Kinga Sikora, protagonista di “Una nuova nuova me” di Helen Oyeyemi, si fa in sette, come i giorni della settimana, in un romanzo di doppi, specchi e invenzioni, il cui cuore è proprio nella destrutturazione psicologica del personaggio principale. Forse, la vera domanda che si pone questo libro, è cosa succede quando lasciamo che i nostri diversi mondi vivano senza di noi, mentre siamo girati da un’altra parte. Se ci sono personalità che sono dalla nostra parte, che seguono un proposito positivo generale e se, all’opposto, ce ne sono altre che remano contro. Cosa succederebbe se fosse così? E se una personalità oppositiva prendesse il sopravvento?

“Ciao ragazze,
Kinga-Alojzia a rapporto. È quasi ora di dormire e sono seduta al tavolo della cucina mentre inizio il nostro diario per la settimana del 26 febbraio 2024.”

In questo modo inizia Una nuova me di Helen Oyeyemi (66thand2nd, traduzione di Marina Calvaresi) e prosegue aprendosi con un innesco misterioso: è lunedì e la protagonista polacca, Kinga Sikora, trova un uomo di nome Jarda legato e imbavagliato nella dispensa del suo appartamento a Praga. Tuttavia, chi si aspetta un mistero convenzionale rimarrà spiazzato: il rapimento si rivela ben presto una farsa, in parte orchestrata dalla stessa vittima, e scivola rapidamente sullo sfondo. Il vero enigma, infatti, non si nasconde nella dispensa, ma nella mente della protagonista.

Copertina di Una nuova nuova me di Helen Oyeyemi

Kinga si fa in sette, come i giorni della settimana: ce n’è una per ogni mattina, che condivide ogni cosa con quella che la precede e quella che la segue, eccetto i ricordi. Ciascuna, infatti, mantiene un diario di ciò che le accade e di ciò che pensa, da condividere con le altre e ogni Kinga può tornare indietro a piacimento, per leggere anche ciò che non è successo proprio il giorno prima.

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Un romanzo di doppi, di specchi, di invenzioni

L’inizio della storia ha bisogno di un minimo di fiducia: non si riesce a entrare nelle pagine senza mettersi alla prova, senza immaginare la possibilità che Kinga-A, la Kinga del lunedì, sia presente a sé stessa e non siamo di fronte a un caso patologico di sdoppiamento della personalità. Nel condividere, si rivolge alle altre Kinga e implicitamente, quindi, a chi legge in una relazione che è fin da subito molto chiara e soprattutto imprescindibile per continuare: lei esiste, ha un accordo preciso con altre versioni di sé e tutto funziona (quasi) a meraviglia. C’è uno scopo, anche se non è palese quale.

Si ha la sensazione di essere in mezzo a un romanzo di doppi, di specchi, di invenzioni; soprattutto, si ha la percezione che la trama – ciò che le Kinga stanno raccontando – abbia un senso altro, nascosto da qualche parte. Lo spostamento del piccolo giallo dalla dispensa di casa alla mente della protagonista, è molto fluido: quando accade, ci sembra del tutto normale. I non detti di Kinga sono già parte integrante del romanzo e quindi eccoci qui a seguirla nelle sue rivelazioni, nei suoi fraintendimenti, nella sua necessità di non fidarsi delle altre. Ognuna di loro ha uno scopo, all’interno del disegno generale, come se, a un certo punto, Kinga si fosse trovata a doversi confrontare con il suo stesso mostro che cammina per conto suo.

Il cuore del libro è la destrutturazione psicologica di Kinga

Il cuore del romanzo è la destrutturazione psicologica di Kinga. La sua mente è frammentata in sette personalità distinte: si va dalla metodica leader del lunedì (Kinga-A) fino alla misteriosa entità della domenica (Kinga-G), passando per la cinica Kinga-B, l’improvvida Kinga-C, la regina dell’imperturbabilità Kinga-D, la sognatrice Kinga-E e la party girl del sabato Kinga-F. Sono affiliate mentali, che per esprimersi non possono far altro che provare a spiegarsi. E nel tentativo di dire di sé qualcosa, scrivendo il diario, nessuna sente il bisogno di risolversi, anzi: la quotidianità di ciascuna è l’unica possibile, almeno per ventiquattro ore. Oyeyemi non normalizza Kinga, né prova a metterla insieme, trasformando la sua frammentazione, ma apre una porta, ogni giorno, e semplicemente ci dice cosa troviamo.

