Nicole Trevisan, al debutto con il romanzo “Malefica” (“la storia di una frustrazione generazionale che esplode in toni violenti, tra panorami appiattiti e personaggi divorati dalla fame di prevaricazione”), su ilLibraio.it riflette sul prezzo da pagare quando si nasce in provincia, alle prese con stereotipi e aspettative da rispettare. L’autrice, originaria del Veneto, racconta cosa significa vivere all’ombra del motto: “Qui si lavora. Si lavora sempre, si lavora forte. Si lavora fino alla morte”, mettendo da parte le proprie aspirazioni e provando a rientrare in un percorso già scritto, all’apparenza, sembra essere quello più corretto da seguire: “Il sogno millennial si estingue al cospetto degli ultimi fuochi del boom economico, e del Veneto alcolizzato, prolifico e nebbioso non resta che un’indecifrabile nostalgia”

Da queste parti, le mie parti, nel Veneto che appare in qualunque cosa io scriva, viviamo un senso di ingiustizia che non riusciamo a toglierci di dosso. Abbiamo i nostri mezzi: la città più bella del mondo (bacaro tour e Arsenale? O tote bag e Guggenheim?), la frenesia aziendalista d’ispirazione milanese, Jesolo e i trekking nel weekend. E nulla ci distrae abbastanza.

Rimuginiamo, valutiamo, beviamo. Overthinking e hangover.

L’impulso di fare e rifare per cercare la perfezione a ogni costo è stato l’innesco di grandi imprese economiche che hanno assolto il Veneto dal suo passato di agricoltura e democrazia cristiana e appiccicato a questa regione il secondo stereotipo dopo l’abuso di alcol (a seguire: la nebbia). Qui si lavora. Si lavora sempre, si lavora forte. Si lavora fino alla morte.

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Quando mi sono diplomata, non mi è passato nemmeno per la testa di seguire certe inclinazioni letterarie: mi vedevo condannata alla disoccupazione e strangolata dal cordone ombelicale. Era il 2008, l’economia scricchiolava e pensai che avevo bisogno di una sfida. Mi iscrissi a ingegneria e riuscii persino a laurearmi, nonostante portassi Camus a lezione di Geotecnica. Non ho trascorso più di un mese senza un impiego e col tempo sono diventata una persona felice del proprio lavoro, un buon prodotto della società. Sono finita ad essere, come scrive Vitaliano Trevisan in Works, così veneta da non sentirmi veneta. Quindi ho cominciato a scrivere.

Per come sono stata cresciuta, non c’è niente di meno produttivo dell’arte. Primo assioma: con la scrittura non si mangia. A meno che tu non sia Umberto Eco (e non lo sei, non lo sai fare, non hai studiato abbastanza), lascia perdere. Io violavo le regole. Scrivevo di notte, in pausa, al bar; scrivevo racconti per le riviste letterarie. Secondo assioma: se non ti pagano, non vale niente.

Il valore è unicamente determinato dal compenso. Andavo avanti. Più scrivevo più mi sradicavo dalla persona che avevo imparato a essere (non generavo ricchezza), più diventava necessario affondare nella terra che mi aveva cresciuta. Ciò che mi ancorava al suolo era la stessa ingiustizia che mi permetteva di sollevare lo sguardo oltre la rabbia per non essere mai abbastanza e di trovare pace nell’inconcludenza della scrittura.

Sono nata in pianura, tra campi neri e flutti di auto in corsa verso la città più vicina. I paesi fusi uno nell’altro, le fondamenta cementate insieme. Irriconoscibili margini dell’affamato organismo produttivo del nord-est.

Malefica è una storia di margini e di rabbia.

