È il prete (o ex) più chiacchierato d’Italia anche se lui si definisce semplicemente un missionario. La sua scelta di andarsene ha diviso il mondo cattolico (e non solo). Molto seguito su Instagram, YouTube, Facebook e TikTok, il 32enne Don Alberto Ravagnani, autore del libro “La scelta”, si racconta a tutto campo: “Oggi la vita della Chiesa ruota tutta attorno ai preti, c’è un clericalismo imbarazzante. Fintanto che non cambia questo, la vita della Chiesa non cambierà…”. E ancora: “Il problema del seminario è che ti separa dalla realtà e ti porta in un contesto artefatto… la libertà e la soggettività non vengono considerate”. E sul futuro: “Sono molto fiducioso: credo che la vita e Dio riusciranno ancora a sorprendermi…”
È il prete (o ex) più chiacchierato d’Italia, anche se lui si definisce semplicemente un missionario. La sua scelta di andarsene ha diviso il mondo cattolico scatenando, soprattutto sui social, un ampio dibattito. C’è chi lo vede come una Cassandra e chi come un “giovanotto” impegnato più in rete che dal pulpito. C’è chi lo difende, sottolineando la sua capacità di attrarre i giovani e annunciare il Vangelo con un linguaggio fresco e in sintonia con il mondo di oggi, e chi, invece, lo attacca, considerandolo immaturo. Il mondo laico – in uno schema già visto – lo ha in alcuni casi “coccolato” più per cercare qualche appiglio per attaccare la Chiesa che non per approfondire realmente il suo percorso.
Don Alberto Ravagnani, 32 anni, ordinato prete nel 2018, più di 600mila follower tra Instagram, YouTube, Facebook e TikTok, a fine gennaio ha annunciato di aver lasciato il sacerdozio e il suo incarico di vice parroco della chiesa di San Gottardo a Milano, sui Navigli, dopo anni di riflessioni e di rapporti anche tesi con la Curia. Ha spiegato le sue ragioni in diversi modi: con un libro, La scelta (SEM), pubblicato a febbraio e dove si firma come “don Alberto”, un libro che più che a un’autobiografia somiglia al resoconto di una lunga seduta in analisi; con un video pubblicato su YouTube e andando ospite in diversi podcast e trasmissioni televisive: da PoretCast (il podcast di Giacomo Poretti, ndr) a In altre parole di Massimo Gramellini su La 7 e TvTalk su Rai 3.

Come dobbiamo chiamarla: don Alberto o Alberto?
“Come preferisce”.
Qual è il suo primo ricordo da ragazzo legato alla fede?
“Il giorno della Prima confessione. È stato un trauma entrare nel confessionale e parlare con quel parroco. Ho provato un grande disagio, e anche una certa ansia”.
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Perché la metteva a disagio?
“Mi sembrava di entrare dal medico, tutti in fila, con le catechiste che ti sbattevano dentro al confessionale. Dovevi entrare in questo luogo chiuso, dove c’era questo prete che non aveva un buon odore e che mi guardava arcigno. Non era particolarmente simpatico né accogliente, anzi, sembrava che non gli fregasse niente di me e di quello che volessi dire. Ho detto le mie cose, non mi ha detto niente, mi ha assolto e mandato via. È stato veramente come andare dal medico. Nonostante, da bambino, credessi a tutto quello che mi avessero detto, rispetto al valore della confessione che toglie i peccati, che ti rende più libero, eccetera, eccetera, forse, a posteriori dico che non è quel modo di far percepire il valore di un sacramento a un bambino”.
Ha un ricordo più bello?
“Il giorno della Prima comunione mi sentivo più felice e libero. Ricordo la sensazione molto positiva”.
Che fede era la sua?
“Molto tiepida, la mia famiglia non era particolarmente credente”.
Quando arriva la svolta?
