"Lealtà" è il nuovo libro di Letizia Pezzali, finalista al premio Calvino 2012 con "L'età lirica". È un romanzo su temi quanto mai contemporanei: il potere, il desiderio, il bisogno insito nelle relazioni umane di trovare un nuovo linguaggio. E lo sa bene Giulia, la protagonista... - Su ilLibraio.it un estratto

Lealtà è il nuovo libro di Letizia Pezzali, pavese classe ’79, finalista al premio Calvino 2012 con il suo primo romanzo L’età lirica (Baldini & Castoldi). È un romanzo su temi quanto mai contemporanei: il potere, il desiderio, il bisogno insito nelle relazioni umane di trovare un nuovo linguaggio. E lo sa bene Giulia, la protagonista.

Letizia pezzali lealtà

La trentaduenne Giulia lavora a Londra in una banca d’affari, in un contesto fatto di molto denaro e poco tempo libero: i rapporti umani, eccezion fatta per il sesso, mirano al mantenimento della reputazione. Prima del suo arrivo ai grattacieli di Canary Wharf, un altro personaggio viveva la sua stessa vita, in quello stesso mondo: Michele, un uomo sposato che, ai tempi dell’università, era l’ossessione di Giulia. Michele si è licenziato, nessuno ne conosce il motivo, anche se in qualche modo Seamus, il capo di Giulia, potrebbe c’entrare. E quando Seamus lo nomina davanti a Giulia, qualcosa si spezza. L’ossessione che pareva dimenticata esplode in una compulsione fortissima, e la ragazza non può fare altro che (ri)cadere nel tunnel della sua dimensione emotiva, del dolore e dell’amore, interrogandosi sulla fragilità che ci riguarda tutti in quanto esseri umani.

“Gli esseri umani amano pensare che le loro decisioni, corrette o no, riflettano una coerenza interna. Una personalità, una persona. Un significato. Non c’è nulla che l’essere umano detesti di più dell’assenza di significato. Eppure succede spesso di essere vuoti, e la fatica di tenere duro si accumula, la tensione ogni tanto lascia spazio al pianto e al gelo. In questo caso innamorarsi può essere utile”.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it ne pubblichiamo un estratto:

La selezione cominciò con lo screening del curriculum: voti agli esami, presunta conoscenza dell’inglese ed eventuali esperienze. Poi venne il test di matematica, seguito da un numero elevato di colloqui. Infine arrivò il momento del «Super Saturday», un nome entusiasta che identifica una specie di partita finale e che si svolge, appunto, di sabato. I candidati italiani che avevano superato le fasi precedenti furono mescolati a quelli degli altri Paesi per una giornata di nuovi colloqui ma anche di lavori di gruppo o, a essere più precisi, di sfide. Dovevano risolvere un caso insieme, come fossero parte di una squadra. Nel frattempo erano osservati da un gruppo di selezionatori che ascoltava e prendeva appunti in silenzio. Una specie di talent show.

L’indomani i prescelti avrebbero ricevuto un’offerta, di solito molto difficile da rifiutare: lavorare a Londra per un’istituzione famosa, sentirsi all’inizio di un percorso necessario. Magari qualcuno dei prescelti avrebbe ricevuto un’offerta anche da un’altra banca, e in tal caso le dinamiche si sarebbero complicate. Sarebbe stato necessario mettere in atto un’opera di convincimento fatta di telefonate e corteggiamenti: noi siamo la banca migliore, tu sei la persona migliore, sei speciale, solo da noi sarà riconosciuta appieno la tua unicità, noi ti vogliamo bene. Erano frasi preconfezionate, usate ogni volta che ce n’era bisogno. Il linguaggio era collaudato. Quel giorno tra i selezionatori c’ero anch’io.

La stanza dove si svolse la discussione del mio gruppo di candidati si trovava al penultimo piano. Era grande, con due tavoli rotondi: uno per i ragazzi, l’altro per noi. Al di là della parete vetrata, le nuvole grigie e la città, vivace sotto la pioggia sottile, facevano da sfondo. Nei primi minuti cercai di ascoltare i ragazzi che discutevano sulla valutazione di una società che produce e vende eliche.

