Dai Canti di Leopardi alla Bibbia, dall'Iliade a Don Chisciotte, da Dostoevskij a Tolstoj. E poi ancora Dickens, Murasaki Shikibu ("a mio parere la più grande scrittrice di tutti i tempi") e tanti altri: ilLibraio.it ha chiesto ad Antonio Moresco (candidato al premio Strega con "L'addio") di raccontare le letture più importanti della sua vita... - Il suo intervento

I MIEI LIBRI

Mi è stato chiesto di scegliere, tra le migliaia di libri letti nella mia vita, un piccolo numero di quelli che forse hanno lavorato più profondamente dentro di me, con i quali è avvenuta un’elezione particolare e che sono stati irradianti. Accidenti, non è una cosa facile! Perché per me sono stati altrettanto importanti anche molti libri da quattro soldi che non sono finiti nei canoni e sugli altari della letteratura, scritti da romanzieri cosiddetti “di genere”, ma anche da autori o collettori di fiabe, poeti, mistiche, santi, scienziati, antropologi, fisici, astrofisici, pellerossa, gente fuori di testa, alcolizzati, falliti, spostati e puttane.

Ma proverò a usare l’ascia e ad andare all’osso.

Forse il primo autore con cui è avvenuto un incontro profondo è stato Leopardi, letto e riletto già durante la prima adolescenza, inizialmente su un libricino dei Canti dell’edizione Zanichelli che aveva uno dei bordi pagina di colore arancione e che tenevo sempre in tasca. Quella è stata la prima volta in cui mi è sembrato che qualcosa si lacerasse nell’involucro in cui ero imprigionato e dentro di me, di incontrare un fratello e un amico nel mio terribile e dislessico isolamento dentro il buio del mondo, che ci fosse anche per me una patria invisibile e un posto dove stare. Ho ancora con me questo libriccino e ho chiesto che, quando creperò, me lo infilino in una tasca dei jeans e mi brucino insieme a quello.

Ma, prima ancora, c’è stata la lettura della Bibbia e di altri testi religiosi e di patristica, durante gli anni del seminario e poi ripresi e approfonditi anche dopo.

Quando, intorno ai trent’anni e dopo un decennio di deragliamento in cui ho seguito altre passioni e illusioni, ho riafferrato un filo della mia precedente vita e ho ricominciato a leggere (e anche a scrivere libri che poi sarebbero usciti quindici anni dopo), ero così ignorante, avevo a tal punto dimenticato quel po’ che sapevo che ho dovuto ripartire dall’inizio, dai greci e da prima ancora.

Ma, se devo stringere su un numero ridotto di opere che mi pare abbiano inciso in modo particolare, direi,  prima di ogni altra, l’Iliade, letta per la prima volta per intero a trent’anni, in un monolocale alla periferia di Milano dove ero approdato con le ossa rotte dopo un decennio di spostamenti in varie città, e che è stata per me una folgorazione, sia per la visione del mondo che per il modo di narrare, ritenuto a torto ingenuo e arcaico ma che a me pare colga, invece, nella contemporaneità delle azioni sul campo di battaglia del mondo e nella contemporaneità dei piani di uomini e dei, qualcosa di profondo e di per nulla superato, se non sulla base di semplifìcazioini culturalistiche successive. E poi Don Chisciotte, dove uno scrittore non più giovane e che aveva conosciuto il combattimento ravvicinato e la prigionia, trattando attraverso un personaggio-invenzione realtà e l’immaginazione come una cosa sola, apre e spalanca i confini della mente e del mondo

Ho molto letto e amato i poeti e, tra di essi, soprattutto, Omero e Dante. Tra i moderni: Leopardi, Rimbaud ed Emily Dickinson.

Tra i pensatori quelli che forse mi hanno colpito più nel profondo sono stati due apparenti opposti: Spinoza e Plotino.

Sono state poi irradianti per me la lettura di tutto Shakespeare, dei grandi russi, soprattutto Dostoevskij e Tolstoj, la  narrazione atomica ed esplosiva del primo e l’infantile e debordante serietà e lievità del secondo. Tra i francesi soprattutto Balzac, scrittore a torto collocato alla base della cosiddetta scuola “realistica” ma che è in realtà un’indomabile e inseparabile macchina di poesia, narrazione e pensiero, un fronteggiatore e uno sconfinatore. E prima ancora, da ragazzo, Stendhal, il cui Rosso e il nero, riletto più volte, anche dopo mi è parso via via così atroce che dovevo fermarmi dopo ogni frase per prendere fiato e forza. Più tardi ho incontrato anche Victor Hugo, molti dei suoi libri ma sopra ogni altro I miserabili, opera di grande e totalitario ardimento,  ingenua, espansiva e arcaica e nello stesso tempo furiosamente libera e sperimentale. E poi Dickens, soprattutto i suoi ultimi disperati romanzi, primo fra tutti La piccola Dorrit.

Ho poi una grande e particolare elezione per Melville, di cui amo l’intera opera, ma in modo particolare il terribile e insondabile Moby Dick e le sue ultimative operette morali: Le isole incantate.

Non molti anni fa ho incontrato con enorme emozione anche alcuni romanzi orientali, primo fra tutti La storia di Gengji il principe splendente di Murasaki Shikibu, a mio parere la più grande scrittrice di tutti i tempi, che ci indica mille anni fa un modo di narrare che sfugge alle gabbie che si sono poi affermate nei canoni occidentali della letteratura e che si avvicina, in un certo senso, agli antichi e ad Omero (a quello dell’Iliade, più che a quello dell’Odissea).

Insomma, credo che il mio amore vada soprattutto agli scrittori sonnambulici e veggenti, fronteggiatori e sconfinatori, quelli dove espansione romanzesca, poesia e pensiero sono una cosa sola, quelli che non stanno al loro posto, che si abbandonano, rischiano, allargano gli orizzonti, quelli che sfondano gli steccati, le gabbie e le prigioni allestite dai guardiani della letteratura, che fanno il controllo del territorio e difendono lo spirito del tempo.

Ma adesso, per dare un breve elenco secco di titoli, e stando solo all’interno di quel tipo di narrazione che è stato chiamato insiemisticamente e con un nome di convenzione “romanzo”, direi:

Don Chisciotte

I viaggi di Gulliver

Moby Dick

I fratelli Karamazov

Guerra e pace

I miserabili

Pinocchio

Le illusioni perdute – Splendori e miserie delle cortigiane

Le affinità elettive

La storia di Gengji

Il sogno della camera rossa

Alla ricerca del tempo perduto

Il castello

Ma sono stati miei compagni di viaggio e fratelli – soprattutto negli anni in cui ero uno scrittore sepolto – anche libri più intimi, disarmati e ravvicinati, come diari, taccuini ed epistolari. Tra i diari e i taccuini quelli di Kafka, di Virginia Woolf, di Delacroix, di Camus. Tra gli epistolari quelli di Eloisa e Abelardo, di Leopardi, di Goethe e Schiller, di Kafka. E poi, sopra ogni altro, quello di Van Gogh, che mi pare, oltre che un capolavoro letterario, anche la più pura e alta testimonianza scritta che ci sia stata lasciata durante la breve vita da una persona irriducibile e inerme, votata alla combustione, alla divaricazione dei possibili, all’invenzione, alla tracimazione, alla prefigurazione e alla rigenerazione del mondo.

moresco

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IL VIDEO DA CUI E’ TRATTA LA FOTO DI MORESCO (FONTE: MOLLAT):

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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