Un tempo l’intimità (che ha bisogno di lentezza) aveva molti volti, non tutti solenni. Oggi, invece, nell’era dei social si tende a mostrare “davvero tutto”, “come se l’esposizione fosse diventata una nuova forma di sincerità certificata”. Eppure, “paradossalmente, sentiamo meno”. Ma, come riflette Simonetta Tassinari, per riprendersi l’intimità non serve sparire nel bosco…

Un tempo l’intimità aveva molti volti, non tutti solenni. Una porta chiusa con discrezione, un biglietto piegato in quattro e infilato in tasca, un pensiero custodito. Era anche una chiamata che arrivava tardi, quando il resto del mondo dormiva, e la voce dall’altra parte abbassava il tono come se anche il buio potesse sentire.

Era un messaggio sul cellulare riletto dieci volte prima di essere inviato – e altre dieci dopo –  per il timore di dire troppo, o troppo poco. Era l’attesa di una risposta che non arrivava subito, e proprio per questo pesava. L’intimità stava anche lì: in quel che non era immediato, né pubblico, né garantito.  Oggi l’intimità, invece, ha cambiato suono: è il clic con cui una storia viene pubblicata.

social media identità

Oggi mostriamo tutto

Mostriamo tutto.

Davvero tutto, come se l’esposizione fosse diventata una nuova forma di sincerità certificata. Il caffè del mattino, la corsa al parco, il volto stanco, quello felice, quello strategicamente spettinato. Mostriamo i figli, i genitori, i dolori (con filtro), le gioie (con hashtag). Raccontiamo le nostre ferite mentre sono ancora aperte, i lutti mentre bruciano, gli amori mentre stanno accadendo, purché stiano dentro quindici secondi e una buona luce. Eppure, paradossalmente, sentiamo meno. Non meno emozioni – quelle resistono a tutto, anche agli algoritmi- ma meno in profondità, perché non restano abbastanza a lungo da depositarsi: vengono subito superate, sostituite, condivise, prima ancora di essere davvero avvertite.

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L’illusione della confessione

I social ci hanno comunicato un’idea seducente: che mostrare equivalga a condividere. Che raccontarsi equivalga a conoscersi. Che dire tutto sia, di per sé, una prova di autenticità. Ma l’autenticità non è una questione di quantità. Non dipende da quanto diciamo, bensì da come e, soprattutto, a chi.

Esiste una differenza sostanziale tra confidare e pubblicare. La confidenza implica un rischio reciproco: io mi espongo e tu potresti non accogliermi, e magari tradirmi. La pubblicazione, invece, è una messa in scena controllata. Anche quando è sincera, anche quando è dolorosa, è pensata per uno sguardo indistinto che scorre, reagisce e passa oltre. E uno sguardo indistinto non restituisce intimità: restituisce reazioni.

Cuori. Commenti. Visualizzazioni.

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L’intimità ha bisogno di lentezza

L’intimità non ama la velocità. Le serve tempo, esitazione, silenzio. Frasi lasciate a metà. Cose che non si capiscono subito, e che proprio per questo valgono.

I social, al contrario, premiano l’immediatezza: la semplificazione, la riconoscibilità, la chiarezza che non chiede seconde letture. Emozioni nette. Storie consumabili in pochi secondi, riassumibili in una caption. Così impariamo, quasi senza accorgercene, a sentire in modo mostrabile. A vivere esperienze che funzionino anche come racconto, come immagine, come formato.

Il problema non è condividere un momento felice. Il problema è cominciare a viverlo già dal punto di vista di chi lo guarderà.

Quando accade, qualcosa si sposta: non siamo più dentro l’esperienza, ma appena di lato, a osservarci mentre cerchiamo di viverla. Come se una parte di noi vivesse,e  l’altra prendesse appunti.

Il corpo come contenuto

C’è poi una forma di intimità che i social hanno colonizzato con particolare efficacia: quella del corpo.

Il corpo è diventato prova, argomento, moneta. Deve dimostrare benessere, desiderabilità, disciplina, forza. Anche i dispiaceri- malattie, fragilità, cambiamenti – vengono spesso esposti come esempio: un percorso, una rinascita, qualcosa che deve insegnare, ispirare, possibilmente funzionare.

Raccontare il proprio corpo non è sbagliato. Diventa problematico quando il corpo non è più un’esperienza privata, ma un oggetto da rendere leggibile.

L’intimità corporea non nasce dall’essere visti, ma dal restare in contatto. E restare in contatto significa concedere al corpo tempi che non producono e che non spiegano niente, trasformazioni che non hanno bisogno di diventare un messaggio.

La nostalgia del non detto

Molti di noi provano una nostalgia difficile da definire. Non è nostalgia del passato di per sé, ma di una condizione: quella in cui non tutto doveva essere raccontato. Non per pudore moralistico, bensì per una forma elementare di rispetto, quel che permette ai legami di non esaurirsi subito, di non consumarsi nella prima esposizione. Sono le cose che si scoprono col tempo, e non tutte insieme, a dare spessore alle relazioni , quelle che non hanno bisogno di essere documentate ed esibite per esistere.

Quando ogni cosa è raccontata, non resta niente da raggiungere. Né per gli altri, né per noi stessi.

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Riprendersi l’intimità (senza sparire nel bosco)

La soluzione non è demonizzare i social, né fuggire in una capanna senza Wi-Fi (anche se, a tratti, l’idea è comprensibile). La questione non è se usarli, ma come farlo e con quale grado di esposizione.

Riprendersi l’intimità può significare gesti piccoli, ma decisivi:

-Tenere qualcosa solo per sé, senza trasformarlo automaticamente in contenuto. Non per segretezza, piuttosto per misura, come si fa con ciò che non si consuma tutto in una volta.

-Sottrarsi allo scroll immediato, a quel movimento riflesso che chiede di reagire, mostrare, rispondere. Rimandare la condivisione, lasciando che un’esperienza decanti, che faccia il suo corso prima di essere detta, ammesso che debba necessariamente esserlo. Chi ci impedisce di tenerla, semplicemente, per noi?

-Preferire pochi interlocutori reali a molti spettatori distratti: una scelta che ha a che fare con l’attenzione, direbbe Simone Weil, e con ciò che decidiamo di non disperdere.

-Accettare che non tutto debba essere capito, né commentato, né approvato.

L’intimità non è una performance. Non ha pubblico. Non si valuta in reazioni.

È ciò che rimane quando smettiamo di guardarci mentre viviamo. E forse, in un mondo che ci chiede continuamente di mostrarci, il gesto più radicale non è sparire, ma proteggere ciò che non è nato  per essere guardato.

L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.

Ha pubblicato romanzitesti di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio “brillante” – sull’insegnamento della filosofia nelle scuole – La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amoriLa casa di tutte le guerreLe donne dei Calabri di Montebello L’ultima estate in paese.

Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.

Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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