“Ho vissuto due grandi misteri, due momenti senza una causa rintracciabile. Quando non puoi dare la colpa a te stessa o a qualcun altro, ti senti smarrita. Volevo vedere se un personaggio come Edmond Dantès, che ha nemici chiari e definiti, potesse insegnarmi a ricomporre la mia realtà”. Da anni riferimento della divulgazione letteraria online, Francesca Crescentini (@Tegamini) è in libreria con “La vendetta è un ballo in maschera – Il mio anno con il conte di Montecristo”, e nell’intervista a ilLibraio.it si racconta a partire dall’evoluzione del suo rapporto con la scrittura e da un’opera d’esordio difficile da incasellare (“Un oggetto bizzarro…”). Una via di mezzo tra un romanzo e un memoir, in cui l’autofiction si specchia nel classico. Un diario sincero e a tratti molto doloroso, ma in cui non mancano passaggi buffi, divertiti, pieni di allegria. Per l’autrice i libri “non sono strumenti di autorisoluzione in assoluto. Le parole che mi hanno illuminata mi hanno sempre sorpresa quando non le stavo cercando. I romanzi dicono cose incredibili se li lasci fare, senza caricarli di aspettative”. Il capolavoro di Dumas è centrale, così come il tema della vendetta: “Quando non abbiamo nessuno con cui prendercela, possiamo solo riscattare tutti i futuri più felici che ci sono stati preclusi. Si vendicano le felicità che si stavano delineando e che sono state cancellate…”.
Se state cercando un manuale rapido o i “cinque motivi per leggere assolutamente Il Conte di Montecristo“, forse questo non è il posto per voi.
Il debutto letterario di Francesca Crescentini (conosciuta e amata online come @Tegamini) sfugge alle liste precotte. Traduttrice e divulgatrice online, Crescentini ci consegna un’opera – attesa – che abita una zona difficilmente classificabile.
Ci incontriamo alla libreria Gogol & Company di Milano, in uno di quei pomeriggi di primavera in cui la luce invita a restare all’aperto, a bere un caffè e a parlare di storie come se fossero bussole.
Per l’autrice, la lettura non è una posa o un set estetico fatto di luci soffuse e copertine coordinate. È, al contrario, un atto normale, che fa parte della vita di ogni giorno: si legge di notte con l’ereader quando si allatta, sui mezzi pubblici o in piedi, negli scampoli di tempo rubati ai vapori dei fornelli e alle urgenze della routine domestica, mentre il destino compie il suo caotico lavoro. “Non mi piace l’idea che ci si debba sentire particolarmente eroiche o speciali quando si legge“, ci racconta l’autrice. “Per me la lettura è sempre stata un’isola felice in cui stare, un fluire naturale. Leggo perché non potrei fare altrimenti, perché è una compagnia: fa parte di me da sempre e mi rende allegra. È un posto dove mi piace stare proprio perché non è un piedistallo, ma un pezzo della mia realtà”.

Una via di mezzo tra romanzo e memoir, in cui l’autofiction si specchia nel classico
Il suo libro, La vendetta è un ballo in maschera (Einaudi), porta il sottotitolo Il mio anno con il conte di Montecristo, ma non è un saggio accademico. È un’opera in cui la vita invade il territorio della pagina, una via di mezzo tra un romanzo e un memoir, in cui l’autofiction si specchia nel classico.
Il “Montecristo”, in questo senso, diventa quasi un pretesto. Leggerlo e studiarlo è, per Crescentini, il primo tassello di un percorso per costruire una comunità in cui sentirsi meno isolate attraverso la lettura. Perché avventurarsi nella vita di Dumas – che forse è ancora più romanzesca di quello che ha scritto – è prima di tutto un divertimento, una gioia che l’autrice ha cercato di convogliare scrivendo.
È un diario sincero e appassionato, a tratti molto doloroso, ma capace di schiudersi alla luce della speranza, proprio come le gemme del tesoro di Edmond Dantès.
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Come definirebbe quest’opera?
“Davvero non saprei. È un oggetto bizzarro. Mi piacerebbe che le persone lo accogliessero proprio così: con slancio e curiosità, senza cercare una categoria rassicurante. È nato da una necessità di libertà”.
È un libro imponente, circa 500 pagine. Quasi una sfida che tallona la mole del romanzo di Dumas. Molti si chiedono: bisogna aver letto il Conte per affrontarlo?
“No, assolutamente, non è un obbligo. La mia non è un’analisi critica… ma se questo libro può diventare una scusa per riprendere in mano quel capolavoro, ne sarei felice. Cogliamola come un’occasione per riscoprire il ‘classico dei classici'”.
