“Non sono una Ulisse, non sono l’eroe che pur di tornare ospita in sé l’erranza. Non sono una Abramo, alla ricerca della terra promessa…”. Così scrive di sé Erica Cassano, in libreria con “Duramadre”, il suo secondo romanzo. In questa sua riflessione, l’autrice, che torna dopo l’esordio con “La grande sete”, ragiona su cosa significhi provare (e non provare) nostalgia e si chiede dove si fa veramente ritorno: “Un posto, in fondo, ancora mi aspettava. Ma volevo davvero tornare o mi mancava solo la mia famiglia?”
Ho perso la mia nostalgia
L’ultima cosa che vedo del paese è l’isola di roccia e alberi che ristagna nel mare desolato. Ha la faccia triste di un cane che mi guarda andare via. Per fortuna lo strazio dura poco, subito il treno si infila nel budello nero della galleria e mi costringe al buio. Quando nei vagoni tornerà la luce, la Calabria sarà già lontana.
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La prima volta che me ne sono andata
La prima volta che me ne sono andata non sapevo che me ne stavo andando. Mi sembrava che spostarmi duecento chilometri più in su del mio posto normale non fosse una gran cosa. Andavo a vivere a Napoli, nella casa disabitata dei nonni. Lì avevo imparato a camminare, non mi spaventava attraversare di notte il lungo corridoio per andare in bagno, conoscevo ogni centimetro del marmo del pavimento. I fantasmi che risiedevano lì erano tutti fantasmi buoni.
Le cose presero a farmi paura quando iniziai ad andare da sola per la città.
La Circumflegrea che arrivava alla mia fermata, l’ultima prima del capolinea, carica di bestiame umano. Le aule dell’università in cui si sgomitava e si litigava per un ritaglio di gradino. La furia delle persone in strada e l’angosciante caldo autunnale.
L’amore che stavo perdendo.
Non mi rendevo conto di quanto fosse sbagliato, ritenere normale perdere un amore perché mi ero allontanata un po’. Ma la paura faceva meno paura, perché c’era sempre casa, la vera casa a cui tornare. I primi tempi furono un continuo su e giù, di duecento chilometri in duecento chilometri, per tenere insieme la vita che non mi rassegnavo a lasciare, le persone da cui credevo di dover tornare, e quella che stavo costruendo. Eppure mi piaceva, quella nuova vita.

L’autrice nella foto di Ilaria&Silvia Cianciaruso
Quando sono tornata indietro
La pandemia mi riportò indietro, nella casa vera, la casa da cui Napoli, ero convinta, mi aveva tenuto lontana. Ma allora era finita la paura della città ed era incominciata quella delle pareti che mi si stringevano addosso e del tetto che minacciava di pressarmi con forza il cranio, di prosciugare tutto ciò che c’era dentro.
Arrivò la solitudine, lo spazio vuoto delle persone che senza nemmeno voltarsi per un saluto mi avevano abbandonata. Era rimasta la famiglia. Ci passavamo l’amore come in un cuore atri e ventricoli si passano il sangue. Quando un membro si svuotava, un altro, contraendosi, provava a riempirlo di nuovo. Casa era l’amore in circolo, di nuovo.
Tutto ciò che era al di là delle pareti invece, il paese con le sue strade infestate, era diventato per me il deserto del male. Lì non potevo dimenticare il dolore, ma nemmeno diventare ciò che volevo diventare. Ma ero confinata, non potevo fare altro che aspettare. Ripresi a scrivere dopo un lungo periodo in cui avevo smesso. Non mi resi conto che era quello il modo in cui stavo andando via.
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La seconda volta che me ne sono andata
Meno di due anni dopo salutai i miei a Capodichino e allacciai la cintura di un aereo. Le mie cose erano pressate in un’enorme valigia arancione avvolta in una spessa pellicola verde. Temevo che esplodesse, che mutande calzini e maglioni piovessero su mezza Europa o finissero per annegare, pure loro, nel Mediterraneo.
A Parigi dividevo tredici metri quadrati con due ragni. Sulla finestra si intrecciava una ragnatela di strisce marroni di nastro adesivo da pacchi, perché la maniglia era rotta. Il risultato era che la finestra non era chiusa ma nemmeno aperta, che entravano gli spifferi acuti del freddo di febbraio senza che fossero sufficienti al ricambio d’aria. Anche allora andava bene così, perché sapevo che a casa mia le finestre si chiudevano, i ragni, quelli che c’erano, non erano minacciosi e le camere erano più ampie di tredici metri.
Un posto, in fondo, ancora mi aspettava. Ma volevo davvero tornare o mi mancava solo la mia famiglia? Un posto non ti aspetta. Le persone ti aspettano. Parigi correva, ma le mie gambe erano corte e per andare così veloce dovevo sforzarmi di più, studiare di più, leggere di più. Essere di più. Dovevo fare in modo che il mio luogo di origine mi scomparisse dalla testa e dal petto, che smettesse di ancorarmi al suolo mentre tutti, attorno, volavano.