Avevano fra i ventidue e i venticinque anni, tre maschi e due femmine; ciascuno, con inevitabile impaccio, esponeva il proprio punto di vista. Di colpo si misero a litigare, in modo composto ma feroce, cercando al tempo stesso di apparire pieni di raziocinio; uno spagnolo magro, con la voce un po’ stridula, si distingueva per l’aggressività e la capacità di pronunciare moltissime parole senza neanche prendere fiato. Presto smisi di prestare attenzione ai loro discorsi e passai a osservarli.

Sebbene venissero da Paesi diversi, mostravano una certa uniformità. Erano vestiti tutti più o meno allo stesso modo. I ragazzi indossavano un abito formale, una camicia chiara, una cravatta, le scarpe nere; l’unico colore corretto per le scarpe, in finanza. Si poteva discutere sui gusti nella scelta della cravatta, ma a parte questo non c’era nulla da eccepire: conoscevano il codice, si erano informati. E così le ragazze. Portavano il tailleur, una con la gonna l’altra con i pantaloni, entrambe avevano la camicia bianca. Una aveva al collo un foulard di seta rosa e verde, l’altra un ciondolo a forma di cuore, forse un po’ adolescenziale, ma niente di grave. Entrando avevo notato che tutte e due avevano messo i tacchi alti, e questo non era né giusto né sbagliato, era bello. Le loro scarpe erano scomode, di una scomodità sfacciata come solo le scarpe femminili sanno essere.

I maschi, a proprio agio invece nelle rispettive calzature, avevano i capelli corti, tagliati di fresco. Due si erano fatti la barba. Il terzo l’aveva appena lunga; fino a pochi anni prima sarebbe stato strano, adesso andava di moda ed era tollerato, anche se tradiva vanità. Una delle ragazze era stata dal parrucchiere e si era truccata con cura, peccato che l’umidità della giornata le avesse increspato i capelli. L’altra aveva la coda e solo un po’ di mascara. Era quella che si definisce una ragazza acqua e sapone. Forse una scelta precisa.

Ciò che differenziava i candidati, persino più dell’accento nazionale, era la disinvoltura. Si capiva subito chi si sentiva a proprio agio dentro certi vestiti e chi no. Chi aveva abiti nuovi e chi invece riusciva a far passare in secondo piano il proprio abbigliamento con spontaneità. Lo spagnolo che parlava molto, per esempio, aveva un vestito nuovissimo, ma non gli cascava in modo perfetto. Continuava ad agitarsi come se la giacca gli stringesse le spalle, che in effetti erano troppo larghe per la taglia scelta, e le sue parole sembravano il risultato di una pressione, di uno stress. Il ragazzo con la barba, che era tedesco, aveva fatto un nodo troppo grande alla cravatta e di tanto in tanto l’aggiustava con un gesto che voleva essere adulto e discreto, ma che conteneva qualcosa di comico: non era tanto diverso dall’osservare una persona che si sistema le mutande. Il terzo ragazzo, che sul curriculum sosteneva di parlare quattro lingue, era il più elegante e composto dei tre maschi. Era anche il più bello. Peccato che se ne rimanesse zitto e immobile come una statua.

La ragazza acqua e sapone, che poi era la candidata italiana, si era tolta le scarpe appena seduta, pensando di non essere notata. L’altra, una greca, resisteva, ma sembrava rigida, sulle spine. Mi veniva voglia di dirle: «Togliti le scarpe anche tu, chi se ne frega». Come sempre, insomma, l’abbigliamento era un dato sensibile che si prestava a qualche riflessione. Non era irrilevante, soprattutto non era noioso. I cinque candidati si trovavano in una condizione di massimo stress e di minimo comfort, e noi ci godevamo lo spettacolo con una punta di sadismo. Fuori da quella stanza ci aspettavano le solite giornate piene di lavoro e di stanchezza, che non risparmiavano neanche il fine settimana. Lì dentro eravamo d’improvviso rilassati, immersi nell’ovatta, ed eravamo potenti: re e regine per un giorno.