A proposito di riletture: lei scrive di non averlo letto per anni, provando quasi una punta di vergogna. Poi, però, ribalta la prospettiva.
“Ci vergogniamo, ma in realtà è una fortuna immensa. La fortuna di una persona si misura proprio in base ai classici che le restano ancora da scoprire. Sotto questo aspetto, mi sento fortunatissima”.
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In queste pagine mette a nudo la sua vita, attraversando stagioni molto dure: la malattia e la perdita di sua madre, le difficoltà legate alla nascita del suo secondo figlio. Com’è stato trovare il tono giusto per raccontarlo?
“Non ho programmato il tono. Non c’è stato un momento in cui mi sono messa a tavolino per progettare una ‘voce letteraria’, facendo prove di stile. All’inizio, questo scrivere era un esercizio privato: cercavo di creare uno spazio per pensare meglio, per riattaccare dei pezzi e consolarmi da sola. Volevo un luogo protetto dove non sentirmi osservata”.
Però lei è una persona che ha fatto della condivisione online una professione e una palestra.
“Sì, ma per me l’online è sempre stato un contenitore differente. Succede che, a forza di stare in certi canali, rischi di dimenticare la tua voce di partenza. Ho dovuto ritrovare dei luoghi dove fare esercizio senza pensare troppo al risultato, lasciando che le parole uscissero da sole. Poi, a un certo punto, ho capito che quello che stavo scrivendo poteva avere una sua dignità e forza”.
A proposito del rischio di dimenticare la propria voce: in questo processo quanto ha influito il suo lavoro di traduttrice?
“Moltissimo. Quando traduci per tanto tempo, ti abitui a mettere il ‘cappello’ di un altro autore, a usare una voce che lavora per qualcun altro. È difficile, dopo anni di questo lavoro, capire come suoni tu veramente. Mi auguro di aver trovato un suono piacevole”.
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È stato un esperimento di ricerca, dunque?
“All’inizio ho dichiarato con me stessa delle ‘regole d’ingaggio’: metterci il tempo necessario, studiare e approfondire solo se ne avevo voglia, inserire Dumas direttamente nella mia realtà. Rileggendolo, mi sono accorta che il risultato è venuto fuori proprio perché non ho cercato di somigliarmi a tutti i costi o di fare qualcosa di familiare per chi mi segue”.
Inevitabilmente però si sente la sua vena buffa e divertita. Ci sono molti passaggi ironici; anzi, le parti più intense sembrano sollevarsi proprio perché c’è sempre una “coda luminosa” a bilanciarle.
“Questo è il mio modo di affrontare le cose: un approccio spesso surreale, che mi permette di digerire meglio ciò che sta fuori dall’ordine prestabilito. Ci sono eventi inspiegabili e assurdi che puoi accettare solo sdrammatizzando. Il libro vive di variazioni di tono comiche, in questo penso di essere rimasta fedele a ciò che sono davvero: una persona che cerca di trovare il modo di sorridere anche nel caos”.
Un esempio perfetto è il “test degli infami” che ha inserito per scoprire quale cattivo di Montecristo si nasconde in noi.
“Esatto! Magari scopri di essere Danglars – il che è una vera disdetta! Il tono del racconto è ondivago, tra spigoli e improvvise schiarite, ma la verità è che mi sono divertita immensamente studiando e leggendo Dumas. E come scrivo nel libro: l’allegria è la migliore delle vendette”.
Il rischio poteva essere quello di confezionare un libro “furbo”, magari per cavalcare l’onda del successo online.
“Sono molto contenta di averlo fatto adesso e non prima, non assecondando quegli stimoli che mi sono arrivati fisiologicamente nel corso del tempo. Quando mi facevano delle proposte, rispondevo sempre: ‘non lo so se mi va’. Poi sono nati i bambini e mi sono resa conto di non avere né le energie necessarie né lo spazio fisico e mentale per riuscire a farlo. Il tempo è passato e, solo quando finalmente nessuno mi ha proposto più niente, ho iniziato a fare una cosa che volevo fare io, che sentivo potesse servire prima di tutto a me. Sono partita così, senza l’idea che questa creazione potesse poi essere letta da altri, me ne sono accorta solo strada facendo”.
Nelle pagine del libro sembra mostrare un profondo coraggio nel maneggiare il dolore.
“In realtà, credo di aver trovato il modo di sembrare molto più coraggiosa di quanto sia davvero. Il segreto sta nel filtro. Quando trasporti la realtà sulla pagina, usi un filtro differente. Quello che ricordiamo non è mai oggettivo; è un’altra forma di costruzione, una finzione involontaria. Noi filtriamo il passato con gli strumenti che abbiamo oggi, diversi da quelli che avevamo quando le cose sono accadute”.

