“L’imperdibile, il mio nuovo libro, nasce dall’idea che le persone non sono soltanto il risultato delle cose che hanno ottenuto e hanno costruito, ma anche la somma di tutto quello che non hanno saputo cogliere, delle situazioni che gli sono sfuggite di mano. Delle loro occasioni perdute…”. Eleonora Marangoni su ilLibraio.it parla del suo nuovo romanzo, che ha al centro la storia (vera) di Walter Hunt, inventore geniale e dimenticato, il “primo dei falliti”. Il risultato? Una storia “sul successo, sul fallimento, sulle cose che ci ostiniamo per un motivo o per un altro a perseguire…”
“Mi piacerebbe prima o poi scrivere la mia storia a partire da tutte le cose che non ho fatto”, mi ha detto una volta un amico mentre tornavamo in macchina a Roma dopo un fine settimana al mare. “Le case che non sono riuscito ad affittare, i lavori per i quali non sono stato scelto, le ragazze con cui non sono riuscito a uscire, i posti che non sono riuscito a vedere”
L’amico in questione è venuto a mancare improvvisamente qualche anno più tardi.
Quella conversazione lungo l’Aurelia però non l’ho mai dimenticata, e in qualche modo quando molti anni dopo ho scoperto la storia di Walter Hunt, quel viaggio in macchina e la vita di questo inventore dal destino strampalato hanno finito per incontrarsi. L’imperdibile nasce proprio dall’idea che le persone non sono soltanto il risultato delle cose che hanno ottenuto e hanno costruito, ma anche la somma di tutto quello che non hanno saputo cogliere, delle situazioni che gli sono sfuggite di mano. Delle loro occasioni perdute, appunto.

Eleonora Marangoni nella foto di Alessandro Obinu
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La storia di Hunt l’ho scoperta per caso anni fa, sfogliando un libro degli oggetti di design: questo inventore geniale e dimenticato è il “primo dei falliti”, come l’ha chiamato Joseph Nathan Kane, il giornalista americano che più gli ha dedicato attenzione (anche l’unico, mi viene da dire). Primo non in senso cronologico, ma di primato: nessuno, tutto considerato, dice Kane, ha fallito come lui. In un epoca in cui New York stava fiorendo, in cui l’America si preparava a diventare tutto quello che a lungo è stato e che oggi di certo non è più, questo contadino quacchero di una remota provincia ha creato oggetti come la spilla da balia, il clacson, la prima macchina da cucire a punto annodato, la penna stilografica nella sua versione moderna: avrebbe potuto fare fortuna, diventare milionario o perlomeno famoso, e invece non è stato nessuna di queste cose.
Genio inarrivabile o ingenuo esemplare? Le due cose al contempo, si direbbe. Ma in fondo a farmi appassionare definitivamente a lui non è stata l’eccezionalità della sua figura, quanto piuttosto il suo destino minuscolo e per certi versi universale. Un provinciale che arriva in una grande città cercando di combinare qualcosa, prima da solo poi con una famiglia da mantenere. Fatica a tirare avanti, poi trova un modo piuttosto rapido ed efficace di guadagnare. Eccolo con un lavoro contemporaneo, nell’“air du temps”. Le cose per lui cominciano a girare bene, diventa quel che il mondo considera un uomo di successo. E allora perché qualcosa dentro di lui non torna? Cos’è che si aspettava, dalla vita? Quali erano le cose che al principio di tutto, andava cercando?
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Più leggevo della sua vita, dei suoi tanti lavori, dei suoi molti traslochi, dei suoi entusiasmi incontenibili e dei suoi tentativi caduti nel vuoto, più mi accorgevo che, ai miei occhi, la sua storia non aveva nulla di antico o inattuale. Certo, era la storia di un quacchero, americano, nato alla fine dell’ottocento, dunque in apparenza lontanissima sia da me che dal mondo di oggi. Eppure certe domande – chiedersi cosa sia o non sia rilevante nel destino di un uomo, in che misura il lavoro che facciamo definisca quel che siamo o ancora quale sia il metro che una società impiega per misurare una vita compiuta e “piena” – certe domande non sembrano affatto datate. Da lì l’idea di alternare il racconto della sua vita al racconto della mia ricerca su di lui: L’imperdibile si può leggere come la storia di un singolo uomo, ma anche come una sorta di indagine su un certo modo di intendere la vita.
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È un romanzo sul successo, sul fallimento, sulle cose che ci ostiniamo per un motivo o per un altro a perseguire, su quello che ci viene insegnato a ritenere importante e su certe devozioni che ci ritroviamo, per fedeltà, ostinazione o chissà cos’altro, a coltivare nonostante tutto. Ballata per Walter Hunt, così si chiamava all’inizio, quando diversi anni fa ormai ho cominciato a pensare di scriverlo e ho inviato la bozza di progetto all’editore: non era granché come titolo, ma la “ballata” come componimento per definizione nasce con spirito perlopiù celebrativo, magari un po’ sentimentale, senza certo pretese di spiegare o illustrare. L’imperdibile è un racconto cantato, o almeno così in questi anni mi è piaciuto immaginarlo.
“Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts”. Lo diceva Churchill, e alla fine buona parte di questo libro è racchiusa in questa frase che con certe ballate condivide la velata retorica e la pigra saggezza. Come spesso accade, l’ho scoperta soltanto dopo aver cominciato a lavorarci, nella sala colazioni di un albergo: mettiti a scrivere un libro e ogni cosa, all’improvviso, ti parlerà di lui.
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L’AUTRICE – Eleonora Marangoni, nata a Roma nel 1983, ha esordito in Francia con il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), e ha pubblicato il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e il saggio Proust – I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014).
Il suo romanzo Lux, Premio Neri Pozza 2017, è entrato nella dozzina del Premio Strega, ha vinto il Premio Megamark e il Premio Opera Prima. Nel 2020 ha pubblicato il saggio Viceversa – Il mondo visto di spalle (Johan & Levi).
Dopo Paris, s’il vous plaît (Einaudi, 2022), firma ora per Feltrinelli (che nel 2020 ha già proposto E siccome lei), L’imperdibile: al centro del volume troviamo Walter Hunt, che arriva a New York come molti altri: in cerca di fortuna. Originario di una provincia remota, porta con sé una piccola valigia e una filatrice da lino, il primo brevetto della sua lunga carriera di inventore. Comincia così l’avventura di un uomo geniale e sempre “fuori tempo”, creatore di oggetti che rivoluzioneranno la vita quotidiana di milioni di persone.
La penna stilografica, il clacson, la spilla da balia: sono solo alcuni dei brevetti che Hunt firma uno dopo l’altro, muovendosi in una società che sta fiorendo e fonda il proprio mito sull’ambizione. Ma lui quasi non si accorge del valore delle sue invenzioni, occupato com’è dalle incombenze della vita, nuovi progetti, una famiglia numerosa da mantenere. Nel 1833, con quindici anni di anticipo sul resto del mondo, mette a punto la prima macchina da cucire: la sua vita potrebbe finalmente cambiare, ma il destino, ancora una volta, prende una traiettoria imprevista, a riprova che “la vita è la curiosa tara fra quello che ci è successo davvero e quello che abbiamo soltanto immaginato”.
Marangoni narra dunque la storia di un genio dimenticato dell’Ottocento e, in parallelo, racconta il suo viaggio lungo le strade d’America sulle tracce di Walter Hunt. Il risultato è un romanzo che si interroga sul concetto di successo e di riuscita personale. E che risponde alla domanda: che forma ha una vita riuscita?
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Fotografia header: Eleonora Marangoni nella foto di Alessandro Obinu