Cosa succede a una società quando la sicurezza diventa la parola d’ordine e il corpo un nuovo territorio da conquistare? “Le riforestatrici” di Gabrielle Filteau-Chiba è un romanzo corale che, attraverso le sue protagoniste, racconta la riscoperta della cura: del mondo e di se stesse. Perché solo una sorellanza fatta di fatica e sudore può invertire la spirale di controllo e prevaricazione che ha fatto collassare il mondo… Una distopia ecofemminista tra natura e voglia di libertà
Un gruppo di donne sole, oltre i confini del mondo (o di ciò che ne resta), si consuma in una gara che l’umanità ha già perso: salvare gli ecosistemi e la natura di cui fanno parte.
Sandrine e le sue compagne corrono, braccia salde che scavano la terra, ripuliscono le radici, piantano e ricominciano. Tengono il conto di ogni albero nuovo, lo proteggono dalle tempeste violente, si assicurano che il loro lavoro garantisca la sopravvivenza di quelle piccole radici, nella speranza che la terra bruciata dal caldo torni a vivere.
Thalie ha quindici anni, un ciuffo viola che le copre il viso, e del lavoro di sua madre conosce ben poco. Sa che per la maggior parte del tempo lei non c’è, persa tra i boschi del Nord, lontano dalla città. Ma sa anche che quel lavoro va oltre ciò che riesce a intravedere nella gioia dei suoi occhi, o nei tatuaggi che aumentano sulle sue braccia stagione dopo stagione.

La sicurezza e il controllo al primo posto
Le protagoniste di Le riforestatrici (Iperborea, traduzione di Luciana Cisbani), sono tre donne (e un uomo) che vedono il mondo cambiare sotto i loro occhi. La società in cui si muovono è ciò che resta di un’umanità al collasso, che ha fatto della sicurezza e del controllo il pilastro su cui resistere.
Nella Cité de Sainte-Foy, in Québec, ogni cittadino è sorvegliato da sistemi tecnologici: droni pattugliano le strade, chip innestati sotto la pelle documentano vite e comportamenti, garantendo il rispetto delle leggi pensate per preservare l’ordine costituito.
La distopia immaginata da Filteau-Chiba non esagera nel tracciare i contorni di una società ricostruita dopo quella che sembra essere stata una catastrofe climatica. Tra le righe, però, cova una critica politica che esplode nella sorellanza delle donne che scelgono di fuggire da quel mondo asfissiante.
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Tra autoesilio e sorellanza
Le riforestatrici sono la risposta naturale al dominio del controllo: in un mondo in cui il corpo delle donne viene ulteriormente privato della sua libertà, decidendo per loro chi può generare una nuova vita e chi no, alcune riescono a trovare una via di fuga, mettendosi a disposizione per un lavoro che in pochi accetterebbero di svolgere.
Il Nord, la foresta, per come viene raccontata in città, è un luogo di orrori e minacce. Chi la abita è fuori dalla società, un reietto, un pericolo da tenere lontano, confinato oltre le mura.
In una società iperprotetta, che è al tempo stesso culla e tomba per chi è sopravvissuto, anche il solo incontro con un orso non può che essere vissuto come un orrore, un pericolo da evitare a ogni costo. Per Sandrine e le altre, invece, quel pericolo è la vita stessa: è il prezzo che scelgono di pagare pur di riconquistare la propria libertà.
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Il romanzo di Filteau-Chiba è una critica all’immobilismo, all’accettazione passiva di un’autorità imposta dall’alto, che pagina dopo pagina stringe il cappio intorno alla gola.
Il respiro della foresta e l’odore della fatica delle donne si scontrano con il candore quasi chirurgico della città. Il lettore viene accompagnato in questo mondo attraverso gli occhi di Thalie, la figlia di Sandrine e Gabriel, che grazie a uno stage ha l’occasione di ricongiungersi con la madre per raccogliere dati sull’attività delle riforestatrici. Thalie affronta il proprio viaggio nel desiderio di non deludere mai Sandrine: segue le sue orme e, lentamente, si conquista uno spazio in quella setta di streghe rifugiate nei boschi, ai margini della società.
Chi è Gabrielle Filteau-Chiba
Nata a Montréal nel 1987, Gabrielle Filteau-Chiba è autrice, traduttrice ed editrice, oltre che una delle voci più riconoscibili della nuova narrativa ecologista canadese. Nel 2013 ha lasciato la città per trasferirsi da sola in una baita alimentata a energia solare sulle rive del fiume Kamouraska, in Québec.
Da quella scelta è nata la sua trilogia del Kamouraska – Encabanée, Sauvagines e Bivouac – tradotta finora in otto lingue e finalista a numerosi premi letterari tra Québec e Francia (e di recente, in fase di adattamento cinematografico). In Italia il pubblico l’ha conosciuta con il primo capitolo della trilogia, uscito nel 2019 per Lindau con il titolo Nella tana: un romanzo-diario in cui l’autrice, nei panni della protagonista Anouk, racconta un inverno di isolamento volontario nella foresta boreale, tra il gelo, gli animali selvatici e la ricerca di un’esistenza più autentica.

GabrielleFilteau-Chiba nella foto di Justine Latour
Con Le riforestatrici, Filteau-Chiba abbandona il registro autobiografico per approdare alla distopia, mantenendo però intatti i temi che le sono più cari: il legame tra corpo femminile e natura, la critica al capitalismo e la ricerca di libertà lontano dagli ingranaggi della società.
Streghe, non solo riforestatrici
Sono streghe, in fondo, le riforestatrici raccontate da Filteau-Chiba: donne dedite alla guarigione, di se stesse e del mondo intero, che attraverso gli alberi compiono il proprio rito di protezione e incanto. Sono sorelle che ballano intorno al fuoco, esauste, capaci di cambiare pelle per rinascere dagli orrori a cui una società tanto umana, tanto sicura, tanto protetta, le ha costrette.
«Questi segni sulla pelle sono un’altra forma di identità e di valorizzazione», continuano quelle vicine a noi, super eccitate. «Qualunque cosa ci succeda, diranno chiaramente da che parte stiamo, a chi abbiamo giurato fedeltà. Non a uno Stato-nazione, né a qualche legge. Solo alla Natura, alla foresta.»
«E alle nostre sorelle»
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