“Il modo in cui osserviamo i mutamenti degli altri animali può dirci tanto di noi, del nostro corpo, di come lo percepiamo e delle priorità che stabiliamo. Diamo più importanza al processo o al risultato? E siamo proprio sicuri ci sia un risultato finale? Cresciamo tutta la vita per arrivare alla nostra forma definitiva? Se assumiamo come vera questa idea, significa che viviamo un’intera vita in potenza della forma definitiva che assumeremo?”. Vi proponiamo la riflessione di Francesca Mattei in occasione dell’uscita di “Come si smette di avere una faccia – Variazioni sul corpo”: “Nella nostra società non tutti i corpi sono validati allo stesso modo. I corpi non conformi, queer, non bianchi, e femminili sono percepiti come deviazione dalla norma…”

Nel regno animale, il processo di metamorfosi non è un’eccezione, ma la norma. “Qualche tipo di metamorfosi è presente praticamente in tutti i gruppi animali, con l’eccezione dei rettili, degli uccelli e dei mammiferi, cioè di alcune decine di migliaia di specie a fronte di un numero totale che sfiora il milione e mezzo”. (Taccuino delle metamorfosi, Marco Di Domenico, Codice, 2022).

La prima volta che sono venuta a conoscenza di questa informazione sono rimasta sbalordita: tutto ciò che avevo sempre percepito come eccezionale era in realtà comune. Come esseri umani, probabilmente, siamo portati a respingere ciò che non consideriamo familiare a noi stessi e a liquidarlo come fenomeno “bizzarro”, fondamentalmente perché diverso o estraneo a noi.

Anche quando ci meravigliamo di fronte a un fenomeno naturale o animale, tendiamo a percepirlo come uno dei tanti modi strani attraverso cui può esprimersi la natura, interiorizzando il pregiudizio secondo il quale tutto ciò che non riguarda l’essere umano è una deviazione dalla norma.

E non per ottusità o cattiveria, ma perché non ne facciamo esperienza diretta. O almeno così crediamo.

Riguardo a questo, però, ci sono due aspetti da tenere in considerazione. In primo luogo, quando parliamo di metamorfosi in senso stretto, siamo portati a pensare allo stadio finale del processo. “In molte specie animali”, però, “gli stadi giovanili sono molto più longevi degli adulti, che non di rado si limitano a essere portatori di cellule riproduttive, essenziali ma effimeri”. I veri protagonisti sono “le larve, le ninfe, gli stadi giovanili, non gli adulti che diventeranno”.

In altre parole ci limitiamo a dire che la farfalla, per diventare tale, passa attraverso un determinato percorso, che però viene percepito esclusivamente in funzione della formazione della farfalla stessa. Probabilmente da un punto di vista puramente riproduttivo è così: ogni animale deve essere sufficientemente maturo da riprodursi per garantire la sopravvivenza della propria specie. Ma c’è molto altro: quali sono i passaggi che rendono possibile la maturazione sessuale di un animale? Sono davvero meno importanti rispetto allo stadio finale? E pensandoci bene “il bruco è la larva della farfalla o piuttosto è la farfalla a essere la parte finale della vita di un bruco?”.

Il modo in cui osserviamo i mutamenti degli altri animali può dirci tanto di noi, del nostro corpo, di come lo percepiamo e delle priorità che stabiliamo. Diamo più importanza al processo o al risultato? E siamo proprio sicuri ci sia un risultato finale? Cresciamo tutta la vita per arrivare alla nostra forma definitiva? Se assumiamo come vera questa idea, significa che viviamo un’intera vita in potenza della forma definitiva che assumeremo?

Sebbene non vada incontro a un vero e proprio processo di metamorfosi, in realtà anche il nostro corpo è in continua trasformazione. La nostra forma è definita e viene mutata da aspetti fisiologici e biologici, ambientali, culturali e da manipolazioni intenzionali. Vedere il nostro corpo come qualcosa d’altro da noi sul quale non possiamo intervenire, immutabile e definito, sarebbe ingenuo. Ma sarebbe ingenuo anche il contrario, e cioè pensare di poterne avere il controllo totale.