“Avevo quasi 17 anni ed ero in vacanza estiva con i ragazzi dell’oratorio. In quei giorni avevo preso consapevolezza del fatto che non mi sentivo voluto bene e che questo era l’origine dei miei problemi. La mia vita era in crisi ma non capivo esattamente quale fosse il bandolo della matassa. Allora decisi di confessarmi”.
Di nuovo la confessione.
“Sentivo di dover parlare con il don e tirare fuori questa cosa. È stato un momento davvero spartiacque per me. Più confessavo di sentirmi triste, più mi sentivo felice e leggero. Più confessavo di non sentirmi voluto bene e più mi sentivo abbracciato, compreso, come avvolto da un amore grande. Dopo l’assoluzione è cambiato tutto. Da introverso sono diventavo estroverso, non ero più ripiegato su me stesso, ho iniziato a fare un sacco di cose in oratorio, a essere molto più propositivo con i miei amici. Un cambiamento totale. Con il passare dei giorni mi tornavano in mente i canti della Messa e le parole del Vangelo”.
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Un cambiamento radicale.
“Dio è entrato a poco a poco nella mia vita e l’ha fatta cambiare. Sentivo una sorta di attrazione verso l’alto, come se Qualcuno mi stesse guardando”.
Quando ha pensato di diventare sacerdote?
“Un giorno mi sono chiesto ad alta voce: ma se da grande facessi il prete? E allora ho iniziato a pregare. Prima non pregavo e non sapevo niente di Gesù. La mia conversione è stata una conversione a Dio, non alla Chiesa cattolica. Non volevo diventare prete. Anzi, guardavo il mio don e dicevo: ‘Non voglio diventare come lui”.
Poi però ha cambiato idea.
“Ho iniziato a chiedermi cosa potessi fare, che cosa c’entrasse con me. Così è arrivata l’idea di diventare prete. In quel momento mi sembrava il modo migliore per corrispondere pienamente al dono che Dio mi aveva fatto. C’era una ragazza che mi piaceva, i miei genitori erano assolutamente contro. Avevo una paura matta di perdere i miei amici”.
Che ricordo ha del suo primo giorno di seminario?
“Un senso di spaesamento e di preoccupazione. Mi sentivo come un pulcino bagnato che non sapeva bene cosa gli sarebbe successo. Poi, un po’ alla volta, mi sono ambientato, mi sono sentito bene, accolto, compreso. Credo che la fatica dell’impatto iniziale sia servita per farmi capire che iniziava una vita nuova”.
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Il seminario è un’istituzione antichissima. Oggi funziona ancora?
“No”.
Quando l’ha capito?
“Quando sono uscito e ho scelto di vivere con dei ragazzi che erano in discernimento vocazionale. Abbiamo vissuto in una casa a Milano, vicino alla chiesa di San Gottardo al Corso, mentre facevano la vita insieme ai loro coetanei, in un contesto sociale pubblico, non fuori dal mondo. Il problema del seminario è che ti separa dalla realtà e ti porta in un contesto artefatto dove vieni formato a una vita che non è la tua e dove la tua soggettività non viene adeguatamente valorizzata. Spesso la propria personalità viene vista come un ostacolo, una minaccia alla forma del prete che si suppone essere già definita da certi canoni ai quali tu devi semplicemente aderire. In un contesto come il seminario la libertà e la soggettività delle persone non vengono considerate e neanche prese sul serio”.
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Lei ha abbandonato il sacerdozio, però ha dichiarato che resterà prete in un altro modo. Che significa?
“Ho preso atto del fatto che siamo in un momento storico in cui il cristianesimo non conta più come un tempo, la secolarizzazione è un processo ormai concluso. Tutto questo, però, non è la fine del cristianesimo, è la fine di una stagione del cristianesimo. Adesso ne inizia un’altra”.
Sembra che stia svicolando dalla domanda…
“No. Mi faccia finire”.
Prego.
