Attraverso immagini quotidiane e riferimenti alla propria esperienza personale (e ad altri libri e film), Ilaria Padovan, al debutto nel romanzo con “Marla”, in questa riflessione si interroga sul rapporto tra corpo, destino e visibilità, mettendo in discussione il confine tra ciò che viene visto e ciò che resta ai margini. Dalle sue considerazioni emerge il concetto dei “NoDest”, che “non indica solo chi è senza destino, ma chi ne ha perso la grammatica, la direzione”. Corpi “costretti a sanguinare, insalvabili, nemmeno più dalle madri”. Per cui “non c’è salvezza nemmeno nell’amore…”
Avete presente le tazze con il cerchio marrone perché riempite di troppo tè e lavate troppo poco; i contenitori per conservare il cibo con la patina arancione di un sugo che non se ne andrà mai; le persiane scorticate dal sole con il legno diventato una serie di cocci aguzzi di malcuranza?
Sono cose che succedono col tempo. Con l’incuria.
Ci sono persone che nascono così: il tempo ha già rovinato tutto, da generazioni, non si azzera solo perché nasci di nuovo.
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Chi sono i NoDest?
Li chiamo NoDest. È una parola che non esiste, come loro.
Per me, non indica solo chi è senza destino, ma chi ne ha perso la grammatica, la direzione, l’idea stessa che qualcosa debba andare da qualche parte. Non è mancanza, piuttosto deviazione continua, un modo di stare al mondo senza coincidere con ciò che dovrebbe accadere.
NoDest: perché riecheggia come un puntino su una cartina geografica, perché quando devono spiegarti qualcosa ripetono spesso da dove vengo io – e non importa di dove sono, vengono tutti dalla periferia, dove niente arriva mai completamente, e non vanno da nessuna parte.
I NoDest sono quella roba lì, con la sensazione precisa che qualcosa stia per succedere e, invece, non cambia niente.
Guardare è normale, vederli è una scelta – e scegliere è sempre un atto violento.
La periferia non è mai “sfondo sociale”
La mia famiglia è radicata nella provincia veneta. Io sono nata in quella lombarda. E la periferia non è mai “sfondo sociale”, ma piuttosto una sorta di pressione fisica, qualcosa che ha a che fare con la pelle – tagliata, tatuata, cicatrizzata – prima ancora che con la biografia. Corpi che hanno l’unica scelta di lasciarsi attraversare oppure respingere, ma che difficilmente diventano storie.
E, se il corpo diventa linguaggio prima delle parole, è da lì che si deve partire.
Dalle mani che hanno pulito le case degli altri e a cui nessun unguento leverà mai il ruvido della necessità. Dalle smagliature che non sono increspature di mare, ma strappi di altre mancanze. Dalle ossa che vogliono squarciare una pelle troppo aderente.
Corpi costretti a sanguinare, come ci ha raccontato Marco Philopat (Costretti a sanguinare, 1997, Shake edizioni), ma senza più niente a cui ribellarsi: schiacciati, annientati. Qui, si tratta più di una questione di sopravvivenza. È un modo per “evitare che si senta tutto” (Il non detto, Carlo Crosato, Eretica, 2022).
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Insalvabili, nemmeno più dalle madri. Lo raccontano libri diversi – e tanti – recentemente: i Centomila tulipani (Elisabetta Giromini, Morellini, 2024), Il nome della madre (Roberto Camurri, NNE, 2020), o ancora l’oscenità di Cos’hai nel sangue (Gaia Giovagnoli, Nottetempo, 2022), “lo spada sul banco della pescheria” di Antonio Franchini (Il fuoco che ti porti dentro, Marsilio, 2024).
Non c’è salvezza nemmeno nell’amore.
Amore che, qui, non è quello che immaginiamo. Non un’alternativa. Non un’uscita. Tiene insieme, sì, ma non nel modo “giusto”, tiene insieme come altre cose, tipo la rabbia.
O come può legare l’abitudine: si resta perché si è già rimasti troppo a lungo, perché andarsene richiede una forza che non si ha.
Come in Heaven Knows What (2014), dove l’amore è un bisogno che non distingue più tra cura e dipendenza, tra voler bene e farsi male. Non c’è un prima sano a cui tornare. C’è solo qualcosa che continua. O, ancora, in Kids (1995), dove abbiamo di nuovo corpi, corpi che si cercano senza mai incontrarsi: si attraversano, si consumano e poi restano lì, identici a prima.
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Se la periferia è ovunque, i centri solo dei puntini e la geometria ci insegna che i punti non hanno dimensione, allora, credo non ci si debba permettere il lusso della distanza.
Piuttosto, provare a esporre, a costringere la ferita a non rimarginarsi, a costo di riaprire la pelle rosa con le unghie quando parliamo di chi non trova posto ma ha lo stesso nostro lento scorrere del sangue sotto la pelle.
Non è selezionare le immagini con i semafori che ci rende umani. È accettare di rimanere, anche davanti a ciò che non riusciamo a ordinare, né a raccontare fino in fondo.

Il romanzo di Ilaria Padovan è uscito nella collana di “letteratura underground” di Pigdin, a cura di Mattia Grigolo
L’AUTRICE – Da ragazzi si sono trovati in una periferia, due scarti uniti da una rabbia ardente. Lui vive in una casa famiglia e sogna soltanto un giubbotto caldo. Marla ha il malesangue, brucia quaderni, cava gli occhi alle bambole; sua madre pretende di curarla affogandola.
I due protagonisti di Marla, romanzo di Ilaria Padovan, in libreria per Pidgin Edizioni, si sono scambiati promesse impossibili, ma poi arriva il fuoco, e lui sceglie di sopravvivere dimenticando.
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Anni dopo, lui lavora per una ditta di sgomberi: entra nelle case dei morti, le svuota, cancella ogni traccia. Vive in prestito, nel letto di Ludovica, ripetendo giorni tutti uguali. Finché un appartamento non gli restituisce l’odore dei ricordi che credeva inceneriti. Marla ritorna per rinfacciargli le promesse infrante. Ma forse, in fondo, non se n’era mai andata…
Con questo romanzo Ilaria, che collabora con diverse riviste, tra cui Limina, Il Tascabile, The Vision, minima&moralia e Treccani Lingua italiana, esordisce in libreria.
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