Conversazione con (e una lettera di Giuseppe Pontiggia per) Ottiero Ottieri autore di Una irata sensazione di peggioramento ISBN:8882464857

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“Le parole nuove mi servono. Io sono… io ero uno scrittore. Le parole sono le mie materie prime, mi piacciono nuovi giacimenti”. Con questi argomenti, Pietro Mura, il protagonista del nuovo libro di Ottiero Ottieri, cerca di eludere le domande del professor Migliorini di Torino, esperto di alcolismo e suo nuovo terapeuta. Mura ormai vive la sua esistenza sull’asse Milano-Torino, dove va a rifornirsi di una “pozione” contro la dipendenza alcolica, ma questa linea orizzontale non è l’unica presente nel libro: se giganteggia Milano, la “sempre nuova” Milano, capitale immorale del paese, con i suoi cieli di vernice bigia, in basso risplende l’eterna Roma, patria d’origine, luogo eletto di un impossibile ritorno. In mezzo, invece, c’è il “confine”, la linea di resistenza all’abisso interiore, in cui si rischia di perdersi, scivolare, confondersi irrimediabilmente. E Mura-Ottieri annaspa lacerato sull’autostrada Milano-Torino, tessendo il suo pamphlet autobiografico con una feroce e straniante prosa poetica, contro la decadenza culturale del paese ma anche contro la propria temuta involuzione personale, alla disperata caccia di una nuova miniera di parole, di nuovi perni esistenziali, di un’altra via… da cui smarrirsi nuovamente.

Giuseppe Pontiggia ha scritto all’autore: Caro Ottiero, mi ha molto colpito, nel tuo romanzo, la violenza lucida con cui il caos esistenziale rivela il degrado civile. Ci vogliono coraggio, invenzione, energia, linguaggio giocato in tanti registri, insofferenza radicale per tutte le forme di dissimulazione e di menzogna. E tu sei riuscito a mobilitare ancora una volta, e in forma nuova, queste risorse. Sono ammirato.

InfiniteStorie.it ha invece avuto il piacere di un lungo colloquio con Ottiero Ottieri su questo importante libro.

D. Non troppo tempo fa lei ha detto che, vivendo noi in una “democrazia industriale”, il romanzo deve occuparsi di aziende, di marketing e profitto e quant’altro: è sempre di quest’idea?

R. Certamente, ma aggiungerei che ormai la politica e la società civile assomigliano sempre di più alla scena di un teatro, anche se non saprei scegliere tra la tragedia e la commedia; anzi, più che del teatro, la scena è quella della televisione, che ormai spicca per essere del tutto “autocontenutistica”, non parlando che di se stessa.

D. A quanto dice, lei si è stufato di Marx e Freud. Che cosa significa, che è riuscito a rompere con tutte le tradizioni di pensiero (e con i maestri?), con l’ideologia?

R. Non credo. Un mio caro amico dice sempre che io sono lo scrittore italiano più filosofo: nella mia scrittura c’è e ci sarà sempre un aspetto logico-dialettico che reclama un posto importante nel testo.

D. In uno dei suoi stacchi d’autore (o “fughe in avanti”), lei definisce il suo libro come una “narrazione d’identità lunga dieci anni”, tema presente in tutti i suoi libri. Alla fine, crede che l’atto del narrare serva più a trovarsi o a perdersi?

R. La scrittura equivale essenzialmente allo squagliamento del “Sé”; scrivere, da sempre, presenta in forma problematica (e contraddittoria) quello che la televisione oggi esibisce perversamente in forma dissimulata: la disintegrazione dell’Io.

D. “Si vive e si scrive”: l’arte non salva la vita ma non è neppure possibile una vita senza l’arte. Si tratta dunque di un rapporto di complicità, di coabitazione, di un’alleanza, o di un bizzarro matrimonio senza anelli?

R. L’arte, la scrittura, chiaramente non sono la vita, ma, altrettanto chiaramente, senza vita non si può scrivere. Tra le due si crea di solito una relazione problematica che a volte esplode (basta pensare a Keats o a Pasolini), cosicché può capitare che l’arte, invece che suturare, spalanchi l’abisso esistente fra scrittura ed esistenza. Come dice Mura, “se scriveva non aveva la forza di amare, se amava non aveva la forza di scrivere”.

D. Mura, “gauchista e gaddista”, scrittore “di qualità”, rifiuta e si sente rifiutato dal mondo capitalista e neoliberista: eppure si capisce che in fondo ne è anche un po’ attratto. Vuole dirci come stanno le cose?

R. Essendo anche un grande voyeur e “dongiovannista”, egli è vittima potenziale di qualsiasi impulso traviante: ripeto, vale ancora una volta la lezione della televisione e della pubblicità, che ottundono nella coscienza il dramma e la necessità della scelta: in questo modo Mura passa fantasticamente da una “bomba del sesso” a un’altra, da una vallettuccia a una nuova soubrettina, omettendo di scegliere Caterina, nuovo amore, metafora di una vita diversa.

D. In tutta la sua carriera lei ha optato per una letteratura di lucida e a volte efferata (nonché autoironica) introspezione interiore; una scrittura in perenne “formazione”, senza una forma precisa, scegliendo ora la poesia ora il romanzo (spesso breve) “soggettivo”: vedremo mai un Ottieri che rinuncia all’interiorità, alla scrittura incessante del suo Io tormentato?

R. Francamente a questo punto non credo sia possibile. A volte ho scoperto una piccola primula nel mio orticello interiore e allora pensavo che il momento per passare ad altro fosse giunto, ma poi, sfortunatamente, ho sempre finito per perderla o calpestarla, chissà…

D. Per finire, il suo libro trabocca di osservazioni e meditazioni filosofiche, letterarie e politiche. Ci indicherebbe alcuni libri (o scrittori o idee) al di sopra del mucchio selvaggio, da portare nel terzo millennio?

R. In questo momento voglio segnalare soltanto uno scrittore giovane che si sta muovendo molto bene tra la poesia e la prosa: Edoardo Albinati

[A cura di Michele Weiss]

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