Ma c’è anche un altro elemento da considerare: nella nostra società non tutti i corpi sono validati allo stesso modo. I corpi non conformi, queer, non bianchi, e femminili sono percepiti come deviazione dalla norma. Lo mostra bene Caroline Criado Perez nel suo saggio Invisibili (Einaudi, 2020), dove viene analizzato come l’assunzione di un “maschile-ove-non-altrimenti-indicato” ha portato e porta a una clamorosa assenza di dati disponibili sui corpi, le abitudini e i bisogni femminili e come “la preferenza per il corpo maschile possa essere al tempo stesso causa e conseguenza del vuoto di dati di genere”.

Questo ha delle conseguenze molto concrete sulla vita di chiunque non sia un maschio bianco, poiché tutto è costruito e progettato esclusivamente su misura di questa categoria: le strade, le città, i percorsi degli autobus, i cellulari, i dispositivi di sicurezza sul lavoro e persino le automobili. Il nocciolo si trova in “quello che Catherine MacKinnon chiamava ‘il non punto di vista’. Quella prospettiva non è dichiarata come maschile e bianca per la semplice ragione che non ce n’è bisogno: è la norma, e in quanto tale la si presume non soggettiva. Quella norma è […] addirittura universale”. E come potrebbe non essere così dal momento in cui la prospettiva maschile non è solo sovraestesa e interiorizzata, ma anche sovrarappresentata? Del resto “quando si è abituati […] a dare per scontato il fatto di essere maschi e bianchi, è comprensibile che ci si possa dimenticare che anche quella è un’identità”.

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Il nostro corpo cambia e viene cambiato, giudica e viene giudicato, si definisce nello stesso modo in cui si definisce ogni altra cosa: attraverso la somiglianza e la distinzione da un metro di paragone. Siamo noi umani a decidere quali corpi salvare e quali condannare, quali desiderare e quali disprezzare, quali uccidere, mangiare o accudire. E tutto questo come può non portare a una dissociazione dal nostro, di corpo?

Scrivere di corpi significa avere a che fare con tutta questa complessità, indagare il valore oggettivo e culturale assegnato al nostro corpo e ai corpi altrui. Significa anche osservare e raccontare il modo in cui i corpi parlano o, per meglio dire, il modo in cui ognuno di noi parla – spesso inconsciamente – attraverso il corpo.

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copertina del libro Come si smette di avere una faccia - Variazioni sul corpo di Francesca Mattei

L’AUTRICE – Francesca Mattei ha studiato sociologia e vive a Carrara, dove gestisce una libreria. effequ pubblica il suo nuovo libro, Come si smette di avere una faccia – Variazioni sul corpo, presentandolo come “un testo dissonante e viscerale, che coniuga l’intimità perturbante di Shirley Jackson e la crudeltà algida di Ottessa Moshfegh”.

Già autrice di racconti apparsi su riviste online e nell’antologia Vite sottopelle – Racconti sull’identità (Tuga), Mattei nel 2021 ha pubblicato la raccolta Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa (Pidgin) e ha preso parte all’antologia Human (Moscabianca). Nel 2022 è poi uscito il romanzo breve Gli stessi occhi (Zona42).

E veniamo a Come si smette di avere una faccia, che parte da alcune domande: come si cancella il proprio corpo? Come si annulla la propria identità? Mattei affida a queste domande il suo libro, un “mosaico inquieto di esistenze intrappolate, perennemente sospese tra lucidità e smarrimento. Ogni frammento restituisce un riflesso parziale, distorto – eppure insieme compongono un’immagine di una coerenza spietata”. C’è chi camuffa il viso sotto strati di trucco o si affida alla chirurgia estetica, chi contempla la possibilità di spegnersi, chi cerca modi sempre nuovi di farsi del male, ferendo quell’ammasso di carne e sangue che sente non appartenerle, attraverso l’uso di stupefacenti o cedendo il proprio corpo ai desideri altrui. La lacerazione del labile equilibrio tra identità personale e mondo esterno costringe le protagoniste di questo libro a scegliere un’esistenza ai margini: al riparo dalla violenza della città, da case opprimenti, dagli sguardi di vergogna di genitori inflessibili o indifferenti. Eppure, l’esperienza più dolorosa non è l’isolamento dalla società, né il distacco dalle famiglie, quanto piuttosto il senso di estraneità da sé – la perdita della capacità di vivere come proprie le percezioni, le sensazioni.

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