Un enigma che dura soltanto “gli ultimi 1305 giorni degli anni Settanta e i primi cinque mesi del 1980”. La storia dei Joy Division, costellata di leggende, diatribe, litigi e segreti, è una storia di quattro musicisti, due album, alcuni singoli e un centinaio di concerti, interrotta improvvisamente dal suicidio del cantante, Ian Curtis. Ne parla Fernando Rennis in “Disorder – La storia dei Joy Division”, un libro che si sofferma su un’epoca cruciale della storia britannica e di Manchester in particolare: quella della deindustrializzazione e della crisi…
di Giacomo Bottà
This is the way, step inside. Estate 2025: qualcuno raggiunge un rifugio alpino nelle Dolomiti e posta su un social una foto con in mano un bombolone. Maggio 1980: le ceneri di Ian Curtis vengono sparpagliate al vento, forse in un cimitero di Macclesfield, nel Nord-Ovest dell’Inghilterra.
La storia di Ian Curtis l’ho appena letta in un libro. La storia dei bomboloni invece su un quotidiano online. Sono due storie molto diverse, ma hanno qualcosa in comune. Il bisogno di celebrare qualcosa: un’escursione e la morte di un cantante. Celebrare qualcosa aiuta a creare una memoria e imprimerla in un luogo preciso, in questi casi, un rifugio alpino e un cimitero. I luoghi sono posseduti dalla memoria e quando li visitiamo, ci aspettiamo di diventarne partecipi. Nell’estate del 2026 sono arrivate le code per i bomboloni in quota e nel 2008 la pietra cimiteriale di Ian Curtis è stata trafugata e mai più ritrovata.
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Mangiare un bombolone circondati dalle Dolomiti può essere un’esperienza sensoriale gradevole e può essere immortalata in foto che esprimono gioia di vivere, esclusività (ci sono appena 2000 bomboloni al giorno che possono essere fritti nel rifugio) e sublime, nel senso Kantiano del termine. Ma cosa significa rubare la pietra posata a memoria del cantante dei Joy Division, in un piccolo cimitero di un villaggio grigio e anonimo nel Nord-Ovest dell’Inghilterra?
I Joy Division sono un enigma, come si legge in una nota sul loro primo EP e come traspare da Disorder – La storia dei Joy Division, corposo volume sulla band di Manchester (o di Macclesfield?) scritto da Fernando Rennis. Un enigma che dura soltanto “gli ultimi 1305 giorni degli anni Settanta e i primi cinque mesi del 1980”, ma che sembra aver avuto un significato unico nella storia della popular music.
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Rennis, critico musicale e già autore, tra le altre, di opere significative sugli Smiths e sui Radiohead, affronta i Joy Division con un rigore da ricercatore d’archivio, si immerge nei meandri della carta stampata, della rete e dei solchi di vinili, per uscirne con 300 pagine di storia, una cosa difficilissima. La storia dei Joy Division è costellata di leggende, diatribe, litigi e segreti, è una storia di quattro musicisti, due album, alcuni singoli e un centinaio di concerti interrotta improvvisamente dal suicidio del cantante.
Un’epoca cruciale della storia britannica
Per il pubblico generalista, sembra che il gruppo nasca nel momento in cui il cantante muore, destino molto simile a quello che succederà con i Nirvana. Ma a Rennis questo interessa relativamente, il suo obiettivo con questo libro è spiegarci cronologicamente, giorno per giorno quasi, la nascita e l’evoluzione dei Joy Division, mettendoci allo stesso tempo a contatto con un’epoca cruciale della storia britannica e di Manchester in particolare: quella della deindustrializzazione e della crisi.
In maniera molto simile ai documentari di Adam Curtis, montati solo con frammenti d’archivio della BBC, Rennis intervalla la narrazione principale con istantanee di cronaca politica, nera e di costume, che ci restituiscono una Gran Bretagna cupa, depressa e violenta, che i Joy Division assorbono come un panzerotto assorbe la crema.
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Sono questi frammenti che ci aiutano ad articolare la storia della band, della Factory, la folle etichetta che pubblica il loro primo album, e della vivace scena di Manchester. La vita musicale della città sembra vivere tra solidarietà pseudo-sindacale, con la nascita di associazioni, sale prova e prestito di strumentazione, e competizione neoliberal tra band per farsi notare, avere un contratto e “sfondare”. La Factory si situa nel mezzo: un’etichetta indipendente, che promuove band locali e che non rilascia contratti veri, ma che allo stesso tempo si immagina come una compagnia d’affari, proiettata nel futuro edonistico degli yuppies.
I Joy Division nascono e crescono lì in mezzo. Sono tutti membri dell’ultima generazione di gente formata per il lavoro industriale, gli ultimi colletti bianchi usciti dalle professionali o semplicemente dalla scuola dell’obbligo, formati per vigilare la robotizzazione, timbrare cartellini, leccare francobolli e archiviare fatture, roba di una noia mortale. È il punk e la sua diffusione capillare nelle provincie che dà un senso alle loro vite e permette loro di pensarsi altro.
L’album Disorder, nonostante il titolo, ha una capacità unica di mettere ordine. Ci parla della vita privata dei membri della band e di Ian Curtis in particolare. Restituisce cronache dettagliate di una miriade di concerti della band, basandosi su materiali audio, articoli, recensioni e probabilmente scandagliando gli intricati forum online di fan.
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Tra il disastro e l’epifania
È interessante notare come i concerti dei Joy Division si muovano continuamente tra il disastro e l’epifania, in parte per il carattere “settentrionale” dei membri della band, burberi e propensi a lasciarsi sopraffare dalle emozioni, in parte per la salute cagionevole di Ian, alle prese con l’epilessia, e in parte per il pubblico, spesso impreparato ad assistere qualcosa di molto simile alla crocifissione nel Vangelo di Giovanni.
Inoltre, l’autore non disdegna di parlare di musica. I dischi della band, i provini, le versioni alternative dei pezzi più iconici vengono analizzati in maniera chiara e accessibile, mettendo in primo piano il lavoro vocale e strumentale di Ian Curtis, Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, le tecniche di registrazione uniche del produttore e ingegnere del suono Martin Hannet e le grafiche innovative di Peter Saville.
Il libro prende anche in considerazione la canonizzazione e riscoperta della band, in particolare in Italia, e anche l’interesse accademico. Nel libro scopriamo che i Joy Division sono stati molto di più dell’immagine pulsar che dalla copertina di Unknown Pleasures è finita sulle T-shirts della fast fashion o sui guanti da forno, come gli Half Man Half Biscuits inventano nel loro pezzo Joy Division Oven Gloves.
I guanti da forno sono d’altronde perfetti per sfornare panzerotti.
L’AUTORE – Cresciuto tra le Alpi, Giacomo Bottà si è stabilito a Helsinki dopo lunghi periodi a Berlino, Strasburgo e Bruxelles. Docente universitario, ricercatore e scrittore, si occupa di musica, città e memoria culturale. È autore di Deindustrialisation and Popular Music: Punk and “Post-Punk” in Manchester, Düsseldorf, Torino and Tampere (Rowman & Littlefield, 2020) e suoi articoli sono apparsi su varie riviste scientifiche. La versione inglese di CCCP, Affinità e divergenze (nelle librerie italiane con nottetempo) è stata pubblicata nella serie “33 1/3 Europe” di Bloomsbury.
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Fotografia header: Ian Curtis dei Joy Division (foto GettyEditorial)