“Se il cristianesimo deve ripensarsi e superare sé stesso, di conseguenza devono farlo anche i ministri della Chiesa. Oggi la vita della Chiesa ruota tutta attorno ai preti, c’è un clericalismo imbarazzante. Fintanto che non cambia questo, la vita della Chiesa non cambierà”.
Non sta dando troppa importanza ai preti? In fondo, nella Chiesa non ci sono solo loro.
“Se continuiamo a rappresentare i preti come gli uomini del sacro, legati per forza al celibato per poter vivere il ministero, e se attorno ai preti maschi si concentra tutto il potere della vita della Chiesa, allora penso che concretamente la Chiesa non cambierà. E, di conseguenza, neanche il cristianesimo riuscirà a evolversi in una fase nuova, più adeguata a questa epoca storica. Per questo credo sia necessario cambiare”.
Lei rappresenta il cambiamento?
“Io ci metto la mia faccia: provo a essere un prete che non fa il prete secondo i canoni tradizionali, un missionario del Vangelo di Gesù che vive tutto questo secondo forme, schemi e modalità nuove. Non so esattamente che cosa mi toccherà, ma so che sarà qualcosa di completamente diverso. E non è in gioco soltanto il mio modo di essere prete, che sarà diverso rispetto al passato: qui è in gioco un modo nuovo di essere Chiesa e un modo nuovo di essere cristiani”.
Faccia qualche esempio di questo cambiamento che ha in mente.
“Penso ai missionari che andavano in terre straniere, a contatto con lingue e culture diverse. Penso alle stagioni della Chiesa in cui partivano e non tornavano più, raggiungevano luoghi e contesti completamente differenti. Oppure penso ai primi tempi, all’età degli apostoli, a San Paolo e agli altri: lavoravano, avevano famiglia, creavano comunità attorno al messaggio di Gesù, non attorno a riti e tradizioni, perché ancora per fortuna non c’erano. Tutte queste realtà sono nate così. La frattura storica che stiamo attraversando è epocale e richiede di riconsiderare profondamente tutto. Non so concretamente che cosa succederà, ma so che voglio vivere la mia vita seguendo il messaggio di Gesù e cercando modi nuovi perché quel messaggio possa attecchire”.
Ci dica tre cose che farebbe per eliminare o ridurre il clericalismo nella Chiesa.
“Primo: eliminare il celibato. Secondo: riconsiderare il ruolo della donna. Terzo: eliminare la correlazione stretta tra potere e sacramento dell’ordine, per cui il potere nella chiesa sta in mano a chi ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale”.
Fa il picconatore della “casta” sacerdotale.
“La casta dei casti. Che poi non siano tutti casti questo mi sembra evidente”.
Ha detto che ci sono molti preti che vivono una doppia vita.
“Sì, è vero. C’è chi ha relazioni stabili, chi rapporti occasionali, chi vive dipendenze legate alla sessualità. Le forme possono essere diverse, però non me la sento di colpevolizzare nessuno. Semmai, quello che mi colpisce è l’ipocrisia che spesso ne deriva”.
Si fa finta di nulla?
“Il problema è che, in qualche modo, un prete finisce quasi per essere costretto all’ipocrisia. Come se non fosse possibile riconoscere di avere limiti, fragilità, fatiche. Tutto ciò che riguarda l’affettività e l’amore, per noi, sembra poter esistere solo nella forma della trasgressione. Ed è chiaro che una situazione del genere può aprire la porta alle doppie vite. E doppia vita non significa necessariamente avere una famiglia parallela. Molto spesso vuol dire che la mattina, dal pulpito, dici certe cose e parli in un certo modo, ma poi, quando chiudi la porta di casa la sera, vivi pensieri, parole e azioni che contraddicono ciò che annunci. Questo può nascere da tensioni, frustrazioni da sfogare, bisogni non corrisposti, dal peso del ruolo pubblico: da tante questioni insieme. Il problema vero arriva quando queste doppie vite emergono, quando fanno scandalo o finiscono per danneggiare gli altri. Lì, purtroppo, non c’è davvero scampo”.