La protagonista, Aurora, è una trentenne precaria, fuggita dal Veneto e rientrata nella casa di famiglia per un paio di giorni, il tempo di seppellire il suo migliore amico. Scende dal treno e programma già di rientrare a Roma per cercare un nuovo lavoro, ma dopo una lite con la madre, che svela irrisolti e bugie mai affrontate, decide di restare. Di ricostruire vecchie amicizie, cercare un lavoro stabile e provare a far funzionare la relazione con la sua ragazza. Vuole essere una persona diversa, e nel tentativo di riuscirci, più per provocazione che per desiderio, precipita nei suoi stessi errori, fino all’inevitabile confronto con sé stessa.

“Il volto non è importante. Neanche il timbro, la tonalità, l’accento che mi manca. La tua rabbia è sempre uguale, mi hai detto una volta. Mi riconoscerai da quella”.

La voce di Aurora è dolente e brutale. La rabbia abita in lei da quando è nata e non l’ha mai lasciata, compagna fedelissima e complice di tutti i suoi fallimenti. Aurora sa di non essere una persona buona. Non chiede scusa: sfida, omette e complotta. Quando soffre, sente di meritarlo, chiusa in un circolo di colpa ed espiazione che la distrugge. È figlia di una terra convertita a forza da una presunta arretratezza contadina all’industria, dove conta solo fare soldi. Ha cercato la sua identità tra pandemie e crisi economiche, ma si è persa, incapace di sottrarsi alle fauci di una macchina che le impone di produrre ricchezza – non importa come – pena l’esclusione. Ha provato ad andarsene, ma non riesce a liberarsi di questa logica insaziabile. Il male è dentro di lei e alimenta la rabbia che cova, che si rivolge contro perché non sembra in grado di concepire un mondo diverso da quello che conosce. Né di comunicare con chi ha intorno. Quando Aurora torna a casa, cerca nei luoghi fisici e negli anni in cui è stata felice i nodi da sciogliere, cambia tutto e non riesce a cambiare niente, perché è la rabbia ad essere la terra che sostiene i suoi passi. Ma è possibile vivere nella rabbia? E fino a che punto?

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Malefica è la storia di una frustrazione generazionale che esplode in toni violenti, tra panorami appiattiti e personaggi divorati dalla fame di prevaricazione. Il sogno millennial si estingue al cospetto degli ultimi fuochi del boom economico, e del Veneto alcolizzato, prolifico e nebbioso non resta che un’indecifrabile nostalgia.

copertina di Malefica di Nicole Trevisan

L’AUTRICENicole Trevisan, classe ’89, è della provincia di Padova. Laureata in ingegneria edile e architettura, lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha frequentato i corsi della Scuola del Libro (con Carola Susani e poi Vanni Santoni) e i Master di Itaca-colonia creativa.

Dal 2022 pubblica racconti, recensioni e articoli su varie riviste letterarie online e cartacee tra cui Nazione Indiana, Blam, Altri Animali, Spore, Topsy Kretts, malgrado le mosche e altre. Ha vinto il Premio Zeno nella sezione racconti lunghi con La ragazza nel 2023. Attualmente è editor e redattrice per il collettivo Spaghetti Writers e contributor per malgrado le mosche.

Malefica è il suo esordio narrativo. Un lutto muove le vicende di questo romanzo: la protagonista, Aurora, disoccupata e al verde, impegnata in una relazione che scricchiola, viene colta da una triste notizia, quella della morte del suo migliore amico di quando viveva in provincia.

Con la promessa di restare per massimo due giorni, Aurora torna quindi nel paesino del basso Veneto da cui è scappata anni prima. E invece, inaspettatamente, decide di restare, bloccata in mezzo ai campi, tra la nebbia fredda e accogliente, in una casa costruita a forza di sacrifici dai genitori e con una madre che non l’ha mai capita. Ma tornare significa riaprire ferite mai del tutto chiuse e fare i conti con quello che era stato lasciato alle spalle: gli amici di un tempo, le vecchie abitudini, e soprattutto una rabbia antica, accompagnata da tutte le bugie che la protagonista si è raccontata per sopravvivere.

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Fotografia header: Nicole Trevisan nella foto di Zoltan Bodo

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