Gloria Steinem, venuta a mancare a 92 anni, per oltre mezzo secolo è stata una delle figure più riconoscibili del movimento delle donne americano: scrittrice, organizzatrice politica e attivista, oltre che una delle protagoniste della seconda ondata del femminismo. Ma prima di diventare un’icona, era soprattutto una giornalista. E fu proprio il giornalismo a trasformarla in femminista. Ci lascia un metodo: andare dove le cose accadono, ascoltare le donne, raccontare ciò che resta invisibile, trasformare il personale in politico…
Le bunnies del Playboy Club fanno davvero un lavoro glamour, incontrano celebrità e guadagnano cifre da capogiro?
Così recitava l’annuncio di lavoro a cui, nel gennaio del 1963, Gloria Steinem — laureata a pieni voti allo Smith College e già inviata speciale della rivista Show — decise di rispondere.
Un sabato mattina attraversò Central Park sotto una pioggerellina che bagnava appena, indossando gli abiti più teatrali che era riuscita a trovare nel guardaroba e portando una tutina di raso, con tanto di coda e orecchie da coniglietta, dentro una cappelliera che le segava le dita.
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Alle dieci in punto arrivò al 5 East 59th Street, davanti al Playboy Club, il locale notturno più esclusivo di New York: un palazzo di vetro scintillante, con tendoni bianchi sui quali campeggiavano sagome di coniglietti neri.
“Here, bunny, bunny!“, le gridò un buttafuori di mezza età, aprendole la porta sul pavimento di moquette arancione.
L’annuncio prometteva:
“Sì, è vero! Le ragazze attraenti possono ora guadagnare 200-300 dollari a settimana nel favoloso Playboy Club di New York, godere dell’aura glamour ed eccitante del mondo dello spettacolo e avere l’opportunità di viaggiare negli altri Playboy Club di tutto il mondo”.
Gloria non stava cercando un lavoro. Voleva scoprire quanto ci fosse di vero dietro quella promessa. Per farlo si presentò sotto il falso nome di Marie Catherine Ochs — quello di una sua antenata — e per undici giorni si immerse nella vita delle bunnies, decisa a raccontarne le reali condizioni di lavoro.
Quello che scoprì non aveva niente di glamour. Per essere assunte, le ragazze dovevano sottoporsi a visite mediche invasive; per soddisfare le aspettative dei clienti, dovevano imbottirsi il reggiseno, indossare scarpe altissime e una divisa così stretta che la cerniera finiva per graffiare la schiena. Una volta al lavoro, dovevano sopportare pizzicotti, palpeggiamenti, sguardi indecenti e avances indesiderate. Il tutto, come scrisse Steinem stessa, risultava «ancora più deprimente quando, fuori da questa stanza senza finestre di notte perpetua, il sole splendeva».
Il suo reportage, A Bunny’s Tale, è molto più di un pezzo di giornalismo straordinario: è la testimonianza, indignata e ironica, di una donna che usa il proprio corpo come strumento di conoscenza e di denuncia. Steinem non descrive le bunnies da fuori: diventa una di loro. Entra nella loro realtà, sperimentando sulla propria pelle le regole e le umiliazioni, per poi raccontarla.
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Quella storia contiene già, in nuce, uno dei messaggi più radicali del femminismo di Gloria Steinem: trasformare ciò che accade al corpo e nella vita quotidiana delle donne in una questione di interesse pubblico. Non limitarsi a denunciare una discriminazione, ma entrarci dentro, raccontarla dall’interno e costringere chi legge a guardarla attraverso gli occhi di chi la subisce.
Steinem è morta il 2 settembre, a 92 anni, nella sua casa di New York. Per oltre mezzo secolo è stata una delle figure più riconoscibili del movimento delle donne americano: giornalista, scrittrice, organizzatrice politica e attivista, oltre che una delle protagoniste della seconda ondata del femminismo. Ma prima di diventare un’icona era soprattutto una giornalista. E fu proprio il giornalismo a trasformarla in femminista.
