Con un ritratto del lato oscuro della Giamaica, e non solo, dagli anni Settanta agli anni Novanta, Marlon James ha vinto il Man Booker Prize. Su ilLibraio.it alcuni brani tratti dal suo romanzo...

Il Man Booker Prize 2015 è andato allo scrittore 44enne Marlon James, che in Breve storia di sette omicidi (un romanzone di 686 pagine, in realtà, proposto in Italia da Frassinelli), racconta la storia recente del suo Paese, la Giamaica, partendo dall’ormai mitica figura di Bob Marley. I finalisti dell’edizione 2015 del prestigioso premio erano Tom McCarthy, Sunjeev Sahota, Anne Tyler, Hanya Yanagihara, Chigozie Obioma e ovviamente James.

IL ROMANZO – Vicina al reggae, eppure così distante dalla rivoluzione pacifista auspicata dalla religione rastafari, nel 1976 la Giamaica che ritroviamo nel romanzo trabocca di proiettili, miseria, stupri, droga, mafia, servizi segreti e poliziotti corrotti. Il 3 dicembre, alla vigilia delle elezioni politiche, e a due soli giorni dal grande «concerto per la pacificazione», organizzato da Bob Marley («il Cantante») per attenuare le tensioni che dilaniano l’isola e la sua disperata capitale, sette uomini armati irrompono nella villa di Marley, e feriscono lui, la moglie, il manager e molte altre persone. È un episodio storicamente accertato, del quale pubblicamente si è detto pochissimo, mentre moltissimo è stato raccontato, sussurrato e cantato per le strade di West Kingston. Chi erano gli attentatori? Che fine hanno fatto? Chi li aveva mandati? Breve storia di sette omicidi è il racconto di questa vicenda, e di questi uomini, un ritratto del lato oscuro della Giamaica, e non solo, dagli anni Settanta agli anni Novanta.

frassinelli

Su ilLibraio.it, per gentile concessione di Frassinelli, alcuni brani dall’edizione italiana del romanzo:

Qualcuno deve ascoltarmi e potreste anche essere voi. Da qualche parte, in qualche modo, qualcuno giudicherà i vivi e i morti. Qualcuno scriverà del giudizio dei probi e dei malvagi, perché io sono un uomo malato e un uomo malvagio e nessuno è mai stato più malvagio e più malato di me. Qualcuno, magari fra quarant’anni quando Dio ci avrà presi tutti e di noi non resterà nessuno. Qualcuno ne scriverà, seduto a un tavolo la domenica pomeriggio con il pavimento di legno che scricchiola e il frigo che ronza ma, nessun fantasma intorno, non come me che li ho sempre intorno, e scriverà la mia storia. E non saprà cosa scrivere o come scriverla perché lui non l’ha vissuta né sa che odore ha la cordite né che sapore ha il sangue quando ti rimane testardo in bocca anche se continui a sputare. Non l’ha mai sentito in quella goccia di sangue nero. Nessuna coolie duppy va mai a dormirgli addosso e lo inganna con un sogno bagnato mentre gli succhia la vita dalla bocca e anche se io digrigno i denti chiusi, quando mi sveglio ho tutta la faccia coperta di bava spessa come se mi hanno ficcato nella gelatina e messo in frigo. Giovanni Battista li ha visti arrivare. Ora i malvagi scappano. È iniziata così.

(…)

Questo è quello che dovete sapere. Qualcuno deve pur sapere da dove vengo, anche se in realtà non vuol dire niente. Quelli che dicono che non hanno scelta sono solo troppo vigliacchi per scegliere. Perché adesso sono le sei di sera. A casa del Cantante ci andiamo fra ventiquattro ore.