Cosa è accaduto a Kinga Sikora? Perché si ritrova a vivere in questo modo? Forse, la vera domanda che si fa questo romanzo – e a cui cerca di rispondere – è cosa succede quando lasciamo che i nostri diversi mondi vivano senza di noi, mentre siamo girati da un’altra parte. Se ci sono personalità che sono dalla nostra parte, che seguono un proposito positivo generale e se, all’opposto, ce ne sono altre che remano contro. Cosa succederebbe se fosse così? E se una personalità oppositiva prendesse il sopravvento?

Un libro che lascia molte porte aperte

Questo romanzo lascia molte porte aperte, ma non è un punto a sfavore, anzi: si può riconoscere una tradizione letteraria fatta di nomi noti ai più (Fernando Pessoa, Shirley Jackson, Virginia Wolf), seppur con le dovute differenze di trattamento: Oyeyemi lascia molto poco spazio al dubbio sulla decostruzione dell’identità, perché le sue Kinga sono lì, vivono, parlano, si muovono, creano scompiglio; Kinga ospita concretamente le sue personalità e queste appaiano più una risposta alla domanda come agiscono i mondi di cui siamo fatti che a quella sull’esistenza di tali mondi. Le Kinga ci sono, non dobbiamo chiederci se siano possibili.

Come dispositivo di reazione alla sopravvivenza, Kinga è vicina anche a Fleabag, la protagonista dell’omonima serie tv di Phoebe Waller-Bridge, che, mentre cerca il suo io, tenta di vivere una realtà frammentata e caotica usando un distacco ironico. Il ritrovarsi indifese di fronte a qualcosa che succede e non si comprende fino in fondo è un tratto comune, come pure il ricorso a battute, al sarcasmo, come contrappeso a situazioni difficili.

Kinga-A, ad esempio, scrive: “Kinga-Blažena, come scoprirai a brevissimo dopo che prenderai il controllo domani, ho deciso di rifiutarmi. Mentre dicevo al dottor Holý che l’avrei richiamato, mi sono seduta sul pavimento. Non abbastanza vicino alla poltrona perché il mio ospite potesse guadagnare alcunché da uno scatto fulmineo, ma a sufficienza per studiarlo bene e riflettere non solo sulle sue intenzioni, ma anche su quelle di chi l’aveva legato. Conosceva il nostro nome e sapeva dei nostri frequenti contatti con un certo dottor Holý. Potrebbe persino sapere che il dottor H è uno psichiatra”.

Le Kinga affrontano l’emergenza e l’ingombrante presenza dell’ostaggio con apatia e sarcasmo, inserendo tra una riflessione e l’altra goffi giochi di parole, bisticciando tra di loro, creando un cortocircuito a tratti divertente e molto riuscito: la battuta spinge a lato il terrore, fino a sciogliere il finale che ci riporta a una soluzione molto meno assurda del processo che l’ha generata.

La nuova me del titolo si compie, in qualche modo e il modo fa tutta la differenza.

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La conclusione ci riporta direttamente al passaggio annotato da Kinga-A alla fine del suo lunedì, che si potrebbe leggere, sulle prime, come una semplice chiusura di giornata. Kinga-A, infatti, ci ha portati a spasso tutto il giorno e ci ha illustrato cosa arriverà: chi sono le altre, cosa fanno, quali caratteristiche hanno.

Abbiamo incontrato l’ospite e il dottor H. Abbiamo tutti gli elementi e veniamo a conoscenza che la giornata è stata ricca di imprevisti: “Questa è stata una giornata piena zeppa di eventi che non avevo preventivato, quindi nulla è scontato”.

E poi ancora ci lascia con un messaggio, solo apparentemente aperto: “Sono più o meno sei mesi che conservo una candela rotta nell’ultimo cassetto del nostro comodino. Non so se ci avete fatto caso; è un cilindro d’oro rastremato che sembra integro solo a patto di maneggiarlo con delicatezza. Quando l’ho inserito in verticale nel candelabro, traballava. Una volta in piedi, la candela era incline a sfaldarsi lungo la fessura che divide di netto la parte rastremata e la base. Traballava, ma reggeva. L’ho accesa; è una cosa che faccio nel caso non arrivi viva al prossimo lunedì. È la scena che volevo vedere. Al momento sono distesa, a contemplare la fiamma che tremola e si tende, ora verso di me, ora nella direzione opposta, spandendo oro. Mi chiedo come brucerà questa candela; mi chiedo se continuerà a forgiare questa traiettoria abbagliante anche quando avrò chiuso gli occhi; mi chiedo chi sarà a svegliarsi, per scoprire cosa rimane dopo che una candela spezzata è arsa per tutta la notte”.

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Fotografia header: Helen Oyeyemi nella foto di Kateřina Janišová

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