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Nel 1969, a New York, Steinem si recò come reporter a uno speak-out sull’aborto, nel seminterrato di una chiesa del Village. Seduta sul davanzale, ascoltò una giovane donna raccontare che un gruppo di uomini in ospedale le aveva chiesto come fosse rimasta incinta e le aveva offerto un aborto soltanto a condizione che accettasse la sterilizzazione. “Vedere le donne dire la verità sulla propria vita in pubblico, e vedere le donne prendere sul serio qualcosa che accade solo alle donne” la cambiò per sempre. Non tanto perché trovò finalmente il coraggio di raccontare di avere avuto anche lei un aborto clandestino a Londra, a ventidue anni, quanto perché capì che rendere pubblica un’esperienza personale poteva spezzare il silenzio e rivelare una condizione condivisa.
Da allora, per Steinem, il giornalismo divenne inseparabile dall’attivismo.
Nel 1971 contribuì alla nascita di Ms., la rivista che sarebbe diventata una delle voci più importanti del movimento femminista americano. Il primo numero vendette centinaia di migliaia di copie. Non trattava di moda, casa o famiglia — i temi tradizionalmente destinati alle lettrici americane — ma di aborto, violenza domestica, discriminazione sul lavoro, politica, sessualità.
La stessa traiettoria si ritrova nei suoi libri. Da Outrageous Acts and Everyday Rebellionsa Moving Beyond Words, da Revolution from WithinaMy Life on the Road, Steinem continuò a mescolare reportage, autobiografia e riflessione politica. Testi diversi per tono e argomento, ma attraversati dalla stessa convinzione: che le esperienze delle donne meritassero di essere ascoltate e raccontate per riconoscere le strutture di potere che condizionavano le loro vite e trovare la chiave per cambiarle.
Molte delle conquiste del femminismo della seconda ondata sembrano oggi scontate: l’indipendenza economica, l’accesso al credito, la partecipazione delle donne alla vita professionale e politica. Altre si sono rivelate meno irreversibili di quanto sembrasse. Nel 1973, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva riconosciuto, con la sentenza Roe v. Wade, il diritto costituzionale all’aborto; nel 2022 quella protezione è stata cancellata. Le donne americane guadagnano ancora, in media, meno degli uomini. Nessuna donna è mai stata ancora eletta presidente. E molte delle questioni che la seconda ondata aveva portato al centro del dibattito pubblico — dalla violenza contro le donne alla discriminazione sul lavoro, fino all’accesso alla salute riproduttiva — restano tutt’altro che risolte.
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La stessa Steinem, nel 2022, diceva di essere orgogliosa delle conquiste fatte, ma furiosa perché “stiamo ancora affrontando gli stessi problemi”. Nel suo ultimo saggio, pubblicato postumo il 3 settembre, riconosceva il senso di smarrimento di fronte a un mondo in cui “molti hanno la sensazione che tutti i progressi raggiunti stiano andando in fumo”. Ma aggiungeva che il compito di chi ha vissuto a lungo è ricordare “quanta strada abbiamo percorso”. Il femminismo non è una conquista da archiviare, ma un movimento vivo, un lavoro che non finisce.
Gloria Steinem ci lascia soprattutto un metodo. Lo stesso che aveva sperimentato nel gennaio del 1963, quando si era vestita da coniglietta per scoprire cosa si nascondesse dietro il glamour del Playboy Club. E che avrebbe seguito per tutta la vita: andare dove le cose accadono, ascoltare le donne, raccontare ciò che resta invisibile, trasformare il personale in politico.
L’AUTRICE – Benedetta Faedi, californiana di adozione, si è laureata in Giurisprudenza a Roma, ha studiato e lavorato a Londra, e ha conseguito un dottorato all’Università di Stanford in California. Vive a San Francisco, dove insegna all’università.
È autrice dell’albo illustrato Coriandolo (Infinito ed. 2023) e, per Giulio Perrone, di In California con Joan Didion. In lingua inglese, ha pubblicato i saggi Gender and Violence in Haiti: Women’s Path from Victims to Agents (Rutgers University Press, 2014), International Perspectives and Empirical Findings on Child Participation (Oxford University Press, 2015) e Child and Youth Participation in Decision-Making: Experiences from Developing Countries (Elsevier 2020), oltre a numerosi articoli su discriminazione e violenza di genere, diritti delle donne e dei bambini. I suoi racconti sono stati pubblicati su varie riviste e antologie.
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Fotografia header: Gloria Steinem (foto GettyEditorial)