(…)

SULLA MORTE DI BOB MARLEY

Nessuno parla di speranza, nessuno parla di niente. Tu sei a Miami senza memoria del volo. L’11 maggio, occhi aperti, sei il primo ad alzarti (proprio come ai vecchi tempi), ma tutto quello che vedi sono delle mani da vecchia solcate da vene nere e delle ginocchia ossute, sporgenti. Spinte nella pelle, le vene di una macchina di plastica che porta avanti la vita per te. Ti sembra già di avere sonno, probabile che sia per tutti quei farmaci, ma questo è un sonno particolare, si avvicina con fare losco e tu sai già che ovunque andrai stavolta, non ci sarà ritorno. Dalla finestra entra qualcosa che sembra la canzone di Stevie Wonder Master Blaster? A New York e a Kingston, entrambi i cieli sfavillanti con il bianco luminoso del mezzogiorno, scoppia il tuono e un fulmine squarcia le nubi. Un fulmine estivo, con tre mesi di anticipo. La donna che si sta svegliando a Manhattan e la donna seduta sulla veranda a Kingston sanno entrambe. Te ne sei andato.

SULLA SUA TERRA

Voglio sapere quand’è esattamente che la Giamaica ti ha catturato. No, non voglio sapere perché, mi rifileresti le solite baggianate pietose che dicono sempre i bianchi quando parlano della Giamaica, del tipo che è una puttana con una gnocca così favolosa che non riesci a smettere, o qualche altra cagata assurda del genere. Me l’ha detto una volta un bianco con tre centimetri di pisello, ma dato che tu hai avuto una donna giamaicana deduco che hai un pisello di più di tre centimetri. Allora sputa il rospo, come dite voi, cos’è che ti ha preso della Giamaica? Le belle spiagge? Perché sai, Pierce, noi siamo più di una spiaggia, siamo un paese.

La gente deve sapere. La gente deve sapere che c’è stata quella volta lì che potevamo farcela, sai? Potevamo davvero farcela. Nella gente c’era abbastanza speranza e stanchezza e non poterne più e voglia di sognare che qualcosa poteva succedere davvero. Sai, a volte qui dentro vedo il Gleaner ed è tutto scritto in bianco e nero con solo un titolo o due in rosso. Quanto pensi che ci vorrà prima che abbiamo una foto a colori, tre anni? Cinque anni? Dieci anni? Niente di tutto questo, compare, noi il colore ce l’avevamo già e l’abbiamo perso. La Giamaica è fatta così. Non è che non abbiamo mai avuto tempi buoni e adesso abbiamo qualcosa a cui aspirare. Abbiamo avuto cose che andavano bene e poi sono andate di merda. Adesso la merda dura da così tanto tempo che la gente viene su nella merda pensando di essere solo merda. Ma la gente deve saperlo. Forse è una cosa troppo grossa per te. Forse è una cosa troppo grossa per un solo libro e dovresti marcarla stretta. Stare sul pezzo. Insomma, per la miseria, guarda cosa ti chiedo, scrivere per intero la ragione vecchia di quattro secoli del perché il mio paese si ritroverà sempre a cercare di non andare in rovina. Dovresti ridere. Se fossi in te, riderei. Ma, senti, l’hai notato, vero? È per questo che la faccenda della pace ti perseguita da quando perseguita me. Perfino le persone che di solito si aspettano il peggio hanno cominciato, sia pure per due o tre mesi soltanto, a pensare alla pace prima un po’, poi molto, poi la pace è diventata tutto quello che riuscivano a pensare. È come quando la pioggia non ti ha ancora raggiunto ma ne senti arrivare il sapore nella brezza. Guardami, non ho neanche quarant’anni e già vedo solo quello che ho alle spalle, come un vecchio. Ma, ehi, questo decennio è solo a metà, no? Le cose possono ancora cambiare. Si chiama nostalgia? Dev’essere perché sono all’estero da troppo. O forse in prigione non riesci a farti nuovi ricordi. Che ne pensi? Quando metti giù la prima frase me lo dici? Mi piacerebbe sapere quale sarà. Oh, ce l’hai già? No fratello, non dirmela. Voglio che prima la scrivi.

Sì, puoi usare il mio vero nome. Allora che nome avresti usato? Ma sì, cavolo, scrivilo ’sto libro. Però fammi un favore e fallo anche a te stesso. Aspetta che siano morti tutti prima di pubblicarlo, d’accordo?

(continua in libreria…)

 

Commenti