In “Vita sommersa” di Tara Menon, il lutto di Marissa per l’amica Arielle diventa il racconto di un dolore senza nome, meno riconosciuto di quello familiare o sentimentale, ma non per questo meno paralizzante. Tra la Thailandia dello tsunami del 2004, che in Asia ha seminato migliaia di vittime, e la New York dell’uragano Sandy, il romanzo intreccia amicizia, morte e natura. L’autrice delinea una protagonista che continua a vivere sommersa dal dolore e spinge chi legge a interrogarsi se tornare a respirare significhi davvero tradire chi non c’è più…
Ci sono dolori socialmente accettati, lutti che il mondo riconosce subito come validi. È giusto soffrire per la morte di una madre o di un padre, è concesso dolersi per la scomparsa di un marito o di una moglie, e non c’è nulla di più sacrosanto di piangere la perdita di un figlio o di una figlia.
Questi lutti hanno un nome, un posto di riverenza nelle conversazioni, persino una durata imposta dalla società. Ma se a morire è un’amica o un amico, sia il tempo a disposizione per elaborare il lutto, sia la comprensione degli altri o le parole con cui definirlo, sembrano restringersi.
Perché non si può piangere un’amica come si piange un marito o un genitore?
Che nome ha questo tipo di lutto?
Come si chiama questo tipo di lutto, e perché non gli viene mai concessa la stessa indulgenza?
Perché, dopo otto anni dalla scomparsa di un’amica, portare in viso i segni del dolore, un dolore che è ancora lì come se di anni non ne fossero mai passati, viene considerato eccessivo?

Così si sente Marissa anni dopo la morte di Arielle.
Marissa, che persino nel nome, dal genitivo latino maris, mare, porta l’essenza della sua migliore amica – Arielle, appunto, come la sirena del film di animazione – scomparsa a seguito dello tsunami che il 26 dicembre 2004 in Thailandia causò la morte di migliaia di persone.
Un dolore senza nome
È in questo dolore senza nome che si muove Vita sommersa di Tara Menon (Feltrinelli Gramma, traduzione di Clara Nubile). Un romanzo sul lutto, certo, ma soprattutto su una forma di affetto che manca essa stessa di definizione sociale: l’amicizia assoluta e totalizzante.
Tutto finisce sempre per essere rinchiuso nel grande contenitore dell’amore. Due amiche che trascorrono insieme giornate intere hanno una cotta l’una per l’altra. Due amici che si preferiscono ad altre compagnie sono per forza segretamente innamorati. Non c’è spazio per un tipo di amicizia più intensa e quotidiana, nella nostra società. Eppure, Marissa e Arielle erano amiche. Intimamente e furiosamente amiche.
Nel 2012 Marissa vive a New York, lavora per una rivista di viaggi di lusso e passa le giornate a trasformare spiagge, resort e isole in promesse patinate per lettori ricchissimi. Fuori dalla finestra la città si prepara all’arrivo dell’uragano Sandy, ma dentro di lei, invece, non ha mai smesso di agitarsi l’acqua dello tsunami che otto anni prima, in Thailandia, le ha portato via Arielle.
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Marissa e Arielle non sono “come sorelle”, perché si sono scelte
La struttura alterna il presente newyorchese, scandito dall’avvicinarsi dell’uragano, al passato sull’isola thailandese in cui Marissa è cresciuta con il padre biologo marino. È lì che, da bambina, incontra Arielle: bellissima, energica, a volte arrogante, ma capace di entrare in una stanza e cambiare la temperatura dell’aria. Le due imparano a conoscere il ciclo delle maree, a nuotare fuori da una corrente di ritorno, a prevedere quando gli squali zebra vanno a caccia e quando le mante si radunano per essere pulite da legioni di pesci più piccoli.
Il cuore del romanzo è qui: Marissa e Arielle non sono “come sorelle”, formula che la protagonista rifiuta con ostinazione. Non sono sorelle, perché una sorella capita. Loro, invece, su quelle coste thailandesi si sono scelte. Ed è proprio questa scelta, così infantile e rivelatasi poi definitiva, a rendere il lutto di Marissa quasi impronunciabile.
Quando qualcuno le chiede se nello tsunami abbia perso un membro della famiglia, lei sa che rispondere “no” produrrà sollievo. Come se perdere un’amica fosse una tragedia più ordinata, più contenibile, meno autorizzata a durare.
La natura, seconda grande protagonista del romanzo
All’anatomia del lutto si affianca, poi, la seconda grande protagonista di questo romanzo, che con la prima inesorabilmente si intreccia: la natura.
Tara Menon scrive un libro visivo, perché attraverso le sue parole chi legge si trova in kayak sopra specchi di acqua celeste, o immerso a pochi metri dalla barriera corallina, a osservare le mante nuotare. Ma vede anche il mare ritirarsi di fronte a sé, i pesci boccheggiare improvvisamente sulla sabbia arida e i corpi umani restituiti a riva dalle onde.

Tara Menon nella foto di Sharona Jacobs
È vero che la natura, in Vita sommersa, regala a chi legge le pagine più vivide. Ma lo fa nel bene e nel male.
La natura è l’isola paradisiaca dove Marissa e Arielle si incontrano e diventano inseparabili, ma è anche l’onda, impetuosa e feroce, che uccide migliaia di donne, uomini e bambini. È antagonista e coprotagonista; è casa, minaccia, consolazione e di nuovo casa.
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Il trauma individuale e quello ambientale non procedono separati
Menon, con una prosa ricca e contemporaneamente chirurgica, non oppone l’essere umano alla natura, come se da una parte ci fosse una vittima e dall’altra una forza cieca colpevole. Le specie che scompaiono, la pesca di frodo che uccide le mante per le branchie, gli animali che percepiscono il disastro prima degli esseri umani raccontano un mondo in cui il trauma individuale e quello ambientale non procedono separati.
Ma la natura, magnifica e indomabile, non si placa mai, neanche di fronte al destino irreversibile che la attende. La vita umana, più fragile, invece si spezza.
Il cielo era di nuovo azzurro, il sole splendeva luminoso. E lei desiderava che il sole e il cielo manifestassero rimorso per conto dell’oceano. Ma la terra, spietata e indifferente, si rifiutò di piangere con noi.
La vita di Arielle si è spezzata, trascinata via dallo tsunami che il 26 dicembre 2004 causò oltre 230.000 morti in diversi Paesi, tra cui Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia e Maldive.
In quello stesso giorno, anche la vita di Marissa è stata sommersa. Incapace di risalire in superficie, si è fermata.
Ma la natura continua il suo corso, e la sua ostinazione insegna a Marissa che forse è ora di ricominciare a risalire, prendere quella boccata d’aria, respirare.
Che non significa dimenticare, ma montare di nuovo su un kayak e tornare a guardare le mante nuotare in cerchio intorno a lei.
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Fotografia header: Tara Menon nella foto di © Sharona Jacobs