Luis Sepúlveda ne discute con Bruno Arpaia dal libro Raccontare, resistere ISBN:8882463427

Bruno Arpaia – Tu ripeti spesso, con le parole di Guimarães Rosa, che «raccontare è resistere». L’epoca della letteratura impegnata, engagée, è sicuramente passata. Eppure la scrittura continua a richiedere una forte responsabilità. Sei d’accordo?

Luis Sepulveda – Certo, la letteratura engagée degli anni Sessanta e Settanta non ha più ragione di esistere: i legami dello scrittore con le avanguardie politiche non sono più possibili semplicemente perché quelle avanguardie politiche non esistono più e non sono più immaginabili. Del resto, lo scrittore non è più vincolato a una proposta alternativa di società perché purtroppo l’unica proposta sociale chiara e definita è quella dominante. Eppure, fortunatamente, in molti scrittori persiste la preoccupazione per i fenomeni sociali. Non credo nello scrittore o nell’intellettuale «organico», perché questa organicità ti costringerebbe a sacrificare troppe cose. Credo invece in una specie di impegno, diciamo, più «essenziale», in un impegno nei confronti della parola stessa. Le parole di chi scrive possono avere un’eco vasta e questo comporta una responsabilità etica. La prima esigenza che si pone è quella di accostare la vita nel quotidiano, nel dettaglio apparentemente più umile e marginale. Lo scrittore appartiene al mondo, vive la vita di ogni giorno, beve caffè, compra sigarette… Perciò tutti i tentativi letterari iniziano con lo sforzo di capire il mondo, di spiegarlo prima di tutto a se stessi. Se noi scrittori fossimo incapaci di preoccuparci della quotidianità, delle cose più banali e immediate, saremmo incapaci di interrogarci su tutto il resto. Questa preoccupazione per il mondo ti spinge in qualche modo a prendere partito, a schierarti, e questo schierarsi non lo chiamerei nemmeno «impegno»: in fondo, detesto questa parola perché è comoda, ha qualcosa che fa pensare a un vestito che indossi e togli a piacimento, come quando si è giovani e ci si impegna con una ragazzina, salvo poi impegnarsi con un’altra più carina che si è appena conosciuta. Preferisco parlare di «coinvolgimento». Lo scrittore, secondo me, deve essere coinvolto, deve stare dentro le cose, dentro la vita. Per questo non parlo mai in nome della letteratura o degli scrittori in generale, per questo parlo sempre e solo a mio nome. La responsabilità dello scrittore è personale come quella penale.

B.A. Hai parlato di responsabilità etica dello scrittore. Ma esiste un’etica del romanzo? Giuseppe Pontiggia ha scritto che «l’etica del romanzo è un’etica problematica, allusiva, centrifuga, che ha radici nel passato, ma si ramifica nel futuro imprevedibile del testo. La sua insopprimibile verità umana è il suo contributo più importante. Potrà apparire cinica, negativa, tragica, disperata. Ma l’occhio che guarda il male è più prezioso di quello che si chiude. E cinico è in realtà chi dispera tanto dell’uomo da ingannarlo con le illusioni. Per questo l’etica è il fondamento dell’estetica».

L.S. Non si può non essere d’accordo con un’affermazione come questa: «L’etica è il fondamento dell’estetica». Io però preferisco difendere anzitutto l’etica in quanto tale. A me interessa essere una persona con un ruolo nella vita di tutti i giorni, un essere sociale che, inoltre, scrive. Vale a dire che non mi interessa essere uno scrittore che pratica anche la socialità. No, per me è il contrario: sono un uomo inserito in una pratica sociale perché sono parte della società e in quanto tale ho diritti e doveri. Per questo credo poi che la letteratura non possa essere priva di una forte carica etica. Faccio mie le parole di Cortázar, il quale sosteneva che è fondamentale capire il senso della nostra condizione di artisti; questa comprensione ci obbliga a essere rigorosi nelle scelte estetiche con le quali affrontiamo lo scrivere. D’altra parte, è fondamentale anche capire il senso della nostra condizione di uomini, e questo ci obbliga ad affrontare la vita da una posizione etica. Nel caso dello scrittore, sosteneva ancora Cortázar, si impone un terzo compito: dare alla letteratura lo stesso vigore etico con il quale affrontiamo la vita, e dare alla vita la ricchezza di possibilità estetiche con la quale affrontiamo la letteratura. Questo è ciò che almeno cerco di realizzare come scrittore. Copyright di Julio Cortázar, e ci credo fino in fondo.

B.A. Eppure, per scrivere, bisogna in qualche modo prendere le distanze da ciò che è troppo immediato, guardare la realtà in prospettiva. Bachtin ha detto che «la correlazione tra letteratura e vita è come quella tra il vino e l’uva. L’uva è la vita e il vino è ciò che si ottiene dopo un lungo processo di pigiatura, spremitura, fermentazione».

L.S. Quando mi metto a scrivere, cerco di separare drasticamente la letteratura e la vita. Ho sempre considerato la mia vita come un tutto e, per quanto possa sembrare scandaloso, ho sempre disperatamente cercato di essere felice. Fortunatamente, ci sono riuscito. Magari non 365 giorni l’anno, ma parecchi sì. Eppure, al momento di scrivere, cerco di dimenticarlo, perché altrimenti racconterei la noiosissima vita di un individuo alla costante ricerca della felicità e lascerei da parte temi che mi sono cari e che ritengo più importanti. È chiaro che la mia esperienza gioca un ruolo fondamentale nel mio scrivere: un narratore sa che è così. Scriviamo su ciò che siamo, su ciò che abbiamo vissuto. Non scriviamo per sentito dire né sulla base di astratte prefigurazioni. Scriviamo, insomma, prima di tutto con un attrezzo che è la nostra esperienza vitale. Con quell’attrezzo in mano, cerchiamo di nominare ciò che ancora non sappiamo. Non si fa altro che spremere la propria vita per ricavarne qualcosa che offra elementi materiali, contenuti all’edificio, all’elaborazione formale. E comunque questo non basta. Facciamo tutti parte di una comunità, di una collettività, e al momento di scrivere questo sentimento di appartenenza gioca evidentemente un ruolo. Io sono nella misura in cui faccio parte di un gruppo, nella misura in cui non sono solo.

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