“La sera in cui Bobby non scese a giocare” di Mayra Montero porta nella caotica Cuba negli anni ’60, tra un senso latente di malinconia e l’ombra dell’era di Fidel Castro che si fa sempre più presente. Il libro è racconto di scelte e possibilità, alcune consumate altre inespresse. Ed è, al tempo stesso, una storia di speranze e rassegnazione, di giovinezza proiettata al futuro e vecchiaia sotterrata dagli eventi. I due protagonisti, Mario e Miriam, rincorrono una fugace e irresistibile storia d’amore, a distanza di dieci anni l’uno dall’altra. A dare una svolta alla trama, l’arrivo del campione di scacchi Bobby Fischer…
La sera in cui Bobby non scese a giocare di Mayra Montero (Guanda, traduzione di Roberta Bovaia) segue due linee temporali di racconto, ambientate a Cuba negli anni ’60.
I due protagonisti, Mario e Miriam, rincorrono una fugace e irresistibile storia d’amore, a distanza di dieci anni l’uno dall’altra; seguiamo le due storie che si sciolgono con ritmi e desideri completamente differenti e tuttavia accomunati da un senso latente di malinconia, dato dall’esperienza di un singolo incontro che può lasciare tracce per tutta la vita a seguire.
Di questo racconta primariamente questa storia: della scia di una possibilità, lasciata in nuce nel confine di una stanza di hotel e di poche ore di vita.
Un senso latente di malinconia

Mario è un orologiaio che manda avanti l’attività di famiglia suo malgrado, accanto a un padre sempre più anziano e a un fratello gemello, Emanuel, che invece conduce una vita all’opposto e senza responsabilità.
Mario è riservato, discreto, poco incline alle relazioni e dedito esclusivamente alla cura di quel piccolo mondo che si è ritagliato: lancette, viti, ingranaggi. “Pensò di nuovo che l’avrebbe persa di vista per sempre prima che la Terra avesse compiuto tre giri sul proprio asse. Capitava spesso ai goffi, agli ingenui e ai prudenti – e lui era tutto questo – che l’angoscia assumesse le sembianze della compostezza”.
Miriam è una ragazzina di quattordici anni, che vive con un padre scrittore e una madre sempre sull’orlo di una crisi depressiva. La sua occupazione principale è andare in giro con le Orizie: “Eravamo cinque compagne di scuola, inseparabili fin dall’ultimo anno delle elementari. Un professore di storia ci aveva soprannominato le Orizie, perché eravamo inafferrabili e astute come la principessa greca rapita in pieno giorno dal dio del vento”.
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Mario non lascerà mai l’Avana, Miriam invece…
Mario non lascerà mai l’Avana, né lo desidera. Miriam, invece, è destinata: ha preparato infatti un vestito solo per il momento in cui l’occasione arriverà e potrà finalmente lasciare Cuba con la sua famiglia.
Mario e Miriam sembrano due persone che non dovrebbero incontrarsi, apparentemente senza nulla in comune, finché l’orologiaio chiede alle Orizie, di tanto in tanto affascinate dalla vetrina della sua bottega, di fargli un favore: farsi autografare la sua scacchiera dal grande Bobby Fischer, in occasione delle Olimpiadi di scacchi del 1966, in cambio di Rubber Soul dei Beatles, disco vietato a Cuba in quegli anni.
L’impresa ha un sapore di sotterfugio ed eccitazione, avrebbero chiesto favori a chiunque pur di riuscire nello scambio e Miriam è la prescelta per la missione: si sarebbe dovuta recare all’hotel dove alloggiava Bobby Fischer, in un giorno stabilito. In questo modo la sua vita e quella di Mario saranno legate per sempre.
L’ombra dell’era di Fidel Castro
In La sera in cui Bobby non scese a giocare l’approccio binario della narrazione – ogni capitolo riguarda ora la storia di uno ora lo sviluppo dell’impresa dell’altra – e lo stile di scrittura evocativo, ricco di atmosfera, rendono il libro piacevole alla lettura e coinvolgente: attraverso Mario prima e Miriam poi, riconosciamo un periodo specifico della storia di Cuba, in una capitale sempre sull’orlo dell’esplosione, del caos e allo stesso tempo in preda a un movimento che renderà l’isola diversa, fumosa, quasi evanescente, dove l’ombra dell’era di Fidel Castro si farà sempre più presente, sino alle pagine finali.