E con il passare del tempo questi strumenti sono cambiati?
“Certamente. Con il tempo ho avuto più mezzi per ricostruire la mia storia, non per renderla ‘vera’ in senso assoluto, ma per trovarci un ordine, una spiegazione che mi permettesse di andare avanti”.
In che modo Edmond Dantès è diventato un compagno di viaggio, in questo riordino della realtà?
“È stato il grande libro letto nel momento giusto. Cercavo di spiegarmi l’inspiegabile. Ho vissuto due grandi misteri, due momenti senza una causa rintracciabile. Quando non puoi dare la colpa a te stessa o a qualcun altro, ti senti smarrita. Volevo vedere se qualcuno che ha bersagli chiari potesse insegnarmi a ricomporre la mia realtà. Nel romanzo di Dumas c’è un tema centrale: il protagonista ha dei nemici molto definiti”.
E lei?
“Non avevo bersagli da individuare. Si è creata così una discrepanza enorme tra la vendetta di Dantès e la mia vita: io non potevo colpire nessuno, potevo solo levare i pugni contro il destino. E contro il destino non c’è una soluzione immediata”.
La sua vendetta ha cambiato volto?
“Sì, è diventata una questione di tempo. La vendetta è riscattare tutti i futuri più felici che ti sono stati preclusi. Si vendicano le felicità che si stavano delineando e che sono state cancellate. Sforzarsi di scrivere significa creare un mondo nuovo dove far abitare i sentimenti – ricordi, gioie o sofferenze – in modo che diventino un ponte verso gli altri. I dolori, purtroppo, sono banalissimi: non si è speciali quando si soffre. Ma ho imparato che non bisogna fidarsi neanche delle gioie: a volte sembrano debiti che il destino riscuoterà”.
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La scelta di condividere nasce quindi dal bisogno di trasformare un percorso privato in un’occasione di incontro? Un po’ come sui social.
“Non volevo solo riportare i fatti miei, ma spiegarli a me stessa, per dare anche degli strumenti agli altri. Non per ‘curarli’, ma perché nel vedere una persona che scava nelle proprie fatiche, forse troviamo tutti uno spunto per riflettere sulle nostre”.
Scrivere di sé attraverso un altro libro ricorda il filone dei libri “salvagente“. Lei, però, ha un rapporto conflittuale con l’idea che un libro possa salvare.
“È vero. Spesso mi chiedono: ‘Cosa posso leggere per risolvere questo problema specifico?’. Mi mette in difficoltà perché non credo che i libri siano strumenti di autorisoluzione in assoluto. Le parole che mi hanno illuminata mi hanno sempre sorpresa quando non le stavo cercando. I libri dicono cose incredibili se li lasci fare, senza caricarli di aspettative”.
Questo libro è stato quindi una maschera – per fare un riferimento al titolo scelto?
“Assolutamente. Mentre scrivevo mi sono accorta che in realtà non ero mai sola: avevo Dumas e Dantès come compagni in tandem. Mi è sempre stato difficile partire dal vuoto, creare un mondo da zero. Così mi sono scelta dei punti di riferimento solidi”.
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Come mai questa necessità di riferimenti esterni?
“Sono stata una bambina molto sola, senza altri bambini in casa con cui confrontarmi per capire se quello che vivevo fosse vero o inventato. Ho sempre attribuito alla lettura questo ruolo di sostegno, di entità che mi prende per mano. Scegliendo il Conte, ho scelto compagni di strada che sono nel cuore di tante persone da anni, creando intorno a me una bolla di uomini e donne con cui camminare”.
Nel romanzo racconta un episodio spartiacque: ha smesso di scrivere diari quando ha scoperto che qualcuno li leggeva. Scrivere questo libro è stato una sorta di riscatto per riappropriarsi di quello spazio sicuro?
“Scrivere è una scelta. Quando scopri che il tuo diario viene letto, ti senti spogliata. L’online, paradossalmente, è stato il mio trasloco salvifico: era un posto pubblico ma, in un certo senso, anche inaccessibile a chi mi conosceva”.
C’è voluta molta fiducia per ricominciare a credere che qualcuno l’avrebbe ascoltata davvero?
“Sì, ci è voluto tempo per fidarsi e scrivere senza preoccuparsi del ‘dopo’. Ma dopo che il peggio è già successo, si acquista una strana forma di libertà. È una fiducia che nasce dalle macerie”.
Dopo questa lunga attesa e questo viaggio nel cuore di un classico, continuerà a scrivere?
“Spero di sì. Spero che questo sia solo l’inizio”.
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