Scrittore e traduttore, Marco Rossari è l'autore di "Nel cuore della notte", un romanzo che unisce amore ed erotismo, poesia e politica, facendo sì che ogni gesto e ogni scelta diventi un atto d'amore irrevocabile per la vita stessa... - Su ilLibraio.it un capitolo dal romanzo

Scrittore e traduttore milanese, classe ’73, Marco Rossari ha lavorato per diverse case editrici e tradotto, tra gli altri, testi di Alan Bennett, Charles Dickens e Dave Eggers. Recentemente ha curato Racconti da ridere (Einaudi), una raccolta di racconti brevi firmati da grandi autori e autrici di tutti i tempi, da Umberto Eco a Margaret Atwood, da Mark Twain a Stefano Benni.

Il suo nuovo romanzo, Nel cuore della notte (Einaudi), è una storia d’amore intrisa di erotismo, poesia e politica, come se fossero facce di una stessa medaglia. La narrazione ha inizio in un paese tropicale, a bordo di una corriera instabile, dove due ragazzi, potenzialmente simili ma che stanno attraversando due diverse fasi della vita, s’incontrano: il più giovane viaggia con la sua ragazza, il più grande, grazie a qualche birra di troppo, ha una storia da raccontare.

Marco rossari nel cuore della notte einaudi

È la storia dell’amore che lo lega ad Anna, una ragazza dal passato doloroso che sognava di cambiare il mondo. Giornalista lei, coinvolta in politica con rabbia e passione, insegnate di giorno e poeta notturno lui, autore di versi erotici e passionali. Si sono già persi e ritrovati, quando una raccolta di poesie rischia di mandare per sempre all’aria la loro storia, che si consuma sul palcoscenico di una società incapace di salvarsi da se stessa.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un capitolo del romanzo:

Pencolavo sullo sgabello da un paio d’ore. La sera era scesa presto, carica di nuvole cupissime e leggere. Ho sentito entrare una coppia. Di norma mantenevo lo sguardo basso, captando a malapena le presenze, il vocio tranquillo di quel pub di periferia, gli scricchiolii delle sedie e dei tavoli alle mie spalle. Ero un uomo che beveva piano, non come un tempo. Leggevo. Avevo già vissuto cento vite. Ho percepito una voce e quella voce mi diceva qualcosa e, quando mi sono girato, ho visto Anna. Mi ha fatto un cenno con la mano, vagamente sorpresa. C’era con lei un uomo. Non un uomo: l’uomo. Hombre nuevo. Dovevo trattenere il sarcasmo. Ad ogni modo lei era cosí imbarazzata che non ha trovato la forza di avvicinarsi. Malvini non si è accorto di nulla. Sono rimasti lí per una mezz’ora, a sorridere e chiacchierare, con due birrette davanti. C’era intimità, si vedeva, e il fuoco di quel desiderio lontano si è ravvivato e affievolito nel giro di pochi minuti. Era cosí che funzionava. Un gran sollievo, tutto sommato. Guardavi il nuovo amore: nel suo caso Malvini, nel mio la pinta scura. E compativi tutti quanti, in quel mito di Sisifo che sono le relazioni amorose, almeno finché il masso una buona volta non ti schiacciava.

Sono usciti insieme – Anna non ha trovato la forza di salutarmi – mentre io cercavo di buttare giú il groppo a colpi di birra. Invece dopo una ventina di minuti la porta si è riaperta ed è spuntata lei, sedendosi sullo sgabello accanto al mio.

– Eccomi qua. Molto semplice. «Sembri la verità che esce dal pozzo», diceva Jean Gabin in Alba tragica. È stato cosí.

Anni dopo le avrei chiesto perché aveva deciso di litigare di proposito con Malvini, girato l’angolo, subito fuori dal locale, per tornare a sedersi accanto a un uomo sconosciuto, e lei: – Perché volevo sceglierti, non ti avevo mai scelto.

Ci eravamo trovati, ma non scelti. Anna aveva ragione. Due liceali che scendevano dall’autobus alla stessa fermata, che si trovavano a camminare fino a scuola, che passavano i pomeriggi insieme: due corpi rassicurati l’uno dall’altro, due bestiole che si erano abbracciate nella furia della giovi- nezza, che non avevano scelto di fare una figlia e neppure di farla morire e nemmeno di sopravvivere a quel lutto. Ci eravamo lasciati fluttuare fino a lí, alla deriva insieme, ag- grappati. E poi c’eravamo persi. La morte di nostra figlia aveva illuminato la casualità di tutto il resto: la nostra sto- ria d’amore, le camminate, baciarci, fare maldestramente l’amore, procreare, nascere nelle nostre famiglie informi. Adesso eravamo diversi, nuovi.