Pensai a quando, solo poco tempo prima, mi ero trovata nella stessa situazione delle persone che avevo di fronte. Ero diversa, più brava, più elegante di loro? Credo di no. Di sicuro ero ugualmente goffa, senza esserne cosciente. A parte questo, avevo idea di ciò che stavo facendo e di ciò che mi aspettava? Di cosa non mi ero accorta? Non si tratta di lasciarsi andare ai ricordi. Come non mi ero accorta di certe cose allora, forse non mi accorgo di altre oggi. La vita è un percorso di cecità e rivelazioni tardive lungo il quale non notiamo mai il ridicolo che ci accompagna. I ragazzi del Super Saturday, con le loro tensioni maldestre, sono un emblema della cecità. Sanno cosa vogliono, ma sottostimano la pesantezza che li attende, offuscati dal mito dell’ascesa. Del resto è necessario che sia così, perché il sistema si perpetui. Qualsiasi sistema.

L’ipotesi principale delle teorie economiche classiche è che le persone sappiano cosa vogliono e agiscano nel proprio interesse. Non accade quasi mai. È raro sapere cosa si vuole davvero, e anche quando lo si sa è difficile governare la prepotenza che accompagna i nostri sogni, dare un indirizzo. Non sempre si agisce nel proprio interesse, basti pensare alle dipendenze, quella dalle sostanze ma anche quella dai comportamenti, dalle persone, dalle aspirazioni. Le gabbie, spesso invisibili. Le teorie economiche classiche si basano su un’ipotesi comoda e sbagliata: l’individuo che ragiona, animato solo da una chiara visione dei propri interessi. Un simile individuo non esiste, o perlomeno è raro. Immaginare che descriva l’umanità significa operare una distorsione gigantesca. L’umanità si muove in uno stato di confusione, di paura, di entusiasmo cocente, di incertezza. Di violenza, soprattutto, verso di sé e verso gli altri.

Il giorno prima del mio Super Saturday – non mi ero ancora laureata – arrivai a Londra con il volo della sera. Mi pagavano la stanza in un residence della City. Non brutto, anonimo. Uno di quei residence per professionisti: la stanza di venti metri quadri, il bagno essenziale, con la doccia e non la vasca, il letto abbastanza grande senza essere indulgente.

Fuori dalla finestra vedevo la notte, le luci, i palazzi di una città che conoscevo solo da turista. Volendo sarei potuta uscire a fare un giro, ma preferii starmene rintanata. Non ero in centro e non volevo allontanarmi troppo per paura di stancarmi. Avevo l’atteggiamento di un atleta alla vigilia della gara.

Dormii malissimo. Il mattino dopo, alle sette e tre quarti, dovevo essere in banca per la registrazione. Arrivai in anticipo. Mi animava un senso del dovere rivolto a chissà che. Di nuovo, non volevo sbagliare. Sapevo a malapena leggere il bilancio di una società, eppure in quel momento mi sentivo protagonista di qualcosa la cui natura mi sfuggiva. Ma che importanza aveva? La chiave di tutto era non fare errori. Al termine del percorso ci sarebbe stato un premio.

Due settimane dopo firmai il contratto.

Negli anni successivi il mio zelo originario, la convinzione, lo spirito del Super Saturday, per così dire, si trasformò in un comportamento permanente, magari più smaliziato, più cinico, ma sempre riconducibile alla spinta iniziale. Uno zelo incrollabile rivolto a un obiettivo, in realtà, piuttosto indefinito. Io non so spiegare, in nessun momento, perché faccio quel che faccio. Non lo so davvero. Posso rispondere «i soldi», la parola che contiene tutto e niente. Vorrei poter rispondere «la paura della morte», una frase che di solito giustifica ogni cosa, ma qui non vale: nessuno lavora in finanza perché ha paura della morte, chi ha paura della morte va al mare.

© 2018 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

(Continua in libreria…)

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