Giordano Tedoldi, scrittore di culto, torna con “Necropolis”, un romanzo spiazzante che racconta del Maresciallo Yarden, moderno Dante Alighieri che, per scegliere dove essere sepolto nel giorno della sua morte, compie un viaggio nell’oltretomba. Da vivo... - Su ilLibraio.it un capitolo

Giordano Tedoldi è uno scrittore di culto. Nato a Roma nel 1971, torna ora in libreria per Chiarelettere con il romanzo Necropolis.

Conosciuto per il suo stile di scrittura che poco si accosta ai canoni ordinari della letteratura, ha esordito con una raccolta di racconti, Io odio John Updike, pubblicata da Fazi nel 2006 e poi riproposta da minimum fax.

Spesso i testi di Tedoldi si confrontano con il “politicamente scorretto”: ad esempio Deep lipsia, l’opera che ha autopubblicato nel 2012 e che racconta le vicende di un gruppo di giovani neonazisti.

Il suo primo romanzo, I segnalati (ispirato a un’opera del compositore austriaco Franz Schreker), proposto nel 2013 da Fazi, è un’opera ambiziosa e piena di digressioni. Mentre, prima di Necropolis, ha pubblicato nel 2017 con Tunuè Tabù, un viaggio nella volontà di violare il comandamento “non desiderare la donna d’altri”.

Il suo ritorno sulla scena letteraria, porta invece il lettore a imbattersi della storia del Maresciallo Yarden che, arrivato a un certo punto della sua vita, deve decidere dove essere sepolto al momento della sua morte: se nella Necropoli Ovest (il cui motto è “Vivi per la morte”), o nella Necropoli Est (che invece ha come motto “Muori per la vita degli altri”).

È così che, accompagnato dal nipote Rama, dal segretario Pierre e dal negromante Max, fa un viaggio nell’oltretomba.

Un moderno Dante Alighieri, che si immerge da vivo in un aldilà popolato da artisti, filosofi, terroristi, rivoluzionari, per arrivare alla conclusione che è meglio non decidere, boicottare il libero arbitrio (divenuto la parodia di se stesso), oltre che strumento di controllo mentale, consapevole che la sua non scelta potrebbe mettere in crisi l’intero sistema. Ma a quale scopo? Forse, nell’essenza del dualismo forzato, e nel suo superamento, il Maresciallo ha scorto ciò che gli altri non hanno visto, o che forse vedono ogni giorno fin troppo bene…

Per gentile concessione della casa editrice ilLibraio.it pubblica un estratto del romanzo:

Salita la china si profila una porta monumentale dallo stile goticizzante. Il gruppo si ferma a contemplarla: nel suo ampio arco a sesto acuto imitato dai motivi aggettanti che incorniciano le grandi, desolate finestre del primo ordine, e risalgono sulla facciata fino a dividere con i vertici quelle del secondo ordine, due rettangoli smilzi e tetri, sfoggia una nobiltà e un ingegno che con molta malinconia, chi abbia conosciuto gli ultimi, malati rampolli del casato nella cui tomba stanno penetrando, doveva rinvenire frantumati sotto la macina delle generazioni. Un segno di questo morbo distruttivo è evidente nell’orologio, il cui quadrante è nudo, i bracci arrugginiti sono stati divelti e conficcati nel terreno come lugubri pietre miliari, poco oltre l’arco.

Il gruppo, con in testa Pierre, entra nella landa dei morti Valdegamas. Qui è sepolta l’intera stirpe, estintasi con l’undicesimo Barone di Valdegamas e la Baronessina sua figlia. Yarden conobbe il Barone in gioventù, all’epoca dei sequestri politici. Il castello del Barone aveva le prigioni colme di NecrEst. Tutti sapevano, ma polizia e militari si guardavano bene dall’entrare nei terreni del Barone. Solo quando trapelarono testimonianze raccapriccianti circa le sevizie che la Baronessina, addestrata dal padre, praticava sui prigionieri, fu avviata una completa opera di pulizia. La repressione, non avendo mai avuto una così splendida occasione di flettere i muscoli, fu sanguinosa, il Barone e la Baronessina morirono con decine di prigionieri. Uno dei maggiori massacri nella storia del Campo Terzo.

