Il suo libro “definitivo” (“Gli increati”, che ha finito di scrivere e che uscirà nel 2015, chiudendo la trilogia cominciata con “Gli esordi” e proseguita con “Canti del caos”), le apparizioni in tv, il difficile rapporto con la critica accademica, la ritrovata attenzione degli editori, l’accoglienza negli Usa e in Francia, il complesso rapporto con il proprio Paese. Antonio Moresco si racconta a tutto campo con Il Libraio

Antonio Moresco ha concluso la stesura del libro che ha segnato gli ultimi anni della sua vita, “Gli increati” che, come da lui stesso annunciato, concluderà la sua opera. In attesa dell’uscita del romanzo, che sarà pubblicato dalla Mondadori la prossima primavera, l’autore, classe ’47, de “Gli esordi”, di “Canti del caos” e de “Gli incendiati” – solo per citarne alcuni suoi libri – racconta al Libraio come, e se, negli ultimi anni è cambiato il suo approccio alla scrittura e alla letteratura, e parla delle letture che lo hanno influenzato…

Moresco, ce l’ha fatta, fra qualche mese uscirà il suo libro più importante. Come si sente?
“Come se mi fosse passato sopra un carro armato”.

Come ha vissuto la stesura, in più fasi, de “Gli increati”?
“Con ‘Gli increati’ mi è successa una cosa strana. Mentre ho avuto bisogno di quattordici-quindici anni ciascuno per ‘Gli esordi’ e per ‘Canti del caos’, ‘Gli increati’ è venuto fuori in tre soli anni. E neppure in tre anni pieni, ma in tre mezzi anni, perché per il resto di questi anni ho fatto altro, ho camminato per migliaia di chilometri, ho contribuito a inventare e realizzare cammini, ho scritto alcune piccole, incontrollabili cose che nel frattempo sono state anche pubblicate, mi sono abbandonato ad altre e diverse imprese, ho sognato, ho sofferto, ho vissuto sulla mia pelle la miseria e la desolazione del mondo in cui siamo o crediamo di essere immersi”.

Ma come mai questo libro è venuto fuori così rapidamente?
Non lo so perché è successa una cosa simile, come mai questo libro è emerso da una situazione così sbilanciata, o al contrario da una così vertiginosa bilancia, io sono sempre l’ultimo a sapere queste cose. Ma è un fatto che questo enorme libro mi è uscito di getto. Nei pochi mesi all’anno in cui ci ho lavorato sono stato in preda a una tale pienezza e a una tale trance che me ne uscivano anche dieci pagine al giorno, che dico al giorno, nelle poche ore in cui, tra mille esaltazioni e tormenti, riuscivo a lavorarci. Eppure non mi pare di avere mai scritto un libro più quintessenziale, più atomico, più enucleato, più magnetizzato… Per quanto riguarda invece la stesura complessiva dell’intera e unica opera formata dagli ‘Esordi’, da ‘Canti del caos’ e dagli ‘Increati’ e che alla fine – spero tra pochi anni, per poterla seguire attivamente fino al suo compimento – verrà pubblicata insieme e si intitolerà ‘L’increato’, allora posso dire che ha avuto bisogno di più di trent’anni per poter precisarsi e nascere (ho iniziato a scrivere ‘Gli esordi’ la mattina del primo gennaio 1984). Quando ho cominciato non avrei mai immaginato che stavo mettendo mano a qualcosa che avrebbe occupato più di trent’anni della mia vita (né avrei immaginato che mi sarebbe toccato vivere ancora trent’anni in questo mondo di merda per poterla portare al culmine), se no ne sarei rimasto schiacciato prima ancora di cominciare, le mie poche e disperate forze non mi sembravano sufficienti neppure per mettere al mondo ‘Gli esordi’, figurarsi per tutto il resto. Sono andato avanti come una bestiolina cieca, come un povero asino che trascina un carro che non sa cosa porta, eppure, fin dalle prime pagine degli ‘Esordi’, a mia stessa insaputa, buttavo lì certe parole, certe frasi che non capivo da dove venivano ma che presupponevano qualcosa d’altro, una direzione verso cui, fin dall’inizio, senza saperlo, stava andando questo magnete in forma di libro e anch’io stavo andando. Quando i lettori avranno di fronte questa terza parte dell’opera, e più ancora se e quando vorranno leggerla o rileggerla alla fine tutta intera e di seguito in un’unica pubblicazione e in una sola campata, credo che apparirà con enorme evidenza che forse mai un simile giacimento segreto annidato fin dall’inizio nelle più intime fibre e una simile destabilizzante esplorazione trentennale in territori indicibili e ignoti erano emersi così, per successivi smottamenti di faglia, attraverso un’opera letteraria”.