Mayra Montero descrive il Bobby Fischer giovane come una persona gentile e fragile; con sorpresa del lettore ci restituisce una figura diversa da quella che siamo abituati a leggere: più profonda, anche se già completamente annegata negli scacchi, i quali, attraverso il campione ma non solo, diventano una metafora delle scelte dei personaggi. Strategia, bivi, intenzioni sono alla base di molti movimenti all’interno della storia. Gli scacchi non sono solo il linguaggio di Fischer, ma anche la lente di Mario e della sua famiglia, di Miriam stessa che fa finta di saperne almeno un po’ per avvicinarlo e sono al contempo lo specchio delle loro vite: gli scacchi dirigono l’amore, il desiderio e il rimorso delle scelte mancate, che diventano opportunità o mancanze lasciate sulla scacchiera.
La vicenda di Mario riguarda anche la sua famiglia: lo conosciamo rassegnato e lo lasciamo succube della volontà di riscatto. La conseguenza della relazione con Regina Wender, madre di Bobby Fischer e amore della sua vita, si consuma in poco tempo e gli lascia addosso una sensazione violenta di incapacità. Scrive Montero: “Così era il suo innamoramento: gli faceva male tutto quello che non aveva, e non aveva niente”.
L’impresa di Miriam, invece, ha un sapore del tutto differente, perché la sua scoperta riguarda altro: l’affermazione di sé e del suo corpo, il desiderio sessuale nei confronti del grande campione di scacchi, una eventualità che le si presenta senza averlo preventivato prima e che lei coglie con inattesa consapevolezza.
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L’autrice racconta che l’esperienza di Miriam è la sua
L’autrice racconta che l’esperienza di Miriam è la sua: è autobiografica e il ricordo di quel momento e di ciò che le ha lasciato l’incontro con Bobby Fischer si spiega nelle pagine senza riflessioni a posteriori, ma cercando una sorta di autenticità all’interno di una dimensione narrativa molto forte. Con l’occhio di oggi potremmo interpretare la relazione tra Miriam/Mayra e Bobby come inopportuna – lui in quel momento ha ventitré anni, lei mente sulla sua età dichiarandone appena sedici – ma l’autrice ci dà la chiave per l’interpretazione secondo il suo punto di vista: per nessuno dei due fu un incontro improprio e quello che accadde tra loro fu il risultato di una volontà comune.
In una partita di scacchi, Mario e Miriam sarebbero due underdog, il cui intuito e sensibilità per il gioco può essere messo in discussione, almeno sulla carta. Sono inseriti nella storia con il prezioso compito di illuminarla nelle sue pieghe più umane e per fare da contraltare a chi la scena riesce a conquistarla con facilità. I due fanno strada e gli altri attori si aggiustano di conseguenza, diventando man mano un coro di voci che si unisce e si allarga sempre di più, annettendo la città intera.
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La fine non è scritta
Nella partita, tensione di Mario e Regina da un lato e di Miriam e Bobby dall’altro, la fine non è scritta, ma solo ipotizzata, un appuntamento al futuro da concretizzare. Il mondo sembra assistere alle loro storie, anche se questa si consuma in spazi privati e stretti, nell’incertezza di una mossa di scacchi, tra l’idea possibile di una relazione e le conseguenze dell’allontanarsi.
La sera in cui Bobby non scese a giocare è in definitiva un racconto di scelte e possibilità, alcune consumate altre inespresse e al contempo è un racconto di speranze e rassegnazione, di giovinezza proiettata al futuro e vecchiaia sotterrata dagli eventi.
Mario è colui il quale tenta il tutto per tutto, ma soccombe alla mossa del matto, nella sua partita contro il destino. Miriam è colei che non rinuncia al futuro, la narratrice della storia, la memoria degli eventi. È la mano che ogni volta risistema i pezzi sulla scacchiera, per ricominciare a giocare.
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Fotografia header: PARIS - OCTOBER 02: Mayra Montero (Photo by Ulf Andersen/Getty Images)