Entrati in una costruzione ibrida tra tempio pagano e cappella imperiale, superato un vasto atrio vuoto e semibuio, il gruppo emerge in una sala in marmo bianco che abbaglia per gli illuminelli delle centinaia di candele votive fittamente schierate. Su un largo tavolo di marmo che ricorda un altare, inastate su picche di plexiglas, ci sono le tsantsa del Barone e della Baronessina, quest’ultima poco più grande di una noce.

Nonostante la tsantsa della Baronessina sia più piccola, i suoi denti sono più impressionanti e sembrano più grandi, più aguzzi, ma è solo un effetto della particolare lavorazione della testa.

«Max, tocca a lei» dice Yarden con il volto colorito dall’ardore delle candele.

Max dà la solita raccomandazione al Maresciallo di pensare con la massima concentrazione al Barone e alla Baronessina, quindi, come prima, si denuda il torso in due fasi ben distinte, togliendosi prima la giacca, poi la camicia, pronunciando nel frattempo con tale rapidità la formula di risuscitamento che, seppure il volume fosse più alto, non si comprenderebbe una sillaba. A petto nudo, il robusto negromante cammina in uno strettissimo sentiero tra le candele e si avvicina alla testa del Barone, si porta le mani alla bocca e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Fa altrettanto all’orecchio della Baronessina. Sul fondo del marmo immacolato e lucente la sua figura, mentre compie questi gesti che ricordano il gioco del telefono senza fili, si profila variamente distorta ma nettamente sagomata come ombre cinesi. Dopo avere inviato i suoi annunci, Max si ritira, indietreggiando cauto tra le vivaci fiammelle delle candele, sempre osservando le teste.

La tsantsa della Baronessina spalanca gli occhi.

«Chi mi chiama?»

Yarden non riesce a evitare un brivido quando, dopo decenni, risente quella voce piccola ma squillante, la più mal nata che abbia mai udito in vita sua. Una bambina di otto anni, magrissima, dalle caviglie di grissino («Mia figlia è troppo orgogliosa per abbassarsi al nutrimento» la pungeva il Barone), generalmente brutta e graziosa solo quando con sforzo si toglieva dalla bocca carnosa un sorriso spontaneo che scopriva la dentatura sciaguratamente affilata, che era stata fin da piccola educata dal Barone perché sbocciasse come una torturatrice sopraffina. In realtà, era difficile valutare se gli insegnamenti pervertiti del padre non si inscrivessero su una tavola morale congenitamente deturpata, ma lo si poteva ragionevolmente concedere. A Yarden piaceva pensare che era stata la Baronessina, con tutte le risorse di un’eccezionale grandezza nel male, a chiamare la corruzione del padre. Se Ivan Karamazov l’avesse conosciuta, avrebbe potuto quasi trovare scampo dai suoi distruttivi sillogismi considerando da vicino quell’esempio di male non verso i bambini, ma nei bambini. Del resto, il Barone, prima della nascita della Baronessina, era stato solo un estremista reazionario non peggiore di tutti quelli della sua casata, mai scivolata prima, tanto ingloriosamente, nella palude del sadismo. Quel peculiare legame tra un padre già piuttosto anziano e un’unica figlia amatissima e viziata, il suicidio della madre affetta da disturbo borderline in un’escursione in mongolfiera, la solitudine nel castello e lo scontro terroristico, tutto ciò aveva predisposto il teatro ideale per la vena sadica degli ultimi due Valdegamas.

Come una volta aveva detto il Barone, in uno dei pranzi nel castello, a Yarden: «Appellativi quali “eccentrico”, “patologico”, “psichiatrico”, di cui vengo sempre più spesso onorato sui giornali, precedono regolarmente qualsiasi grande evento nella storia».

Insomma, si era convinto che lui e la Baronessina fossero all’avanguardia della storia, anticipando il fronte d’onda del tempo, proprio perché erano pazzi.

Felicemente pazzi.

(continua in libreria…)

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