"Ma tu divertiti" è il nuovo romanzo dell'ironica Mari Accardi, che narra dell'imprevedibile esistenza di una giovane donna "qualcosista", alla perenne ricerca di qualcosa... - Su ilLibraio.it un capitolo

Non è piacevole sentirsi definire “qualcosista”. Soprattutto quando l’incidente si ripete in ben due colloqui di lavoro distinti: la faccenda diventa alquanto sgradevole. Eppure la protagonista di Ma tu divertiti (Terre di Mezzo editore), il nuovo romanzo di Mari Accardi, non si lascia scoraggiare e finisce col diventare insegnante per stranieri. In fondo la sua è un’esistenza imprevedibile: continua a cambiare lavoro, fidanzato, casa e amici; a non cambiare mai, nella sua vita, è solo la madre, comico personaggio degno di una telenovela.

Mari Accardi Ma tu divertiti terre di mezzo

Autrice palermitana, classe ’77, di Il posto più strano dove mi sono innamorata (Terre di Mezzo editore), Accardi propone un nuovo romanzo caratterizzato dalla stessa ironia del primo, una storia a cavallo tra Italia e Francia, la vicenda di una giovane donna che insegue qualcosa, senza ben sapere di cosa si tratta, ma mantenendo sempre un’incrollabile, per quanto immeritata, fiducia nel genere umano.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un capitolo del romanzo:

“Ho detto a tuo padre che sei in un bed e breffass. Sai quanto sarebbe brutto se morissi e non si ritrovasse il tuo
corpo? Non gli darebbe pace a un genitore non trovare il corpo del proprio figlio, sapere che non può andare in Paradiso.”

“Bruno è un ragazzo a posto, mamma, parla dodici lingue, fa l’infermiere, cucina zuppe buonissime e si concede una goccia d’alcol nel fine settimana.” Stavo ripetendo a pappagallo quello che c’era scritto sul suo profilo.

“Guarda che oggi è sabato” ha detto mia madre.

“Comunque ho trentatré anni” ho aggiunto, e me ne sono pentita subito perché forse una a trentatré anni non avrebbe dovuto dire alla madre anziana, mai uscita dalla Sicilia e isolata in campagna, che dormiva da chicchessia. Lei ha sospirato e ha detto che un figlio è sempre piccolo per un genitore, e a pensarci è la stessa frase che mi era uscita dalla bocca in automatico quando Lucien, un altro sconosciuto, nell’unica notte passata insieme prima che partissi per Lione, mi aveva raccontato che i suoi lo chiamavano ancora Lulu. Credo fosse sulla difensiva per aver scoperto che avevo sette anni più di lui. Questo almeno non l’ho detto a mia madre, non le parlavo delle persone con cui facevo sesso.

Piuttosto mi confidavo con mia cugina. Mi aveva chiamato quella mattina mentre aspettavo Bruno alla stazione, voleva sapere i nomi degli sconosciuti a cui mi stavo affidando nelle ultime ore. Era affascinata dai miei recenti salti nel vuoto, da quelle vite che avevo deciso di incrociare forzatamente. Da quando aveva comprato casa pensava che l’avventura a lei fosse preclusa. Le avevo elencato Lucien, Bruno, e poi Mathieu, il conducente di un BlaBlaCar che avevo preso per Lione, con i passeggeri Silvie, Olga, Peter – o Patrick, non ricordavo. Fra un mese magari non avrei più ricordato nemmeno gli altri.

“Lucien mi piace, mi sembra familiare” aveva commentato mia cugina.

“Anche a me è sembrato familiare. Mi ha fatto pensare a quel cartone animato ambientato nelle Alpi svizzere, hai presente? Lucien era il ragazzino che faceva pena, escluso dalla comunità per un errore che non aveva fatto apposta a commettere.”

“Sai che mi piacciono queste storie tristi. Che tipo di tristezza ha il tuo Lucien?”

“Sto cercando di capirlo.”

In quel periodo stavo lavorando a Grenoble, Lucien viveva lì. Il mio francese era quello che avevo imparato alle medie e il suo italiano, nonostante le origini campane, era a un livello addirittura più basso. Ci eravamo dati appuntamento un venerdì con la scusa di uno scambio linguistico, ed entrambi ci eravamo presentati con un eccesso di profumo. Già prima di incontrarlo avevo organizzato la gita a Lione per il giorno dopo: avevo calcolato che se ci fossimo sentiti a disagio avrei avuto almeno un impegno con cui distrarmi, e se invece fosse andata bene gli avrei subito dimostrato di essere una persona indipendente. L’ultimo ragazzo mi aveva lasciata perché non gli davo mai il tempo di sentire la mia mancanza.

Bruno rideva raccontando di quanto fosse disperata sua madre per via dei figli che un giorno sì e l’altro pure si facevano prendere a legnate da qualcuno. Diceva che suo fratello era conciato peggio di lui, e intanto faceva girare una foto del fratello con la faccia tumefatta.

“Ma perché ti hanno preso a legnate?” gli ho chiesto nel mio francese incerto. Da lontano i mobili accatastati nel giardino del ristorante sembravano delle piante tropicali.

“Perché dicevano che il suo cane era troppo brutto” ha risposto uno dei suoi amici. Io non ci credevo. D’istinto ho fatto per guardare il cane ma Bruno mi ha bloccata: me l’aveva vietato sin dall’inizio.

“Erano due fattoni” ha continuato l’amico.

“L’aveva portato a pisciare, di notte, e ’sti due fattoni hanno iniziato a dire che faceva schifo, era troppo brutto, e se la sono presa col padrone” ha commentato un altro.

“E meno male che non se la sono presa con Spasti” ha detto Bruno.

“Già, perché non se la sono presa con Spasti?”

“Tanto bello non è” ha detto l’amico.

Spasti, che era accucciato ai piedi di Bruno, muoveva la coda. Era un misto tra uno yorkshire e un barboncino dalle orecchie lunghe. Di base nero con delle chiazze grigie e qualche buco qua e là. La frangetta gli copriva gli occhi e il pelo era così ispido che era difficile sia pettinarlo che accarezzarlo. Bruno lo chiamava chien poubelle, cane pattumiera, a causa dell’odore dolciastro di immondizia che diffondeva in un raggio di almeno due metri. Era in punizione perché aveva preso l’abitudine di incollarsi, letteralmente, alla gente: bastava incrociare il suo sguardo e avere un’espressione simpatica. Bruno diceva che avevo un’espressione molto simpatica.

A convincermi a scegliere Bruno tra quelli che ospitavano gratis a Lione erano state le foto in cui era abbracciato a Spasti. Ero dell’idea che chi aveva un cane così brutto non poteva essere una persona cattiva.

(Continua in libreria…)

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