Cosa fare quando arriva la vecchiaia? A questa domanda cerca di rispondere il giornalista Antonio Polito nel bel saggio "Prove tecniche di resurrezione – Come riprendersi la propria vita" - L'approfondimento

Ad Antonio Polito è capitata all’incirca la stessa esperienza dello scrittore francese Jules Renard che la sintetizzò in uno dei suoi celebri aforismi: “La vecchiaia arriva improvvisamente, come la neve. Un mattino, al risveglio, ci si accorge che è tutto bianco”. A cominciare dalla barba, ovviamente, che nella pausa di un talk show Silvio Berlusconi consigliò a Polito di tagliare anche perché, aggravante terribile agli occhi del Cavaliere, era bianca, segnale inequivocabile del sopraggiungere della vecchiaia. Una parola, questa, accuratamente espunta dal dizionario del politicamente corretto attuale e sostituita da formulette più pudiche: “terza età”, “over 65”, “boomers” (i figli del baby-boom degli anni Cinquanta e Sessanta), fino a “perennials” (“sempreverdi”). E giustamente Polito dice che no, non gli va di chiamarsi come i cipressi che adornano i cimiteri.

antonio polito

Cosa fare, dunque, quando arriva la vecchiaia? A questa domanda cerca di rispondere il vicedirettore del Corriere della Sera nel bel saggio Prove tecniche di resurrezioneCome riprendersi la propria vita (Marsilio). L’autore, classe 1956, è entrato nel “quarto quarto”, come lo chiama, che, statistiche alla mano, non mai è stato così affollato e magnificato. In Italia, ogni cento giovani ci sono 168,7 anziani. Per la prima volta dal 1861 la percentuale di chi ha più di sessant’anni è più alta di quella di chi ne ha meno di trenta. Sulle riviste patinate lo slogan più gettonato è che “i sessanta sono i nuovi quaranta”, con tanto di testimonial che esibiscono i loro fisici scultorei.

E i segni della vecchiaia? E il pensiero della morte? E le relazioni con gli altri? Il viaggio di Polito è una ricerca esistenziale a tutto tondo e alcune tappe sono persino divertenti come quando racconta che negli Stati Uniti esiste un’app che per cinque volte al giorno ti manda un sms con il messaggio “Ricordati che devi morire” seguito da una citazione a tema. Per non parlare di tutti i ritrovati dell’industria del wellness, il cui giro d’affari vale tre volte quella farmaceutica, che ha dichiarato (per ora) guerra alla vecchiaia in attesa di trovare l’elisir dell’immortalità.

Insomma, con l’aria che tira, scrivere un libro sulla vecchiaia, con tanto d’istruzioni per l’uso su come affrontarla con serenità, profitto e speranza, è quantomeno demodé. Posto che non è da uomini seri ignorare l’ultimo tratto della vita o combatterlo a colpi di punturine e fitness, meglio dunque occuparsene.

Leggendo il libro di Polito viene in mente una frase, spiazzante, del grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar: “Non c’è sapienza cristiana della vecchiaia” (l’opera è Il tutto nel frammento). Cosa vuol dire? Che non esiste una spiritualità degli anziani? No, piuttosto che la vecchiaia non coincide con la rassegnazione perché, osserva il teologo, essa si basa su un senso del tempo come qualcosa che scompare del tutto. Invece la concezione cristiana è quella di un tempo che va verso il suo compimento, nonostante il dramma della perdita di tanta esperienza possibile.

La provocazione di Balthasar non vuole dire che non c’è un modo cristiano di invecchiare. C’è ma non nel senso della rassegnazione, dell’abitudine, della chiusura che rimbambisce. Anche Polito, sia pure da una prospettiva laica, fa la stessa provocazione suggerendo l’idea di una resurrezione, intesa, scrive, come “evento salvifico che sia paragonabile a una rinascita, a un nuovo inizio”. La resurrezione vagheggiata dall’autore non è un miracolo improvviso ma è un percorso di cambiamento che va preparato e coltivato perché coinvolge la libertà e la coscienza di chi vi si avventura. Impone di guardare al traguardo finale evitando di relegarlo tra i tabù come fece il giovane Polito con il padre ammalato. Impone di abbracciare i morti come nella celebre “Pietà”, un gesto immortalato in secoli e secoli di storia dell’arte e oggi pressoché scomparso perché nessuno più abbraccia i morti, li veglia, li “accompagna” al cimitero (non a caso nel Sud, in passato, il funerale veniva chiamato proprio “accompagnamento”).

Impone, questa resurrezione, di abbracciare la propria finitezza anche con piccoli gesti come quello di crescersi la barba. Di non brigare facendosi per esempio ibernare nell’azoto liquido in attesa che la medicina trovi una cura per la morte. Di liberarsi di tante cose inutili, dai libri a guidare l’auto nel traffico impazzito delle nostre città. Di prestare maggiore cura e attenzione alle relazioni, anche, se necessario, tagliando qualche ramo secco. Di ascoltare i figli e poi lasciarli andare perché non è possibile tirare al loro posto i calci di rigore decisivi nella partita della vita. Di restituire il bene ricevuto aiutando gli altri non per filantropia pelosa ma partendo dalla geniale intuizione di Chesterton: “il solo modo di gioire anche dell’erbaccia è di sentirsi indegni anche di un’erbaccia”. Di abolire il multitasking cominciando a fare bene una sola cosa per volta.

Quella di Polito, insomma, è una lezione spirituale con cui ci ricorda che noi non siamo chiamati a oltrepassare la nostra finitezza ma ad abitarla. Possibilmente da uomini.

 

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