Quali sono le letture fatte negli ultimi anni che, in qualche modo, hanno influenzato il suo approccio alla scrittura?
“Negli ultimi anni non ho potuto leggere molto, non ho potuto leggere tutto quello che avrei voluto, sia perché sono stato occupato a scrivere ‘Gli increati’, sia perché ho camminato e fatto molte altre cose, sia perché i miei occhi non sopportano troppe ore di sforzo. Ho letto libri che mi servivano per mia documentazione e studio. Ho letto libri scientifici e narrativi contemporanei dignitosi e qualcuno buono e forte, di cui ho anche parlato pubblicamente. Ho riletto alcuni libri che ho amato molto in passato, e qualcuno l’ho ridimensionato, qualcun altro no, qualcuno è addirittura cresciuto ancora di più nella mia considerazione e nel mio amore. Ma, sinceramente, non posso dire che ce ne sia stato qualcuno che abbia influenzato il mio approccio alla scrittura, perché in questi anni sono stato dentro un vortice”.

Recentemente l’abbiamo vista anche in televisione, ospite del “salotto” più ambito, quello di Fabio Fazio: si sente finalmente “accettato” dall’ambiente editoriale, che l’ha a lungo respinta?
“Sta succedendo una cosa strana. Persone che vengono dal mondo della televisione (Daria Bignardi, Fabio Fazio), guardate dall’alto al basso e con sufficienza da tanti presunti sapienti, hanno mostrato verso di me più attenzione e coraggio di tanti addetti ai lavori, ancora arroccati e ostili nei miei confronti, per ignoranza dell’insieme dei miei libri, per lo più compulsati e non compresi, a differenza di quanto sta succedendo con lettori giovani che sembrano invece entrarci dentro di slancio e che su di essi scrivono magari tesi di laurea e di dottorato di un livello molto superiore rispetto alle schematizzazioni e semplificazioni culturalistiche di tanti critici letterari delle generazioni precedenti. Anche qui le eccezioni ci sono, e io ho avuto la fortuna di incontrarle, ma sono appunto eccezioni. In molti casi, in storie e compendi della letteratura di questi anni, mi capita di venire menzionato insiemisticamente all’interno di categorie culturalistiche mediatiche e superficiali, senza che si riesca o si voglia cogliere la particolarità e diversità di quello che sto via via pubblicando in questi decenni, perché molto spesso gli studiosi di letteratura operano attraverso schematismi e classificazioni che invece di allargare e sfondare chiudono e fanno diaframma, perché in loro non c’è più da tempo amore per l’oggetto, passione, perché molte di queste persone e quasi l’intero mondo accademico e culturale italiano hanno stabilito per via teorica – e non da oggi – che certe cose non sono più possibili nella nostra epoca, e allora è intollerabile che ci sia qualcuno che, con la sua stessa presenza, metta in discussione la loro pigrizia e chiusura e il loro piccolo, indimostrato e difensivo teorema. Ed è successa un’altra cosa strana…”.

Quale?
“Anche il mondo editoriale (o meglio alcune persone che vivono al suo interno facendo la differenza), che mi ha messo così a lungo alla porta, in questi ultimi anni sta credendo in me più che molti inerziali studiosi della letteratura e mi sta permettendo di pubblicare e ripubblicare in edizioni economiche i miei libri già pubblicati in passato, che altrimenti non sarebbero più da tempo nelle librerie. Per cui non solo ragazze e ragazzi che continuano a leggere i miei libri e a parlarne in rete e a cui devo il fatto di non essere stato cancellato come scrittore, ma anche case editrici e persino figure televisive mi sono state e mi sono più vicine rispetto al piccolo mondo dei critici e dei presunti studiosi di letteratura. Tutto questo ha cambiato negli ultimi anni la mia situazione”.

In che modo?
“Da scrittore prima a lungo rifiutato, poi buttato fuori da alcuni importanti editori dopo i primi libri e pubblicato ormai solo da piccoli editori, sono tornato di nuovo in libreria e ho potuto persino apparire, come un alieno, in alcune note trasmissioni televisive, arrivando così a un numero più ampio di lettori che prima non mi conoscevano o erano stati convinti da critici pregiudizialmente ostili o appiattiti sull’esistente del fatto che io scriverei libri ‘illeggibili’ e che quindi non bisognerebbe leggermi. E stanno succedendo cose strane anche all’estero. In Francia, per esempio, dove il mio primo libro tradotto ha suscitato emozione e sorpresa e ha ricevuto un’accoglienza completamente diversa da quella che ho ricevuto per molti anni in Italia, arrivando persino tra i finalisti al Premio Medicis. Oppure negli Stati Uniti, dove un editore di New York mi pubblicherà con molta convinzione l’anno prossimo, o in altri paesi dove i miei libri cominciano a trovare accoglienza editoriale. Perché, tra le tante stranezze che ho elencato prima, c’è anche un’altra stranezza: l’Italia”.

Perché?
“L’Italia è anche in questo un paese strano, ed è purtroppo un fardello in più per i suoi scrittori. Lo dico con dolore, perché io amo il mio paese. Ma è un fatto che mentre in altri paesi c’è accoglienza per i propri scrittori – basti pensare a quelli americani, inglesi e francesi, che arrivano all’estero già forti di questa spinta interna e accreditati – in Italia gli scrittori il più delle volte devono lottare duramente per poter cominciare a vivere in casa propria e nella propria lingua, superando fuochi di sbarramento e a volte addirittura pestaggi. L’Italia – e non da oggi – è fatta così: quando nasce uno scrittore, gli fanno la guerra”.

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