In “Brillare”, nuovo romanzo di Silvia Dai Pra’ (che nasce da un’assenza), la vita è come un elastico: ti allontana ma prima o poi ti riporta indietro dove ci sono le radici. A Greto, nelle Apuane, un paese di poche case che negli anni si è svuotato, lasciando indietro solo i vecchi e i ragazzi senza direzione. Ma al malessere del paesino la protagonista ha solo sostituito il malessere della città. L’autrice narra una storia acuta di emozioni e dinamiche contemporanee (sul fondo, il tema del fallimento delle promesse)

“Qui c’è troppa gente che la sera cena da sola. E la gente che cena da sola diventa triste”.

Argo, dopo una lite in famiglia, sparisce nel nulla. Così almeno credono i compaesani, perché Argo ha un caratteraccio, è un vecchio solitario, uno che ama camminare, e dopo il bar Marietto, preferisce stare in pace per conto proprio.

Ma la figlia Bianca si intestardisce, non accetta la sparizione. L’assenza dura troppo, diventa sospetta, e Bianca inizia una ricerca ossessiva, tormentando polizia e vicini, puntando il dito contro chiunque, immaginando il peggio, un incidente, un omicidio, una verità nascosta. Bianca vede possibili colpevoli ovunque, persino tra gli amici della sorella Viola, un gruppo di giovani sfaccendati di provincia che coltivano quattro piantine di erba come fragile progetto di benessere.

Brillare di Silvia Dai Pra’ (Mondadori) è una storia che nasce da un’assenza.

Una storia che nasce da un’assenza

La scomparsa di Argo porta alla luce rimorsi, relazioni incrinate e vecchi conflitti, in famiglia e nella comunità.

Siamo a Greto, nelle Apuane, un paese di poche case che negli anni si è svuotato, lasciando indietro solo i vecchi e i ragazzi senza direzione. Per Bianca, precaria a Firenze con una borsa di studio universitaria, il piccolo mondo di Greto è insopportabile, un luogo senza una visione, una strada da percorrere, senza un’ambizione.

Lei però al malessere del paesino ha solo sostituito il malessere della città, nessun vero rapporto, la fatica dell’affitto, l’ambiente accademico fatto di giochi di potere e precarietà. Il suo desiderio di brillare urta di continuo con la difficoltà di una carriera che non decolla e con una realtà che la respinge sempre indietro. E allora non resta che mentire, il raccontarsi di essere felici a Firenze, anche quando non si ha nulla, perché l’alternativa sembra ancora peggiore.

“Lo sapevo come funzionava: ogni lamento conduceva all’offerta di una soluzione, e la soluzione era tornare, sempre”.

La sparizione del padre si prolunga per settimane, diventa un vuoto che costringe Bianca a ripassare dal via, stabilirsi in quel paese che per lei rappresenta tutto quello che si vuole lasciare alle spalle, insieme a una casa sporca, aperta agli sbandati, e a una sorella fragile incapace di accogliere la realtà. Guardando Greto, Bianca sente lampeggiare dentro di sé un solo imperativo: salvarsi il culo, cioè andarsene.

Attorno incombono le cave di marmo dal candore abbagliante e sempre esposte allo scavo, alla sottrazione continua, con la presenza quotidiana di camion e container a portare via un pezzo di universo e di memoria.

Anche Greto vive di una ferita aperta, sopravvissuto alla storia, stuprato da una strage nazifascista e poi lentamente tornato a vivere, consumandosi lentamente, come le cave che lo circondano, dove.

copertina di Brillare di Silvia Dai Prà

“La parola “marmo” viene da quello: marmarein, scintillare; e anche Argante significa lo stesso: lucente.

Nomen omen, diceva Argo – gli piaceva fingersi esperto di lingue classiche, lui che aveva fatto il professionale, e solo tre anni: io brillo come il marmo, diceva, come se quel nome glielo avessero dato per la sua brillantezza, e non per un nonno bruciato vivo dai nazisti”.

Come si vive dentro una mancanza

Brillare racconta come si vive dentro una mancanza, svuotati ma sognando di brillare: manca un presente in cui credere, manca un futuro da costruire e mancano relazioni che possano davvero riempire il vuoto. Christian è una storia zoppa fiorentina, il personaggio simbolo di un mondo accademico fondato sul compromesso, Orlando è un figlio di Greto che ha cercato altrove di brillare, è diventato avvocato, ma quell’altrove della performance e della competizione l’ha masticato e sputato indietro e Greto l’ha ripreso con sé, adottandone la resa, Bianca è una continua tensione di insofferenza, il vino per riuscire ad accettare la vita e quella permanenza a Greto. Perché la vita, nel romanzo, è come un elastico, ti allontana ma prima o poi ti riporta indietro dove ci sono le radici.

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La provincia e l’ambizione sono le grandi protagoniste della narrazione. Silvia Dai Pra’ alterna durezza a ironia, lirismo a quotidianità, costruendo un romanzo dove il desiderio di emergere, di spaccare il mondo, convive con il disprezzo di quello che si lascia indietro.

La lingua è concreta e ruvida, illuminata dalla letteratura, che è il mondo di Bianca, ma senza autocompiacimento, con una lucidità partecipe ed emotiva.

Mettendo al centro il territorio e la famiglia, che attraggono e respingono in forze contrastanti, Brillare è una storia acuta di emozioni e dinamiche contemporanee. Sul fondo c’è il tema del fallimento delle promesse, di una terra che esiste per essere portata via a pezzi e per diventare zona di protesta, di una società di bandiere e slogan ma incapace di comunicare, di un mondo che alleva generazioni di randagi arrabbiati o ansiosi, in fuga verso un sogno che economia e cultura non sono più in grado di garantire. Silvia Dai Prà racconta un mondo logorato, privo del sostegno di una comunità nella quale riconoscersi, dove la precarietà non è solo lavorativa ma esistenziale.

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Siamo fatti dei nostri luoghi e della nostra storia, e impariamo a brillare senza riuscire a salvarci completamente.

Forse la verità è che è impossibile brillare da soli.

“Allora mi mettevo alle sue spalle, gli appoggiavo la mano sul collo e lui si lasciava un po’ andare, quasi ci bastasse percepire la presenza del corpo dell’altro perché il mondo tornasse a brillare”.

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