“La città non deve essere un privilegio, un premio o una conquista sociale. Per sua costituzione è il luogo dove una persona appartiene a una comunità, in quanto suo diritto inalienabile. La dimensione della gratuità è costitutiva delle città, in particolare di quelle europee: lo spazio pubblico, il parco, la salute, il welfare, sono tutte conquiste associate all’idea di una città di tutti…”. Intervista ad Elena Granata, docente di Urbanistica in libreria con il saggio “La città è di tutti”: “In tutte le statistiche le città italiane compaiono tra le meno felici d’Europa, ed è un messaggio importante: quella città performante, che lavora sempre, che compete, è una città triste, dove non si vorrebbe vivere. Per l’autrice, tra l’altro, “la qualità dello spazio pubblico per i bambini e per i ragazzi è l’indicatore più potente della civiltà di una città… e invece i bambini sono scomparsi dalla scena pubblica, sia perché c’è un basso dato di natalità, sia perché c’è grande insofferenza nei confronti dell’infanzia”. L’invito è anche a rallentare i ritmi: “Il capitalismo ci vuole disumani, bellicosi, soli, perché ogni forma di rallentamento è una forma di riappropriazione del proprio corpo, del proprio spazio, delle proprie relazioni”
Elena Granata, professoressa di Analisi della città e del Territorio e Urbanistica al Politecnico di Milano, è in libreria con La città è di tutti (il suo terzo volume pubblicato da Einaudi), in cui espande e mette a sistema spunti di urbanistica e gestione sociale del territorio cittadino già in parte trattati nei due precedenti saggi usciti con la casa editrice torinese: Placemaker (2021) e Il senso delle donne per la città (2023).
In La città è di tutti Granata conferma uno sguardo molto politico sulle possibili gestioni dello spazio pubblico e le problematiche che affrontano le città italiane, da Milano, dove l’autrice abita e lavora, alle città costiere, in cui l’accesso al mare dei cittadini è difficoltoso e privatizzato.
Lo spazio pubblico della “città di tutti” è uno spazio inclusivo, attento alle fragilità, in grado di salvaguardare il diritto alla salute e alla bellezza che dovrebbe essere costitutivo dell’ambiente cittadino.

La città è di tutti riporta nell’introduzione la frase: “L’urbanistica nasce per cercare giustizia nello spazio”. In questo libro riprende temi già toccati in precedenti saggi, che mattoncino le sembra di aver aggiunto?
“Placemaker aveva uno sguardo più civile, Il senso delle donne per la città un punto di vista più femminile, La città è di tutti è un libro politico, che capitalizza il percorso che ho fatto. È politico perché rimette l’urbanistica al posto che le appartiene, di scienza dello spazio e non di disciplina che consente alla politica di attrarre capitali e massimizzare il profitto. Abbiamo interiorizzato il pensiero economista persino in una scienza che dovrebbe appartenere all’ambito della giustizia spaziale. Rivendico invece che il posto dell’urbanistica debba essere vicino alla politica, ma ben distinto. L’urbanistica non è in posizione subalterna alla politica, ma in una posizione pubblica, civile, al servizio del benessere delle persone”.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati
In che modo quelli che lei chiama placemaker, in tutte le loro distinzioni professionali, possono favorire un miglioramento del futuro delle città?
“Il placemaker, per come l’ho disegnato nel libro omonimo, è un regista, un visionario che tiene insieme competenze economiche, tecniche, climatologiche, di architettura, del paesaggio… Insomma, è una figura che fa sintesi della complessità per riplasmare i luoghi che hanno perso la loro identità e mettere mano alle cose per restituirli alle persone più abitabili, vivibili e conviviali. Si tratta di un lavoro prezioso ed è un ruolo in cui credo molto”.
Tra le città che porta come esempio di innovazione ci sono Barcellona e Parigi: quale è stata la loro forza?
