"Borgo Propizio nasce come libro di evasione: era un periodo brutto della mia vita, volevo scappare, quindi ho trovato un luogo dove nascondermi". Loredana Limone si racconta a tutto campo, in occasione dell'uscita del terzo libro della serie

Loredana Limone, napoletana, milanese di adozione, dopo una decina di libri tra fiabe e gastronomia, ha esordito nella narrativa con Borgo Propizio (Guanda 2012, Tea 2013). E’ poi arrivato il secondo romanzo della serie, E le stelle non stanno a guardare (Salani 2014, Tea 2015). Ora è il turno del terzo, Un terremoto a Borgo Propizio (Salani). Per l’occasione, l’autrice ha raccontato a un gruppo di blogger la sua idea di scrittura: “Parafrasando Maria Teresa di Calcutta, per me la scrittura è una matita nella mano della narrazione”.

E ha svelato: Borgo Propizio nasce come libro di evasione: era un periodo brutto della mia vita, volevo scappare, quindi ho trovato un luogo dove nascondermi. Alcuni, tra l’altro, sostengono che i miei romanzi ambientati a Borgo Propizio siano terapeutici”.

Borgo Propizio è un borgo medievale nel mondo moderno: “Da cui tutti scappano, fino a che una ragazza non apre una latteria che diventa il centro della città. Si aggiunge un sindaco illuminato, che fa del Castelluccio un centro turistico, e crea un festival letterario con cena con delitto”.

Nei primi due libri non si parla di happy ending, “ma di happy going on, fino a che non arriva il terremoto che distrugge mezzo Borgo: escono scheletri dagli armadi e addirittura si scopre un morto (oltre ai 7 per il terremoto). Si scopre che è stato assassinato dai segni di strangolamento: è inimmaginabile che un cittadino di Borgo Propizio possa aver ucciso qualcun altro, il sindaco può giurarlo, ma lui è proprio il primo sospettato…”.

Inevitabile, per Loredana Limone, rispondere alla domanda: quanto c’è di lei nei suoi personaggi? “Un pezzetto in ogni personaggio, soprattutto nelle sorelle Mariolina e Marietta (io stessa ho un forte rapporto con mia sorella, anche se siamo diversissime), nella donna che prova dolore per il marito (come è capitato a me)”.

Quanto ai suoi autori preferiti, la scrittrice ha citato Vitali, “perché fa ridere, oltre a Guareschi e Carofiglio“. E ha aggiunto: “Il genere che leggo è lo stesso che scrivo, mi piace ridere perché ho pianto tanto nella vita, e non amo romanzi che descrivano fatti che posso sentire anche al telegiornale”.

Ma quando l’autrice di questa serie ha capito che doveva dedicarsi alla scrittura? “Era una bambina incompresa, la mia famiglia è molto pratica, la mamma voleva solidità dopo aver vissuto la guerra, io ero più sensibile e inquieta, provocavo fastidio e nessuno mi ascoltava. Sono stata in collegio, dove ho scritto poesie. Ho scritto per esprimere la mia sofferenza. Mio figlio, chiedendomi di raccontargli le favole quando era piccolo, mi spinse a inventarle e a scriverle. Ho partecipato a un concorso letterario, ma non ho vinto. Poi sono riuscita a farmi pubblicare e allora ho comunicato a scrivere di più: libri di cucina, fiabe, romanzi…”.

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