Per Michael “Mickey” Donnelly, dieci anni circa, protagonista di “Il bravo figlio”, staziante romanzo d’esordio di Paul McVeigh, Belfast in guerra è il mondo. Nato e cresciuto nel quartiere cattolico di Ardoyne, nel cuore dei Troubles (i violenti conflitti che hanno attraversato l’Irlanda de Nord) il protagonista, un bambino fuori posto, intelligente e sentimentale, cammina come John Travolta, saltella imitando il Mago di Oz, e sogna l’America…
“Guardatemi, con le mie scarpe da baseball stupende, spettacolari, fiche, all’americana. Noi le chiamiamo guddies, gli americani le chiamano sneakers. Imparo i nomi dalla tele in modo da non sembrare uno sfigato, quando ci andrò. Non vedo l’ora di andare in America. Lavorerò in un piccolo ristorante. Ho dei sogni.”
Per Michael “Mickey” Donnelly, dieci anni circa, Belfast in guerra è il suo mondo, la sua casa. Nato e cresciuto nel quartiere cattolico di Ardoyne, nel cuore dei Troubles (i violenti conflitti che hanno attraversato l’Irlanda de Nord), per Mickey la guerra è la normalità.
Le case a schiera, le barricate e i limiti da non superare in fondo alla strada delimitano una realtà in cui la violenza è una presenza costante: i soldati irrompono di notte, salgono in camera, puntano il fucile in faccia a tutti, trascinano giù i padri e i fratelli maggiori, li restituiscono pestati a sangue.

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Ne Il bravo figlio di Paul McVeigh (Barta, traduzione di Valentina Vigilucci) viviamo cosa significa crescere a Belfast, così come in tante città anche oggi sotto l’assedio della violenza: non esiste l’uomo nero a far paura ai bambini, qui ci sono i soldati, ovunque, per strada, nei blindati, appoggiati ai muri. McVeigh racconta una realtà terribile, filtrata dallo sguardo di un bambino che è insieme ingenuo e spiritoso, ma soprattutto estremamente onesto.
Mickey sogna di andare alla St. Malachy’s non alla St. Gabriel’s come suo fratello Paddy, come tutti gli altri, destinati al nulla. Una buona scuola può fare la differenza per lui, farlo studiare bene, dargli un’opportunità per arrivare un giorno in America, come sogna quotidianamente. Ma i soldi per la St Malachy’s non ci sono in casa, con il padre ubriacone che ruba dal portafoglio della mamma.
Nella Belfast percossa dalle bombe, in capitoli che scandiscono il conto alla rovescia per l’ingresso nella scuola tanto disprezzata e temuta, Mickey sogna di fare l’attore, cammina come John Travolta, saltella imitando il Mago di Oz, si tormenta per un sacchettino di dolciumi da 10 pence, e cerca di evitare i bulli del quartiere che lo prendono in giro, lo chiamano frocetto: Mickey non ha la voce da maschio, ancora, ama farsi coccolare dalla mamma, è estremamente sensibile, ha un rapporto stretto con la sorellina Maggie, si muove in maniera diversa dagli altri.
“Vorrei essere un ragazzo vero anch’io, mi sussurra Pinocchio nell’orecchio”.
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E mentre Mickey si danna per trovare il modo di guadagnare qualche soldo, o di imparare a limonare per farlo con Martine, si trova tra le bombe, a scansare i corazzati Saracen, perché giocare nelle zone proibite è eccitante, è pericoloso, ma poi bisogna inventare mille bugie per nascondere il taglio in testa davanti a Ma’.
Il bravo figlio è un libro di separazioni e barriere: religiose tra protestanti e cattolici, economiche e sociali, che determinano la vita e il futuro dei protagonisti e le loro possibilità nel mondo, anagrafiche, tra adulti logorati e ragazzini alle prese con i scompigli della crescita, e psicologiche, dove le differenze si traducono in esclusione e derisione degli altri. Ne risulta una mappa di muri, quelli di Belfast e quelli degli uomini, che sono difficili da abbattere e anche da scavalcare.
I problemi di Mickey sono quelli della giornata, non passare dalla strada sbagliata, mettersi a correre quando sente uno scoppio, evitare le botte da quel teppista di FigliodiT e giocare tra le barricate di ferro ondulato senza che lo sappia Ma’.
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Mickey è un bambino fuori posto, intelligente e sentimentale, un bravo figlio che cerca di non complicare le cose, cerca di tenere la bocca chiusa perché, come si dice, Loose talk costs lives, Avere la lingua lunga costa vite, e trova pure stratagemmi per aiutare la madre in difficoltà, a qualunque costo. Il suo è un personaggio che unisce comicità a profondità, intelligenza a dolore: i dialoghi con se stesso sono al tempo stesso esilaranti e commoventi, e sono lo specchio che riflette i dilemmi di un bambino che cresce in fretta, tra le più dolci fantasie infantili, e le più dure immagini adulte.
Se per lui la guerra è il presente, una quotidianità fatta di sopravvivenza, di attivisti che si nascondono in casa, di pistole scoperte nella cuccia del cane, il sogno dell’America è il futuro con il suo miraggio di un altrove.
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Nel suo romanzo di esordio, l’irlandese McVeigh racconta la guerra quotidiana, e la violenza dei Troubles senza enfatizzarla, ma bilanciando costantemente la brutalità con la leggerezza, l’umorismo con l’introspezione, in un risultato straziante. Grazie alla voce narrante di un bambino, la guerra diventa sfondo ed elemento di una realtà sociale difficile, che mette sotto assedio l’innocenza. E proprio per questo il romanzo riesce a essere divertente e al tempo stesso spietato: perché mostra quanto presto si possa imparare a vivere tra le bombe senza smettere di desiderare un film, un dolce, un momento di colore.
“Mentre sto guardando con il binocolo, vedo un bel frammento di vetro rosso. Lo sollevo e ci guardo attraverso. Ardoyne passa dal bianco e nero al colore, come nel Mago di Oz”.
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