio. Altri, come la copertina, il prezzo di vendita, il momento del lancio, l’investimento promozionale, che possono tutti essere determinanti, sono invece scelte dell’editore. E su questi la responsabilità nei confronti dello sforzo dell’autore è in effetti piuttosto pesante e ritengo che un editore la debba sentire in tutta la sua portata. Al posto di un autore, non mi fiderei di un editore che non dimostra di sentirla.

D. Il mestiere editoriale è delicato e onnipotente allo stesso tempo. L’editor, e forse anche l’editore, è visto ora come angelo, ora come diavolo, ma in realtà, suggerisce l’autrice, assomiglia a un “giardiniere fantasma” di un giardino che neppure gli appartiene. Che cosa ne pensa di questa metafora?

R. È in effetti una delle metafore che più mi hanno colpito nel libro. Come il giardiniere anche l’editor pota, estirpa le erbacce, ripulisce le foglie secche, innaffia, concima. Forse è più difficile che semini, ma a volte fa anche quello. E quando poi si passeggia per un giardino ben curato, sono solo gli addetti ai lavori che chiedono al proprietario: “Chi è il tuo giardiniere?”

D. Il lettore odierno, osserva la DeLannoy, è più fragile, più inerme e più impaziente. In che misura il rapporto fra editore e autore deve tener conto di un nuovo genere di lettore?

R. L’editore è innanzitutto il tramite tra un autore e il pubblico. Può avere qualche altra funzione, ma se manca in questa, a mio avviso manca in quella principale. Parte di questa funzione è tenere informato l’autore sulle eventuali evoluzioni del mercato. Questo non significa che debba forzare l’autore a praticare scelte cosiddette “commerciali”, anche perché nessuno può sapere con certezza se una scelta letteraria si rivelerà commerciale alla prova dei fatti. Però l’editore deve mettere al servizio dell’autore la propria esperienza del mercato e quindi anche di questo nuovo genere di lettore di cui parla la DeLannoy. Per esempio, lo scrittore ha solitamente alle spalle una scelta di letture idiosincratiche e non necessariamente al passo con i tempi. L’editore deve a mio avviso fungere da consulente che lo tenga, ove necessario, al corrente del mercato attuale, in modo che le scelte dell’autore, anche quelle “in controtendenza”, siano davvero scelte e non ingenuità.

D. Ci sono autori che vengono identificati con il loro argomento, nota l’autrice. Si può in egual modo parlare di una autorialità editoriale, che faccia corrispondere l’editore col suo catalogo?

R. Certamente ci sono editori identificabili con alcuni argomenti, o con alcune aree geografiche, o addirittura con un certo modo di fare letteratura. Confesso però che non è questo il tipo di editoria che personalmente mi affascina. Forse perché in generale trovo più interessanti gli scrittori degli editori, penso che le ossessioni degli scrittori siano più interessanti di quelle degli editori.

D. Scrive la DeLannoy: “Tutto ciò che prende a pretesto il tempo non si fonda su una vera posta in gioco”. Eppure la quantità di libri e di dattiloscritti, a fronte di risorse limitate, fanno del tempo un fattore decisivo. In che modo questo elemento influisce sulle scelte editoriali?

R. Ogni nuovo libro contiene in sé una presunzione enorme, che è quella di ritenere di avere qualcosa di sufficientemente interessante da dire per valere il tempo del lettore. E addirittura, in un certo senso, per valere il tempo che un lettore avrebbe potuto invece dedicare, per esempio, alla lettura di uno degli infiniti capolavori già scritti. Ma senza quella presunzione, non avremmo avuto più capolavori da chissà quanti secoli a questa parte; saremmo in un mondo senza Dickens, senza Stevenson, senza Balzac, senza Bulgakov, senza Proust… potrei andare avanti per pagine e pagine. Ma prenderebbe troppo tempo.

D. Il libro della DeLannoy ha un impianto asistematico, fatto di notazioni e intuizioni, regole che prendono subito il corso di divagazioni. In che misura, secondo lei si possono insegnare da un lato la scrittura e dall’altro il lavoro editoriale?

R. Credo che la scrittura si possa imparare come tutte le altre arti, cioè in una maniera poco sistematica, per l’appunto. Il metodo classico di apprendimento dell’arte, cioè quello a bottega, si basava sulla ripetizione delle abilità del proprio maestro finché l’allievo non assumeva una sufficiente personalità per staccarsene. Lo stesso vale per la composizione musicale. Credo che la stessa cosa si possa applicare, e viene di fatto applicata nelle scuole di scrittura, alla letteratura. Di più non credo che si possa fare: le regole, che qualcuno ogni tanto crede di trovare, altro non sono che trucchi personali che consentono di arrivare a qualcosa che “funziona”, che sta in piedi e che si lascia leggere. Tutto il resto, ciò che distingue un buon libro da un capolavoro, non si insegna. E addirittura, non è nemmeno detto che i trucchi che funzionano per il maestro necessariamente funzionino per tutti i suoi allievi. Il lavoro editoriale è più facile da insegnare: per lo meno sono facili i principi che fanno non dico un buon editore, ma almeno un editore serio. Quello che non so, perché non ho mai provato, è se li si possano insegnare al di fuori di una casa editrice.

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