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La terza volta che me ne sono andata
Arrivai a Torino l’autunno successivo all’estate in cui lasciai Parigi. Mi sembrò una gran cosa, perché mille chilometri da casa erano molti più dei primi duecento che avevo percorso. Avevo dimenticato il dolore e trovato un amore. Entrambi erano lontani da me. Il dolore nel tempo, l’amore nello spazio.
Imparavo come usare la mia scrittura e diventavo quello che da sempre aspiravo a essere. Una persona diversa da me stessa. L’accento mi era quasi sparito dalla voce, “non si sente che sei calabrese” era un bel complimento. Ma se non hai un accento vuol dire che non hai origini e se non hai origini vuol dire che non esisti.
A un certo punto non tornai a casa per cinque mesi e neppure mi accorsi delle settimane che andavano rapide e della confusione che facevo quando dovevo spiegare da dove venissi. Avevo lasciato pezzi ovunque, tutti i luoghi che avevo abitato e da cui ero andata via erano in debito.
Certo che ero diversa, di me non era rimasto quasi nulla. Avevo smesso di chiamare “casa” casa mia.
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La terra a cui fare ritorno
Usciamo dalla galleria, siamo di nuovo sotto la luce rigida del pomeriggio. Fuori i colori sono blocchi compatti. Azzurro, verde, grigio.
Il treno aumenta la sua corsa man mano che risale l’Italia e che incontra i giusti binari per l’alta velocità, che consentono di andare al massimo. Il sud è una lunghissima pista, di quelle in cui gli aerei prendono la rincorsa prima di decollare per davvero.
Mentre si sale da sud a nord, i colori sfumano. Giallo diventa marrone, il cielo si fa bianco. Nulla è definito, neppure io.
Non sono una Ulisse, non sono l’eroe che pur di tornare ospita in sé l’erranza. Non sono una Abramo, alla ricerca della terra promessa. Sono senza nostos. Ho perso la mia nostalgia.
Adesso so che me ne sono andata, non ho nessun posto in cui tornare. Il pensiero è urgente. Mi stacco dal sedile in cui sono ormai sprofondata da ore e appiattisco il naso contro il finestrino. Cerco l’isola che mi guardava triste, cerco il mare desolato. Al di là delle grigie incrostazioni sul vetro, vecchie lacrime di acqua sporca, non vedo niente.
Solo il liquido del paesaggio che diventa nuovo paesaggio, le terre indefinite in cui non mi fermo. Le persone mi mancano. Le persone mi mancheranno.
Mi immergo di nuovo nel mio sedile, sono risucchiata dagli schermi che sempre mi porto dietro. Parlo con mia madre, con le mie sorelle. Con le mie amiche e i miei amici “di giù”, sparsi ovunque. Solo i gruppi Whatsapp ci tengono insieme. Anche loro se ne sono andati dal paese, anche loro hanno cercato altrove un futuro che il sud non poteva dargli.
Chissà se hanno ancora la loro nostalgia.
Mi accorgo tardi che il cielo, da bianco, è tornato azzurro. Sono quasi a Genova, nella città multiforme. Non è casa mia, ma sul binario qualcuno mi aspetta. La verità è questa, penso: si scelgono le persone e non i luoghi, è l’amore la terra a cui fare ritorno.

L’AUTRICE E IL LIBRO – Erica Cassano, classe ’98, è cresciuta tra Tortora Marina e Praia a Mare e ha vissuto a Napoli, Parigi e Torino. Dopo la laurea presso l’Università Federico II, ha frequentato il master in Scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. La grande sete (Garzanti), uscito nel 2025, è il suo libro d’esordio, che è stato acclamato dalla critica e ha esordito primo in classifica.
Duramadre è il suo secondo romanzo: la storia ci accompagna nella vita di Celeste, una professoressa venuta da Napoli e approdata in un paesino della Calabria. La protagonista è arrivata lì per amore, ma nella casa di Tonio nessuno la tollera, con la madre e le sorelle di lui che appena la sopportano; persino lui, col passare dei giorni, sembra sempre più distante. Celeste quasi non riesce più a riconoscerlo, né a riconoscere se stessa.
Sullo sfondo, l’Italia che corre verso il boom economico, che sembra non toccare “quella terra aspra e dura come una madre che non perdona”. La donna si sente un corpo estraneo, diversa da chi la circonda. E, anche se più volte ha pensato di mollare tutto, sa bene che è fatta per resistere e non per fuggire. Anche se, questa volta, porta in sé una verità nascosta, che non ha avuto il coraggio di confidare nemmeno a Tonio…
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Fotografia header: Erica Cassano nella foto di Ilaria&Silvia Cianciaruso

