Le polemiche per il Nobel per la letteratura del 1989 e il rapporto controverso con la dittatura franchista da una parte; dall’altra la poetica del “tremendismo”, tipica di una certa letteratura spagnola in quei decenni difficili, e incentrata su una narrazione grottesca degli aspetti più torbidi e violenti dell’esistenza (quasi una forma larvata di opposizione): l’uscita di “Cristo versus Arizona” (un romanzo apocalittico, sul fallimento di civiltà e religione di fronte alla brutalità della frontiera, che fa uso di tutte le tecniche del modernismo, e in cui Cristo è la metafora di una redenzione impossibile di fronte a nichilismo e violenza) è l’occasione per rileggere Camilo José Cela (1916 – 2002), autore di capolavori come “La famiglia di Pascual Duarte” e “L’alveare”

Un anno prima del Nobel del 1989, che scatenò una ridda di polemiche, Camilo José Cela pubblicò uno dei suoi libri più complessi e forse discutibili, Cristo versus Arizona: 200 pagine in uno stile modernista che qualcosa deve, più che a Joyce, a William Faulkner; nemmeno un punto fermo, solo virgole a scandire una sorta di lunghissimo monologo interiore (o come distinguono i narratologi, monologo recitato) dove un personaggio dal nome persino incerto, Wendell Espana, parla di sé, dei suoi ricordi e della cittadina di Tombstone (siamo a inizio ‘900), rievocando fra l’altro il celebre duello all’O.K. Corral di una ventina d’anni prima, divenuto poi un classico dell’epica western americana. Lo fa dal tipico punto di vista del cosiddetto narratore inattendibile: “Vi assicuro che non racconto balle, sono rimasto senza sapere chi ero, da dove venivo, cioè chi erano i miei genitori fino ai venti, ventidue anni, mi ha riconosciuto mia madre che faceva la puttana a Tombstone”.

Cristo versus Arizona di Camilo José Cela

Cristo versus Arizona di Camilo José Cela (Utopia, traduzione di Tilde Riva)

Cristo è la metafora di una redenzione impossibile di fronte a nichilismo e violenza

Il flusso di parole crea una sorta di caotico mosaico, dove saltano i tempi e la cronologia, gli episodi principali tornano anaforicamente nel racconto, la violenza e il grottesco sono il tono dominante di una litania di polvere e sangue. La polvere è quella dell’Arizona, polvere che uccide.

Cristo è la metafora di una redenzione impossibile di fronte a nichilismo e violenza, in un contesto dove, ad esempio, viene rievocato il padre del narratore (un farabutto, va da sè) che ammazza senza motivo a un povero disgraziato, affermando che “non vale la pena di uccidere nessuno, nemmeno di morire, non c’è niente o quasi che valga la pena, né di uccidere, né di morire, e nemmeno di alzare la voce“. La vittima, il “cholo” Zuro Millor – qui il termine è usato per indicare con una nota di forte disprezzo un meticcio –  è un poveraccio, malato, che sputa sangue e si sollazza con una bambola gonfiabile; di suo non è un problema per nessuno, ma per tutti è qualcosa di spregevole che va cancellato dal mondo.

La sua morte insensata torna ciclicamente nelle pagine, come un leitmotiv, accanto ad altre si direbbe infinite e ossessive (del resto i personaggi sono più o meno duecento, fra banditi, prostitute, ubriaconi, impiccati, allevatori, prepotenti, maniaci sessuali, cacciatori di serpenti, osti e ostesse, sceriffi di dubbia integrità), come quelle sull’epica dell’O.K. Corral, qui ridotto a una cieca sparatoria di pochi istanti in cui ancora una volta si muore per caso, e può valere come esempio ritornante della sua prosa: “Mezzo minuto scarso, il tirassegno in cui la morte ballò con disinvoltura il suo sinistro can-can, queste storie di sfide sono sempre inventate o perlomeno lo sembrano, perché la successione precisa di ogni istante nessuno può saperla e tantomeno ricordarla, la sfida all’O.K. Corral di solito la si spiega così come la raccontava Wyatt Earp, il Leone di Tombstone che fu l’ultimo a morire e nessuno poteva contraddirlo, a me pare che a volte aggiungesse un po’ di farina del suo sacco o che si inventasse dei particolari”. E questi soprannomi, ripeterà in vari passaggi sulla vita di Earp, fino alla morte per tisi in uno squallido albergo, non si conquistano per caso.