Ha scritto che a un certo punto non sopportava più di dire Messa, che la sentiva come un rito estraneo o lontano. Ma nella Messa, al di là del format, diciamo così, si proclama il Vangelo, la Parola di Dio. Sentiva insopportabile anche quella?
“No, la mia non è una crisi nei confronti della Parola di Dio, né del rito in sé. È piuttosto un disagio per il modo in cui, a volte, la Parola viene proposta, in maniera poco intelligente. Quando mi capitava di leggere brani dell’Antico Testamento o delle Lettere di San Paolo che francamente risultano poco comprensibili se non vengono spiegati, avevo l’impressione che potessero passare messaggi fuorvianti, persino non allineati con il messaggio di Cristo. In quei casi, quella parola diventava per me davvero difficile da mettere in pratica”.
Si spieghi meglio.
“C’è una certa idea della Messa che insiste molto sul sacrificio. Un Gesù che si sacrifica per i nostri peccati, una vittima che si immola per noi; l’idea che siamo tutti una massa di perduti che devono riconoscere continuamente i propri peccati. Nel Rito Ambrosiano il Kyrie eleison (Signore pietà, ndr) ritorna di continuo, è dappertutto. Questa insistenza sul peccato dell’uomo, sulla dannazione e su una salvezza legata soprattutto al sacrificio di Gesù, secondo me oggi molte persone non sono più disposte ad accettarla. E penso anche che non sia l’unico modo, né necessariamente il più vero, di interpretare il cuore del messaggio cristiano”.
Cos’altro c’è della Messa che non le piace?
“Al momento della consacrazione del pane il prete dice: ‘Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi’. Eppure quella parola, ‘sacrificio’, nella versione latina del Messale non c’è. Il testo dice semplicemente: ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi’. Lo stesso vale per le altre lingue: si parla di un corpo ‘dato’, non ‘offerto in sacrificio’. Quell’aggiunta, a mio avviso, è frutto di una scelta tutta nostra, maturata nel clima teso delle discussioni interne alla riforma liturgica. Non è un dettaglio neutro: le parole plasmano l’immaginario e, alla lunga, la teologia vissuta. Dire ‘dato per voi’ evoca un dono, una consegna d’amore. Dire ‘offerto in sacrificio’ sposta l’accento su una logica sacrificale. Questa sfumatura non è irrilevante. Perché da un certo modo di nominare nasce un certo modo di credere: un Dio che chiede sacrifici può facilmente alimentare sensi di colpa e dinamiche di sottomissione. E questo, per come lo comprendo io, ha poco a che fare con il volto di Dio che riconosco nel Vangelo”.
La Chiesa, vista spesso dall’esterno come un’istituzione rigida e monolitica, ha da sempre accolto al suo interno persone con sensibilità diverse, se non opposte: ribelli e contestatori, conservatori e progressisti, destra e sinistra, per usare categorie mondane. Ritiene che per lei non ci sia posto?
“Mi sento parte della Chiesa e non la lascio. Credo però che il cristianesimo e la Chiesa stiano attraversando una fase di cambiamento e debbano ripensarsi. Cerco di interpretare in modo diverso il ministero di un prete e di sperimentare come si possa vivere la fede in un mondo secolarizzato: un po’ come un incursore nel mondo, ma restando davvero immerso nella realtà che ci circonda”.
Si sente un missionario?
“Sì, ma in un mondo secolarizzato, e in un territorio in cui ho avvertito tutto il peso dell’istituzione e dei rapporti di potere nella diocesi, che faticava a comprendere il senso del mio operare. La mia missione non era portare la fede a chi ce l’ha già, ma arrivare a chi non la vuole avere secondo gli schemi dell’istituzione. Provavo a raggiungere queste persone, ma ho incontrato incomprensione”.
Si sente un ribelle?
