Dopo il bestseller d’esordio “Il cognome delle donne”, Aurora Tamigio torna con una nuova storia, “Otto ragazze”, ambientata ai giorni nostri nel quartiere milanese di Porta Romana, dove una villetta della stagione liberty diventa una casa di accoglienza per donne in difficoltà. Attorno a Sara, che avvia il progetto basandosi sul rispetto delle regole e la condivisione totale, si riuniscono altre sette protagoniste: non potrebbero essere più diverse fra loro, eppure i legami che si instaurano sono in grado di scavalcare qualsiasi pregiudizio…
Al civico 154 di via Comelico, Villa Debora si staglia imponente: in una fiera risposta all’agitazione produttiva (e performativa) della Milano di oggi, il giardino invita all’ingresso fin dal pieno della stagione liberty, mentre il tetto sembra voler allungarsi nel tentativo di toccare anch’esso quel cielo ormai popolato dalle punte dei grattacieli più alti.
È questa l’ambientazione in cui prende il via Otto ragazze, il nuovo romanzo di Aurora Tamigio (edito da Feltrinelli, dopo il successo del bestseller d’esordio Il cognome delle donne, Premio Bancarella 2024): come abitanti silenziosi che ne riempiono ogni angolo, da inizio ‘900 occupano ancora oggi le stanze un pianoforte scordato, un meraviglioso lampadario non funzionante appeso in fondo al corridoio, un parquet che avrebbe decisamente bisogno di essere lucidato e uno strato di polvere che ricopre ogni cosa.

Otto ragazze è il nuovo romanzo di Aurora Tamigio, vincitrice del Premio Bancarella con Il cognome delle donne (Feltrinelli, 2023)
Una villetta liberty nel cuore di Porta Romana
Ma la casa, che per anni è rimasta disabitata, adesso è animata da otto vite in fuga da un mondo da cui, per un motivo o per un altro, si sentono rifiutate: a dare il via al tutto è Sara, che con la sua forza vulcanica avvia un progetto di accoglienza in cui le donne possano trovare rifugio e forza.
Nella realtà, quella casa… non esiste. O meglio, è esistita la villetta a cui l’autrice si è ispirata per l’ambientazione del romanzo ma, anche se via Comelico c’è e si dispiega tra il dinamismo e l’eleganza del quartiere di Porta Romana, i suoi civici si fermano al 44, dove la strada si incrocia con viale Umbria.
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Impossibile, quindi, restituire un’immagine concreta alla curiosità di sapere com’è nella realtà; ma, fermo restando che è sufficiente passeggiare nei quartieri più caratteristici del capoluogo lombardo per scovare villette liberty di quegli anni, leggendo si possono esplorare i corridoi della casa, le sue stanze colorate, la cucina con gli utensili Ikea che hanno rimpiazzato la preziosa argenteria della sua prima proprietaria, il giardino in cui ognuna ha il proprio fazzoletto di terra da gestire a piacimento.
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Otto donne in cerca di un rifugio
Accanto a Sara c’è Lidia, sua compagna da una vita, presenza silenziosa e supporto costante; c’è Argenta, che di Sara non è solo figlia ma anche ombra, e che per lei nutre una cieca fiducia. C’è Nadia, ex parrucchiera ed estetista che trova la forza dei legami con le altre proprio negli aspetti che da loro sembrano allontanarla.
Ci sono anche Valeria e Adele, madre e figlia che arrivano a Villa Debora per fuggire da un uomo convinto che amore significhi violenza, poi Piera, barista 20enne incapace di trovare il suo posto nel mondo, e Gloria, che vive in balìa di una diagnosi da cui non può scappare e che cerca di arginare con la conoscenza e lo studio.
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Tra i muri di Villa Debora queste otto donne imparano il compromesso, la bellezza di fare un passo indietro per lasciare più spazio a un’altra, il rispetto di regole che accompagnino verso una convivenza più serena e la spartizione di ogni cosa. Scoprendo legami difficilmente instaurabili nel mondo esterno, ognuna di loro impara che il concetto di famiglia può assumere infinite forme.

Una gabbia dorata da cui uscire diventa una sfida
Ma la chiave per l’equilibrio perfetto può essere davvero la condivisione totale? Come un vestito cucito addosso troppo aderente, tante di loro cominciano a considerare soffocante l’idea di non poter serenamente uscire da lì per scoprire la città con i suoi locali e i suoi negozi in centro, o il divieto di utilizzo dei cellulari imposto da Sara. E sentono sempre più forte il bisogno di instaurare nuove relazioni accantonando i presupposti per cui abbiano tutti necessariamente cattive intenzioni.
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E così, il luogo che doveva essere un riparo dai pericoli si trasforma in una gabbia dorata da cui uscire diventa una sfida. A spingere le ragazze a raccoglierla sembrano essere proprio la casa e l’enorme platano in giardino, che con le sue radici così strenuamente attaccate al terreno vuole rassicurare che le crepe sui muri dell’edificio non sono una minaccia di ribellione, ma nient’altro che un piccolo accenno del tempo che passa.
La villa rimarrà lì ad aspettarle fino al loro rientro, quasi a suggerire che le ragazze debbano sentirsi libere di poter uscire e trasgredire le regole, con la facoltà di tornarci in qualsiasi momento.
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Sara, spettatrice inerme di un equilibrio che cambia
E Sara, ideatrice di un progetto nato per garantire protezione e riparo, prende il posto di un’inerme spettatrice in grado di intervenire solo limitatamente sulle scelte delle sue coinquiline, incapace di accettare di non poter avere sempre tutto sotto controllo.
Mentre gli equilibri pian piano si ribaltano, Villa Debora è osservatrice attiva dei loro cambiamenti e della loro crescita. Le ragazze scoprono il mondo, esplorano, fanno esperienze che scavalcano la quotidianità delle sue pareti. E lei aspetta. Rimane lì, con i pavimenti scricchiolanti e le stanze colorate, la soffitta tana di ghiri e il cancello verde di ferro battuto, al 154 di via Comelico, testimonianza nostalgica di una Milano ormai lontana.è
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Fotografia header: Aurora Tamigio nella foto di Giulia Ferrando