Copertine dei libri di Camilo José Cela

I libri di Camilo José Cela già riproposti da Utopia

La poetica del “tremendismo”

Siamo alla poetica che Cela battezzò “tremendismo”, tipica di una certa letteratura spagnola durante la dittatura franchista, incentrata su una narrazione grottesca degli aspetti più torbidi e violenti dell’esistenza: una forma larvata di opposizione, e il curioso è che lo scrittore servì il regime durante la guerra civile, proprio come censore. Questo e altri aspetti della sua vita – per esempio il proporsi, ventenne, come spia: replicò alle accuse osservando che doveva pur mangiare – emersero ovviamente di lì a poco, con il Nobel.

Un ampio riassunto è offerto da Hans Magnus Enzensberger in un ritratto pubblicato peraltro postumo all’interno di Artisti della sopravvivenza (la traduzione Einaudi è del 2022, l’edizione tedesca è del 2018), che ce ne offre, ovviamente nell’ambito di una costellazione d’altri con caratteristiche simili, un ritratto assai poco lusinghiero, facendone un perfetto esempio di “artista della sopravvivenza” (Überlebenskünstler), personaggio camaleontico capace di destreggiarsi tra la censura del regime franchista e il successo internazionale fino alla vittoria di Stoccolma. Non fu il solo, come sappiamo, della sua generazione; molti altri in Europa ebbero storie simili e maggiori o minori fortune postume.

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Il rapporto controverso con la dittatura franchista

Cela non poté ovviamente replicare, almeno in quel caso: era morto nel 2002 senza vedere peraltro la fine di un banale processo per plagio, che non giovò alla sua immagine. Va comunque detto a sua difesa che il regime cui aveva aderito da giovane lo aveva poi messo ai margini, per esempio censurandolo spietatamente: il suo romanzo più famoso, La colmena (L’alveare), vietato sulle prime in Spagna, uscì in Argentina nel ’51 e costò all’autore l’espulsione dalla Asociación de la Prensa de Madrid e perfino una sorta di bando dai giornali: non si poteva nemmeno menzionarlo.

Ciò non gli impedì, come suggerirono i detrattori, di fare “soldi a palate”. È stato in effetti popolarissimo. Il suo tremendismo era sostenuto da una quasi sempre provocatoria presenza pubblica e, nei romanzi di successo (per esempio La famiglia di Pasqual Duarte), da robuste trame e dialoghi a effetto, ben calcolati. In Cristo versus Arizona sembra quasi rispondere al desiderio di fuggire da un cliché, di cambiare tutto, di sfidare se stesso e i lettori con una scrittura sorprendente – ma anche di sfruttare una nuova atmosfera di libertà, con la fine del franchismo (nel ’75).

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Il contesto storico del vecchio West, sottratto all’epica cinematografica ma anche letteraria, diventa uno specchio universale: e il deserto americano il palcoscenico ideale per rappresentare una costante storica, l’immutabile brutalità della natura umana, sia nell’America di fine ‘800 sia, sembra suggerire, nella Spagna del ‘900. Ecco allora un romanzo apocalittico, sul fallimento di civiltà e religione di fronte alla brutalità ma anche al nichilismo della frontiera, che fa uso di tutte le tecniche del modernismo.

Resta il dubbio, o l’interrogativo, se non sia, la sua, un’applicazione un po’ strumentale, diciamo a freddo. Ma quest’ambiguità si direbbe connaturata all’autore. Tremendamente abile, forse un po’ troppo tremendo.

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Fotografia header: Camilo José Cela (foto GettyEditorial)

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