“Barcellona, fin dal Piano Cerdà, ha lavorato sullo spazio pubblico: per esempio con le piazze ottagonali che si formano agli incroci tra le vie. Per questo è stato più semplice incardinarsi successivamente su una struttura che favorisse il pubblico con scelte come abbassare la soglia di velocità delle automobili, o togliere l’accesso alle automobili da alcuni quartieri. Barcellona è anche stata la prima città che ha lavorato sull’agopuntura urbana, sul rapporto con il mare, su una dimensione pubblica civile e militante. Barcellona non solo è stata ben amministrata, ma ha creduto sempre nella propria dimensione pubblica. Parigi, invece, pur essendo una città esclusiva ed escludente, ha avuto una sindaca, Ana Hidalgo, che ha ripensato lo spazio urbano, la mobilità e la dimensione di adattamento climatico con un coraggio che non ha avuto pari nelle altre megalopoli europee. Ed è di questo coraggio che dobbiamo impadronirci”.
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
In La città è di tutti racconta la ricerca di un benessere che, nella città di oggi, è subordinato al consumo, facendo perdere allo spazio pubblico il suo valore. Che cosa succede allora a questo spazio pubblico?
“Lo spazio pubblico è minacciato da due processi: la privatizzazione attraverso il controllo, per esempio con regole che riducono uno spazio che dovrebbe essere di tutti, e le pratiche di consumo. Parlo per esempio dei dehors che, in un determinato momento come quello successivo alla pandemia, sono stati importanti, ma che oggi privatizzano uno spazio che prima apparteneva alla collettività. Questa consunzione dello spazio comune smantella l’idea più profonda della città europea, ovvero che lo spazio al di fuori delle case sia spazio collettivo”.
E quali le sembrano gli aspetti più evidenti di questo impoverimento sociale?
“Proprio il fatto che lo spazio pubblico sia soggetto al dominio del consumo e del profitto. Per esempio: un bar che si trova in uno spazio rigenerato come un’area trasformata in una piazza pubblica, diventa un bar escludente, perché proprio in virtù di questa rigenerazione i prezzi salgono. I processi di rigenerazione gentrificano non soltanto lo spazio privato ma anche quello pubblico”.
Quale può essere una strada per evitare che la rigenerazione di un’area porti inevitabilmente con sé un processo di gentrificazione?
“La gentrificazione, in generale, è un effetto dei processi di rigenerazione. Ma, visto che lo sappiamo, se non anticipiamo la valutazione dell’impatto che può avere diventiamo direttamente colpevoli. Bisogna pensare al modo in cui mitigare queste dinamiche, come tenere calmierati i prezzi, orientare le attività economiche in modo tale che non speculino sul valore di bellezza, prodotto dall’azione pubblica. Il problema è che con i soldi pubblici viene rigenerato uno spazio pubblico, ma il valore generato viene poi capitalizzato dal privato. E questo è un tema politico: sono le amministrazioni a dover regolare le modalità in cui il valore prodotto possa essere accessibile a tutti e non diventi beneficio di pochi”.
Può interessarti anche
La gratuità come diritto.
“Sì, perché la città non deve essere un privilegio, un premio o una conquista sociale. La città è per sua costituzione il luogo dove una persona appartiene a una comunità, in quanto suo diritto inalienabile. La dimensione della gratuità è costitutiva delle città, in particolare di quelle europee: lo spazio pubblico, il parco, la salute, il welfare, sono tutte conquiste associate all’idea di una città di tutti. Oggi lo stiamo dimenticando ed è pacificata ormai l’idea che la città sia un club per altospendenti: chi ha quel budget può starci, chi non ce l’ha si accomodi altrove…”.
Si deve quindi rivendicare l’improduttività a fronte di un modello iperperformativo delle megalopoli?
“È come se la città non fosse invece il luogo dell’ozio e del negozio, dei traffici ma anche delle pause… In tutte le statistiche le città italiane compaiono tra le meno felici d’Europa, ed è un messaggio importante: quella città performante, che lavora sempre, che compete, è una città triste dove non si vorrebbe vivere. Abbiamo il diritto alla bellezza, alla luce, al buio, alla natura. Quello che viene cercato con il turismo indica una cosa molto importante: quando non si ha la bellezza sotto casa, ce la si va a cercare. Ma se il turismo è una dimensione dello star bene, bisognerebbe poter ritrovare lo stesso benessere e appagamento anche sotto casa”.
