Dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, il racconto di due vite (quella del primo pittore espressionista italiano, l’anarchico Lorenzo Viani, e quella di Enrico Dei) che si intrecciano sotto il segno di una stessa, profonda ostinazione. Marco Amerighi torna con il romanzo “Quanto splende questo nero”, una storia di due vite controcorrente ma, soprattutto, la storia di una comune ossessione per la vita, e dell’arte come messaggera di verità, come ponte tra gli uomini di fronte all’ignoto…

«Sei il suo ultimo testimone, Enrico. Morto te, morto lui».

Un romanzo che è molto più di un’affascinante biografia, Quanto splende questo nero di Marco Amerighi (Bollati Boringhieri) è il racconto di due vite che si intrecciano sotto il segno di una stessa, profonda ostinazione e finiscono per riconoscersi attraverso il tempo. Dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, una vita insegue l’altra, in un vero e proprio processo di identificazione umana, sotto il segno di una comune necessità di verità.

Copertina di Quanto splende questo nero di Marco Amerighi

Un artista schiavo delle proprie passioni

Lorenzo Viani è stato il primo pittore espressionista italiano: un irregolare, un artista schiavo delle proprie passioni, furioso contro le regole e ostile al potere. Il suo nome non è tra i più noti, perché Lorenzo non sapeva compiacere, e con le sue opere suscitava sgomento, se non fastidio. Lorenzo Viani è stato il pittore degli ultimi, degli emarginati, dei vàgeri di Viareggio: quelli che elemosinavano davanti alle osterie, i viandanti, i malati, gli ubriachi che dormivano nei cartoni, o sui pietroni del molo. Sono loro i personaggi della sua pittura, volti delle zone oscure della sua anima, spettri di una sofferenza spirituale che Viani restituiva sulla tela attraverso strati di esperienza, in un nero materico, denso, profondamente espressivo.

Il nero di Viani è il protagonista di questa storia, perché è un nero che illumina, che riversa verità sulla tela, e sulle pagine del libro: il nero di Viani è il buiore, quello spaesamento che rimane dopo aver guardato la luce. È lì che si inizia davvero a vedere, e a capire.

Anarchico, scomodo ai più, Lorenzo dipingeva fin dalla sua infanzia, e aveva un suo modo, lontano dalle scuole e dalle convenzioni, un suo vocabolario figurativo, già molti anni prima di inventarsi un suo personale lessico, parole nuove nate dal suo bisogno di espressione autentica e ruvida.

“Solo della mia pittura mi fidavo”

Solo della mia pittura mi fidavo. Perché non aveva la pretesa di capire dove mi trovavo, ma solo quella di riprodurre come mi sentivo. E come mi sentivo? Al buio”.

Da Viareggio a Parigi, in mezzo ai clochard dell’Alveare, poi in guerra, a ritrarre l’orrore impresso sui volti dei compagni, per poi tornare a raccontare gli uomini e le donne della sua terra, con uno slancio selvatico perché libero: la vita di Lorenzo ha abbracciato l’inquietudine e ne ha fatto la sua arte, mai fidandosi della realtà ma solo del proprio dolore.

Intabarrato in un cappotto, con un nido di capelli inestricabili in testa, Lorenzo Viani ha attraversato la vita da un’infanzia di miseria dignitosa, fino agli anni dell’impegno anarchico, agli incontri decisivi con Ungaretti, Boccioni, Picasso, alla scrittura intrapresa su incitamento di Mussolini, e infine all’isolamento.

“Se inseguivo le sue opere non lo facevo per lui, per togliergli di dosso la nomea di ubriacone, fascista e rissaiolo, no, no, no, lo facevo per me. Per vedere quello che vedeva lui: la sua verità dietro la nostra realtà, la sua lotta tra vivere nel mondo e stargli lontano, tra il desiderio di restare sé stesso e quello di essere uguale agli altri”.

Un incontro epifanico

Decenni più tardi, in un altro mondo ma nella stessa Viareggio, Enrico Dei è un nonno, grandi baffi bianchi da schnauzer, una nipotina, un cane, una carriera alle spalle che l’ha fatto viaggiare: una vita che sembra ormai risolta, se non fosse per quel furore costantemente trattenuto dall’autocontrollo, per quell’insofferenza incapace di trovare misura, per il bisogno costante di capire, una smania alla ricerca del perché e del per cui.

Quello con Lorenzo Viani è per Enrico Dei un incontro epifanico, una voce che arriva dal passato e raggiunge Enrico in un momento di fragilità e di abbandono. Il passato invade il presente, Enrico riconosce un’anima affine, fraterna, che gli parla da una tela, due bovi con le corna ricurve. Quel dipinto gli rimarrà impresso negli occhi per anni.

I quadri possiedono il potere di camminare nel tempo

Ma si sa, i quadri hanno le gambe, e possiedono il potere di camminare nel tempo, di essere ponti di persone e di sentimenti. Quando se li ritrova davanti, anni dopo, per Enrico quei bovi sono un messaggio e un richiamo che lo sospinge indietro, nel fondo della propria anima: “Avevo di nuovo sei anni. Ero uscito a cercare mia madre e, invece, avevo trovato Viani”.

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Marco Amerighi (foto di Franco Origlia, GettyEditorial)

Marco Amerighi nella foto di Franco Origlia

In quel pittore eversivo, irregolare, pittore delle bestie, Enrico sente riflettersi la sua vita e la sua sensibilità, e fa di questo sentimento una missione, che diventa un’ossessione: recuperare quante più opere di Viani possibile, scovandole, bussando alle case, da proprietari inconsapevoli, pagandole, restituendo loro la memoria che non hanno avuto. La sua è una lotta contro il tempo, perché Enrico è l’ultimo testimone della buia grandezza di Lorenzo Viani, e la sua è una ricostruzione di un’eredità che lo porta a dialogare con Lorenzo attraverso il tempo, non con interesse da storico, ma con un bisogno esistenziale, di capire e conservare una parte di sé.

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Due vite riflesse

Lorenzo Viani e Enrico Dei sono due vite riflesse, che nella narrazione di Amerighi si rincorrono nel tempo, alternando le loro voci, finendo per assomigliarsi, per sovrapporre parole, per confondere i ricordi. Sono due fantasmi che si riconoscono simili e che insegnano qualcosa di intensamente umano e al tempo stesso scomodo: Lorenzo la libertà, la dignità tra gli ultimi, gli emarginati, Enrico, la verità della memoria, che solo l’arte sembra in grado di custodire.

In questo suo nuovo romanzo Amerighi conferma una scrittura intensa e figurativa, e una prosa che ha una qualità quasi pittorica nel rendere vivibili la materia, i corpi, gli spazi, profondamente concreta e realistica, come la forza espressiva del suo racconto: Quanto splende questo nero è una storia di due vite controcorrente, ma soprattutto è la storia di una comune ossessione per la vita, e dell’arte come messaggera di verità, come ponte tra gli uomini di fronte all’ignoto.

«Questo è un nero che brilla come l’avorio. Io lo chiamo buiore».

«Perché?»
«Come altro lo chiameresti un buio che splende?»

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Fotografia header: Marco Amerighi nella foto di Antonio Viscido

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