Antonio Moresco "debutta", a modo suo,  in un genere letterario popolare e nobile al tempo stesso, il romanzo poliziesco: con "L'addio", candidato al premio Strega - Su ilLibraio.it un capitolo

«Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto.» Comincia così questo il nuovo libro di Antonio Moresco, L’addio, il primo pubblicato da Giunti, dove è da poco arrivato l’ex Mondadori Antonio Franchini che, come abbiamo raccontato, ha già annunciato la candidatura del libro al premio Strega, parlando di “thriller esistenziale”.

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L’addio viene presentato come un romanzo “metafisico e d’azione”: il protagonista è un uomo pieno di dolore, delicatezza e furore, chiamato a compiere una missione impossibile.

La trama? La città dei vivi e quella dei morti sono vicine, comunicanti, e si assomigliano molto. La polizia dei vivi e la polizia dei morti sono in contatto e collaborano, quando devono risolvere i casi più difficili. Dispongono di cellulari tarati per la comunicazione tra vivi e morti, e di e-mail criptate. Ma c’è un’altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Ora D’Arco deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma, se la morte venisse davvero prima della vita e il male prima del bene, come si potrà invertire la spirale? D’Arco ci proverà perché è uno che non si arrende, perché ha una formidabile guida e un alleato: un bambino dal cranio rasato, gli occhi spalancati e i denti serrati, una creatura senza più voce e con il collo percorso da una cicatrice prodotta da una collana di filo spinato, ma con la volontà attraversata dalla stessa indomabile sete di giustizia. “Una coppia di eroi fragili e indistruttibili, individui solitari e disillusi ma disposti a mettere in gioco tutto per difendere chi sia stato umiliato e offeso”: un uomo che si è gettato alle spalle le speranze e un bambino muto ma capace di guardare e vedere nel futuro e nell’abisso, come quei fanciulli straordinari cari all’apologetica di alcune fedi religiose.

Su ilLibraio.it un capitolo 
(pubblicato per gentile concessione dell’editore)

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Mettiamo subito le cose in chiaro. Questa è una storia diversa e ve la racconterò in modo diverso. Ve la racconterò come potrò e come vorrò, e vi racconterò solo quello che si potrà raccontare. Vi farò vedere solo una piccola parte di tutto l’orrore che ho visto, perché io non voglio inorridire nessuno, non voglio scandalizzare nessuno. Non è per questo che ho combattuto una tale battaglia e non è per questo che ve la sto raccontando.

Non ci troverete le descrizioni minuziose e raccapriccianti degli orrori che ho visto, come siete abituati a trovarne nei libri che parlano di queste cose per divertirvi e per intrattenervi, per catturarvi in una rete di complicità e per catturare il tempo della vostra vita e della vostra morte. Io non voglio complici, vorrei solo arrivare a toccare i vostri cuori e le vostre menti e sentirvi vicini in questa battaglia senza speranza. Vi mostrerò solo quel poco che è necessario per rivelarvi tutto il male che c’è nel mondo, per farvelo vedere e toccare e perché possiate veramente capire e sentire.

Non ci troverete neppure le beghe tra i vari corpi di sbirri, i giochini con i computer, gli hacker, le videate che si prendono tutta la pagina, le immagini satellitari, le tecniche per scoprire le password superprotette, la ricerca del dna dalle tracce di sangue, di sperma, dalle cispe, dai peli delle ascelle, del culo, l’elenco dei ritrovati, i cataloghi delle novità in fatto di balistica, di strumentazione elettronica per individuare i più impercettibili segni nascosti nei pixel o dentro i tessuti durante le autopsie, tutte quelle cose aggiornate che vi danno l’illusione di imparare e di portare a casa almeno qualcosa dalle ore della vostra vita o della vostra morte che dedicate alla lettura di un libro.

Non ci troverete neppure le marche delle sigarette, delle birre, dei whisky, delle bibite, dei cellulari, delle scarpe, delle mutande, dei pedalini, dei condom, buttate lì dieci volte in una sola pagina, un tanto al colpo, ogni cosa una marca, come se questo fosse tutto e rendesse reale e autentico il tutto.

Non ci troverete quelle parole e quelle frasi fatte che siete abituati a trovare nei libri polizieschi e dalle quali vi fate narcotizzare. Tipo: “Okay, amico!”, “Ehi, vacci piano!”, “Figlio di troia”, “Posa l’osso, bastardo!”, “Messaggio arrivato. Passo e chiudo”, “Dateci dentro, ragazzi!”, “Fategli il culo!”, “Toglimi di torno la tua fottuta faccia!”, “Che lavoro del cazzo!”, “Fai schifo al cazzo”, “Va’ a farti fottere”, “Vaffanculo”, “Puttana!”, “Troia!”, “Cagna maledetta!”, “Lurida cagna!”, “Lui le ficcò la lingua in bocca”, “Ficcai il silenziatore nell’orbita e gli feci saltare il cervello”, “Adesso ti carbonizzo un occhio”, “Estrassi la calibro 38 e diedi un calcio alla porta”, “Estrasse dalla tasca una sig Sauer 210 e lo colpì in mezzo agli occhi”, “Montò una canna calibro 380 acp, riempì un caricatore e lo inserì”, “Ma un secondo proiettile calibro 7,62 lo colpì in fronte”, “Aveva una pistola semiautomatica Ortgies munita di silenziatore Redfield”, “Afferrò la sua automatica Heckler & Koch HK4 a canna intercambiabile”, “L’Odessa era dotata di un caricatore predisposto per venti cartucce calibro 9×18 millimetri Makarov”…

Non ci troverete neanche le marche delle armi. Non vi racconterò per filo e per segno e in ogni minimo particolare i nuovi modelli di pistole mitragliatrici, le scanalature delle canne, i calibri dei proiettili, gli impatti devastanti nei tessuti, come si carica un’arma e si cambia un caricatore, diritto, curvo, a tamburo, come fanno quelli che non hanno mai sparato un colpo in vita loro ma vogliono farvi vedere che la sanno lunga e hanno studiato, che hanno fatto i compiti e si sono documentati, e allora ci danno dentro con le descrizioni minuziose e i dettagli. Io, quando imbraccio un’arma, quando abbasso la testa di sbieco sulla canna di un fucile e accosto uno dei miei occhi bianchi al mirino, quando premo il polpastrello su un grilletto che fa resistenza e doso la pressione per sparare un colpo singolo oppure a raffica, non mi diverto e non mi va di far divertire voi raccontandovelo. Lo faccio perché devo farlo, come quando devo fermarmi contro una pianta con la cerniera dei calzoni abbassata. Inutile scendere nei particolari e dare tanti dettagli. E, quanto all’impatto nei tessuti, io ne so qualcosa…

Chiusa la parentesi.

(continua in libreria…)

 

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