“No, non ho mai litigato, non ho mai alzato la voce e non sono mai andato a protestare con il mio vescovo, come invece hanno fatto e fanno tanti altri preti, ma un certo punto questa tensione è diventata esasperante: da una parte volevo restare obbediente all’interno dell’istituzione, dall’altra sentivo che dovevo confrontarmi con la realtà. Nell’ultimo tratto del mio ministero, l’ascolto e la fiducia sono diventati difficili, e alcuni provvedimenti, alcune prese di posizione un po’ dure, mi hanno fatto capire che forse non c’era troppo spazio per me. Non do la colpa a nessuno in particolare, perché non c’è qualcuno con una colpa precisa: penso che il problema sia il sistema, qualcosa di più grande delle responsabilità di singoli”.
Tra i provvedimenti si riferisce al richiamo della Diocesi dopo la polemica sugli integratori?
“Sì, ne parlo nel libro. Per me quello è stato il sintomo che da quel momento in avanti le cose potevano diventare molto più complicate. Mi sono detto: se una situazione del genere porta a questa presa di posizione, cosa potrebbe succedere d’ora in avanti? Non potevo più rilasciare interviste, non potevo più partecipare liberamente ai podcast: in sostanza, veniva messa in discussione la mia libertà. Ho pensato che il rischio fosse chiaro: continuare così avrebbe solo peggiorato le cose. E stare buono e zitto non avrebbe portato a nulla di buono”.
Ma non è un po’ troppo per un sacerdote finanziare l’attività pastorale mettendosi a sponsorizzare prodotti sui social?
“Quell’episodio ha scatenato, per così dire, il ‘sistema immunitario’ della Chiesa. Di fronte al mio modo di esprimermi, forse anche discutibile e criticabile, mi sono ritrovato bloccato su molti fronti. Mi sono state dette cose terribili: che ero contrario al Vangelo, che stavo offendendo la Chiesa, che ero dalla parte del diavolo. Non dai piani bassi, ma da quelli alti, che sembrano più antichi dell’Antico Testamento, che sembrano non avere lo Spirito Santo. Sono stato accusato di offendere il lavoro di tutti i preti che restano in silenzio nelle loro parrocchie, accanto agli ammalati. Mai nella mia vita avevo sentito parole così dure e cattive, e me le hanno dette esponenti dell’istituzione stessa, solo perché ho avuto il coraggio di esprimermi in quel modo. A quel punto ho pensato: forse non mi state capendo, e se questo è un problema per voi, allora è meglio che me ne vada”.
Si è staccato anche dai suoi “colleghi”, i missionari digitali?
“La realtà dei missionari digitali, per quanto sincera e benintenzionata, ha dei limiti. Sono persone che parlano a chi è già cattolico, che usano i social come se fossero l’estensione della parrocchia. Fanno divulgazione cattolica, spiegano meglio cos’è il cristianesimo, parlano dei sacramenti, delle apparizioni, danno un punto di vista cristiano, ma quasi mai parlano a chi la fede non ce l’ha. Non sono missionari digitali: sono cristiani digitali, punto. Per me il termine ‘missionario’ sta su un altro piano. Perché sui social non basta avere un ruolo: devi essere credibile, devi essere catchy, devi saper comunicare. Stavo provando a parlare a quelli fuori, a essere davvero un missionario digitale. Questa è la mia visione. E quando ho provato a uscire dai soliti schemi, dai modi consueti, mi sono accorto che c’era chi si muoveva per fermarmi o ostacolarmi. E questo mi dispiace”.
Oggi come si definirebbe?
“In questo momento non voglio usare definizioni. Voglio liberarmi da ogni etichetta. Credo invece che sia importante pensare diversamente, fare cose nuove, aprire orizzonti nuovi”.
Qual è la critica che le ha fatto più male?