Io non ero io e lei non era lei. Io ero io e lei era lei. Io, lei. Lei, io. C’era ancora un po’ di estate, un’ondata di calore da esplorare piú a sud. E cosí siamo partiti per un piccolo viaggio di rinascita, di fiducia nuova nel nostro corpo.

Due sconosciuti.

In aereo, ricordo che Anna aveva una gonna bianca e una camicetta azzurra. Ai piedi, delle ballerine. Guardavo la sua pelle cosparsa di efelidi mentre dormiva. Accanto, sull’altro lato, avevo un vicino che aveva paura di volare e s’era calato sul viso una felpa.

Mi sono tornati in mente i quadri dove Magritte aveva coperto il capo a due amanti. Se non ricordo male, era una cosa legata alla madre, che era morta affogata ed era stata ripescata dall’acqua con una camicia da notte intorno al volto. Di quel quadro, di quella idea, esistono due versioni: in una gli amanti si baciano, nell’altra sono rivolti verso lo spettatore. Guardano noi, o meglio si lasciano guardare. In un’immagine, quella dove si baciano con il volto coperto, c’è un frammento di muro che fa da quinta e dietro si apre il cielo; nell’altra, il muro è scomparso e vediamo un paesaggio boschivo, un cielo nuvoloso e in fondo una striscia di mare. L’uomo è sempre in cravatta e la donna porta sempre un vestito scollato.

Quando poi sarebbe accaduto il vero disastro – lo scandalo della poesia, quello per cui ti ricordi di me – poco prima di partire e venire in questa parte di mondo, mi sarei ritrovato spesso a fissare quelle immagini in rete. In preda alla disperazione digitavo le parole nella stringa di ricerca e riempivo l’intero schermo con i due dipinti. Se lo dividevano equamente e potevo osservarli mentre simulavano quasi un movimento, prima si giravano verso lo spettatore e poi si baciavano, quindi si giravano di nuovo verso lo spettatore e poi tornavano a baciarsi, con il volto sempre coperto.

Forse l’amore è questo continuo movimento tra la coppia e il mondo. Guardarsi, essere guardati, guardarsi, essere guardati, non vedere niente, non capire niente, guardarsi. A volte riuscivo perfino a dimenticare che il mondo avesse avuto la meglio. A volte pensavo solo a quel bacio cieco.

La città era un tripudio di fiori, una luce soffusa irradiava dai teli stesi tra le case per addolcire il furore del sole. Camminavamo in un’atmosfera irreale, non c’erano quasi turisti. In un bar, il pavimento era sporco e colloso, il lungo bancone vuoto, il padrone seduto in un angolo a sfogliare un giornale. Al centro c’era solo un avventore, un tizio spelacchiato e malridotto, con gli stivali da vaccaro e una camicia bianca, un’aria da gaucho senza cavallo e senza pampa, con un problema d’alcolismo. In quella penombra noi bevevamo piano le nostre birre fresche e quell’uomo faceva un suo spettacolo. Aveva davanti a sé una bottiglia vuota e un bicchiere. Come una specie di ballerino di flamenco pieno zeppo di acquavite, un’aria da balordo e un tocco magico, quasi a ogni colpo di stivale contro il pavimento dava anche uno schiaffo alla bottiglia e la faceva roteare su sé stessa lungo l’asse verticale, in equilibrio miracoloso sulla base. Similmente a un ubriacone che rincasa beccheggiando da un lampione all’altro senza mai capitombolare a terra, la bottiglia cominciava a girare con un primo schiaffo e poi, non appena rischiava di perdere slancio, il Gaucho Alcolico assestava un altro schiaffetto alla base e la bottiglia riprendeva a traballare nell’altra direzione: altro colpo secco, altro schiocco prodigioso che rispediva il vetro in qua. Fuori la città respirava con i pochi passi dei curiosi e in quel chiaroscuro un artista ci mostrava il suo unico talento.

Finita la birra, abbiamo applaudito.

Abbiamo preso una stanzina che dava su un patio e da lí entrava quella luce che s’infilava dappertutto, rifratta dalle lamine del campanile che svettava al centro del paese e dalle scaglie baluginanti lungo il fiume che lo tagliava, e fino alla nostra pelle. Mistica della carne, devozione degli amanti. Tornavamo a fare l’amore in modo nuovo, piú consapevole, piú osceno, piú dolce. L’ombra dell’adolescenza era stata spazzata via da quella luce abbacinante. Ci amavamo contro madre natura, contro un’infezione nel sangue di una bambina, contro la religione della colpa. Di nuovo insieme. Piú cinici, piú forti. Piú vicini di prima, piú intimi.

© 2018 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

(Continua in libreria…)

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