Può interessarti anche
A proposito di diritto al buio, ha dedicato un intero capitolo a questo tema. Quando si parla di buio, in una città, si parla anche di capacità di gestione della sicurezza.
“L’iperilluminazione non è sintomo di sicurezza: l’idea che un forte inquinamento luminoso comporti una maggior sicurezza è falsa. La sicurezza è legata a una illuminazione corretta, che non vuol dire necessariamente troppa. L’equilibrio, allora, va trovato in un progetto di illuminazione pensata, per cui le strade devono essere illuminate il giusto per far sentire le persone sicure, ma anche consentire il riposo della psiche e il ciclo giorno-notte degli animali. Il tema, quindi, è tecnico: progettare spazi sicuri e illuminati correttamente, lavorare sull’identità del luogo e sulla presenza di negozi. C’è poi anche una componente importante di salute pubblica: l’iperilluminazione si correla a molte malattie psicologiche e organiche, tra cui i tumori delle donne”.
La sicurezza è data anche dalla relazione: la città iperperformativa è in realtà piena di persone sole. Nel suo discorso risulta importante rimettere al centro la relazione umana.
“La città (e quindi il capitalismo) ci accelera, ci richiede di fare più cose in una data unità di tempo. E correndo per strada, corredo nello spazio, avendo la sensazione di non essere mai in tempo a fare le cose, ci si accorge meno delle altre persone. È una disattenzione che si può constatare facilmente: nessuno si ferma davanti a un incidente stradale, ci si urta mentre si cammina, si è meno disposti a dare informazioni perché è considerata una perdita di tempo. Tutto questo ci disumanizza. Il capitalismo ci vuole disumani, bellicosi, soli, perché ogni forma di rallentamento è una forma di riappropriazione del proprio corpo, del proprio spazio, delle proprie relazioni. Rallentare allora è un’arma potentissima”.
In che modo?
“Permette di riprendere padronanza del proprio tempo contro un capitalismo che fa di tutto per accelerarci, perché quando siamo accelerati siamo storditi e più propensi a fare qualsiasi cosa”.
Quale può essere una possibilità concreta per migliorare lo spazio pubblico da un punto di vista politico?
“Smascherando la logica dell’architettura difensiva, apprezzata tanto dalla destra quanto dalla sinistra. Bisogna smascherare la logica sottesa alla scomparsa delle panchine dallo spazio pubblico e riprendersi il diritto a sedersi per strada, sui marciapiedi, nelle piazze, perché questo facilita la convivenza. C’è anche il tema della sicurezza stradale: in Italia abbiamo un tasso di mortalità sulle strisce pedonali molto alto. Le strisce pedonali devono essere disegnate adeguatamente, devono essere visibili, non devono avere macchine che arrivano fino al loro limite. E poi c’è l’adattamento climatico: lo spazio pubblico è l’ultima risorsa ambientale delle nostre città, quindi si deve pensare ad aspetti come la piantumazione e la presenza di aiuole e giardini drenanti”.
Uno spazio pubblico più inclusivo è anche uno spazio pubblico in cui c’è maggiore attenzione all’infanzia.
“Il tema dell’infanzia è il più impopolare. I bambini sono scomparsi dalla scena pubblica, sia perché c’è un basso dato di natalità, sia perché nelle città c’è grande insofferenza nei confronti dell’infanzia. E la scomparsa di bambini e ragazzi dallo spazio pubblico è rischiosa anche dal punto di vista psicologico”.
Perché?
“Meno si ha confidenza con i più piccoli, più si è inadeguati a prendersene cura, e questo vale sia per gli uomini sia per le donne. C’è una grande difficoltà a sopportare pianti, schiamazzi, giochi: a Milano sono state denunciate delle scuole materne per un eccesso di rumore rispetto a quanto sarebbe ritenuto tollerabile. Per questo bisogna riprogettare lo spazio per quelli che chiamo ‘i primi 5000 giorni’, quindi fino al quattordicesimo anno, soglia nella quale un essere umano diventa un cittadino che sa muoversi, prendere i mezzi pubblici, avere o meno rispetto per gli altri. La qualità dello spazio pubblico per i bambini e per i ragazzi è l’indicatore più potente della civiltà di una città”.
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it