“Quella di chi ha messo in discussione la verità della mia vocazione, la serietà della mia formazione e la profondità della mia vita spirituale. Qualcuno ha cercato di delegittimare la mia vita, dicendo che la mia vocazione era falsa, che in seminario non avevo studiato abbastanza, che mi avevano formato male, che non avevo una vita spirituale, che non pregavo, tutto falsissimo. Capisco che sia difficile accettare che un prete serio e impegnato, come ero io, possa decidere di lasciare il ministero, perché una scelta del genere costringe le persone a interrogarsi su ciò che stanno facendo e sulla serietà del ministero che vivono”.
E l’elogio che le ha fatto più piacere?
“Di essere stato autentico. E questo, a volte, è molto difficile: ho parlato con grande verità di molti tabù che ancora nella Chiesa non si ha il coraggio di affrontare”.
Nel 2020, durante la pandemia, ha “fondato” Fraternità, una community trasversale di giovani che in questi anni è cresciuta e si ritrova ogni settimana in varie città per l’adorazione eucaristica. Che fine farà?
“Andrà avanti con le sue gambe. Credo sia giusto che siano i giovani a portarla avanti, a decidere loro forma e modalità. La vedo come un’esperienza di Chiesa ‘sulla soglia’: una Chiesa dove dentro ci sono l’adorazione, i preti che ti ascoltano, ma anche uno sguardo verso chi è fuori. Un’esperienza di Chiesa non cringe, dove se un ragazzo normale entra e fa anche un’esperienza tradizionale come l’adorazione dice ‘è bello, mi ritrovo’, allora funziona. Fa fraternità, non inventa cose nuove, ma le fa in maniera nuova, con il linguaggio dei ragazzi di oggi. E questo perché sono loro a fare tutto questo. Credo davvero che possa fare del bene a tutti. Mi auguro che la Chiesa prenda sul serio questa esperienza, al di là della mia scelta. Non vorrei che preti, parroci o vescovi pensassero: ‘Dato che Don Alberto ha fatto questa scelta, non do credito ai ragazzi, non do credito alle opere che ha fatto grazie a Fraternità’. Sarebbe un autogol pazzesco”.
I ragazzi di Fraternità si sono sentiti traditi dalla sua scelta?
“Qualcuno forse sì, credo sia normale. Il rapporto che c’era era molto forte e stretto e per tanti la mia scelta è stata un colpo che richiede tempo per essere elaborato. Allo stesso tempo, restano le istanze che ho portato e il bene che abbiamo vissuto insieme. Per questo penso che, col tempo, non verrà percepito davvero come un tradimento, ma piuttosto come una delusione, un passaggio doloroso che può essere superato. Credo molto nella Croce: quando Gesù è morto i discepoli sono scappati via delusi. Eppure poi è accaduto qualcosa che li ha rimessi in cammino. Credo in questo mistero e penso che, in qualche modo, anche questa delusione possa essere attraversata dalla logica della Croce e della Pasqua”.
È vero che ha mollato tutto perché si è innamorato?
“No, non è vero”.
Chi l’ha aiutata in questo percorso che l’ha portato a lasciare il sacerdozio?
“Ho incontrato diverse persone e seguito un percorso psicologico che mi ha aiutato a lasciarmi andare liberamente”.
Nel libro cita anche altri sacerdoti che le sono stati vicini, come padre Alberto Maggi e don Gigi Verdi, il fondatore della Fraternità di Romena, in Toscana, che accoglie credenti e no.
“Mi hanno aiutato molto, li ammiro perché sono preti liberi”.
Come si vede fra dieci anni?
“Non lo so. Dieci anni fa mi immaginavo un prete tradizionale, ma di certo non immaginavo che mi sarebbe accaduto tutto questo. Sono molto fiducioso: credo che la vita e Dio riusciranno ancora a sorprendermi”.
Qual è l’ultimo pensiero che fa la sera prima di addormentarsi?
“Quello che ho sempre fatto: leggo il Vangelo del giorno successivo e mi lascio cullare da quel pensiero”.
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