Dopo la sua scomparsa avvenuta lo scorso 6 agosto, arriva in libreria l’ultimo lavoro del cantautore e scrittore Francesco Guccini, “Calde le pere! – Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla”, di cui proponiamo un estratto. Il romanzo breve è nato da un brogliaccio di cui l’autore aveva sentito parlare da un amico, ed è diviso in quadri dotati di titoli e didascalie ironiche. Come in molte altre opere, anche qui l’artista celebra Pavana, località nell’Appennino pistoiese dove si è spento, culla della sua infanzia e rifugio della sua vecchiaia

Il 6 agosto di quest’anno si è spento a Pavana Francesco Guccini (nato nel 1940), tra i protagonisti della grande stagione dei cantautori che ha segnato la musica italiana degli anni ’70 (e non solo).

L’autore di pezzi che hanno attraversato generazioni – ricordiamo, tra gli altri, Auschwitz (1967), La Locomotiva (1972), L’avvelenata (1976) e Cirano (1996) – ha contribuito ad arricchire lo scenario musicale con più di 20 album. Le sue canzoni hanno saputo parlare a epoche diverse, con un linguaggio ancora capace di raggiungere anche i più giovani.

Guccini, però, non si è limitato solo alla musica: nel corso della sua carriera ha dato numerosi sguardi al mondo editoriale, a cui si è dedicato spaziando tra generi diversi, dalla narrativa all’autobiografia, dal fumetto ai noir; la sua produzione letteraria è un affresco autobiografico costellato di omaggi poetici ai luoghi delle sue radici.

Tra i libri più recenti, Così eravamo (Giunti, 2024) e Romeo e Giulietta 1949 (Giunti, 2025), oltre ai titoli scritti a 4 mani con Loriano Macchiavelli (qui la sua riflessione a riguardo) come Tempo da elfi – Romanzo di boschi, lupi e altri misteri (Giunti, 2017) e Che cosa ne sa Minosse (Giunti, 2020).

Calde le pere Francesco Guccini

E veniamo all’ultimo libro – in uscita postumo – a cui il cantautore e scrittore ha lavorato fino agli ultimi giorni, edito sempre da Giunti e intitolato Calde le pere! – Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla, romanzo breve di 96 pagine nato, come spiegato dall’autore stesso, a partire da un brogliaccio di cui aveva sentito parlare da un suo amico.

La storia comincia in una caldissima estate del 1935, quando tra le vie si muove Lisetta, una ragazza eterea emblema della castità. E prosegue con la suddivisione del racconto in quadri dotati di titolo e didascalia ironica, “come avrebbero fatto alcuni dei miei autori più amati, da Sterne a Jerome“.

Come in molte altre opere del cantautore modenese, anche in Calde le pere! è forte la presenza di Pavana, località dell’Appennino pistoiese in cui il cantautore si trasferì subito dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, per fuggire dai bombardamenti. La frazione toscana è stata la culla della sua infanzia e l’eremo della sua vecchiaia.

Nell’ultimo libro, Guccini nomina erbe, fiori e frutti con quegli stessi termini del dialetto pavanese utilizzati anche in Cronache epafàniche (il suo primo romanzo, intriso di lemmi gergali, pubblicato nel 1989 da Feltrinelli) e in Tralummescuro, interamente dedicato alla località dell’infanzia, in cui il cantautore va alla ricerca continua del vocabolo dialettale perfetto per dar la giusta voce a ogni situazione.

In Come le pere!, l’omaggio a Pavana arriva “quando mi abbandono all’immaginazione poetica della brezza che dalla sorgente del Reno sull’Appennino pistoiese spira attraverso boschi e prati”, nel desiderio di celebrare una terra ormai quasi disabitata, in cui i tetti delle case non fumano più.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

È una vicenda inverosimile, assurda, irreale più che surreale. Non ne conosciamo quasi i protagonisti.

Si tratta di una modesta famigliola di cui non sappiamo nemmeno i nomi dei componenti, solo quello della figlia: Lisa o Lisetta, una ragazza eterea, quantomai pura, l’emblema della castità e della verginità.

Tanto che, è scritto nel Brogliaccio, due ubriachi, mentre stavano uscendo tondi di vino da un’osteria e si apprestavano a riversare tutto il liquido ingurgitato sulla prima cantonata a tiro, al passare per caso della Lisetta si immobilizzarono. Uno dei due, all’apparire della ragazza, avrebbe gridato: “Oh, rimettiamolo dentro, sta passando la Lisetta!”. E così avrebbero reagito, provocandosi tragiche conseguenze idrauliche.

Potremmo invece fornire un’indicazione temporale: ipotizzare una data per gli avvenimenti che stiamo raccontando. Potremmo dire che siamo verso la metà degli anni Trenta, e precisamente nell’agosto del 1935.

Era l’anno in cui la meglio gioventù italiana, calcando sul capo un casco coloniale e imbracciando il moschetto ’91, stava per essere spedita in Abissinia a conquistare l’Impero, a ricordo di quello dell’antica Roma e a maggior gloria di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III di Savoia (detto “sciaboletta”, per la sua non eccelsa statura) ma soprattutto del Duce dell’Italia Fascista, Sua Eccellenza il Cavalier Benito Mussolini. Era l’anno delle “Inique Sanzioni” che ci sarebbero state comminate, in novembre, dalla Società delle Nazioni.

Queste Sanzioni, che proibirono a un’Italia già povera di suo di mangiare carne bovina e che preclusero il nutrimento alle classi più disagiate, procurarono un’ammonizione, da parte della polizia di regime, a tale Oreste Biavati.

Era un salace imbonitore, venditore al mercato della Piazzola, luogo di tradizionale mercato bolognese. Fu ammonito per la frase un giorno pronunciata “Ridano pure gli inglesi, mangiando le loro bistecche! Ma i limoncini per spremerci sopra un po’ di succo ce li abbiamo solo noi!”.

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Erano anni in cui, alle cinque del pomeriggio, sulle tavole degli italiani era scomparso il tè, sostituito dall’italianissimo karkadè delle nostre colonie, anche se crediamo che i protagonisti di questa nostra vicenda di tè ne abbiano consumato veramente poco nella loro breve vita, alle cinque del pomeriggio o meno.

Comunque, un’ineffabile canzone del periodo, con uno spirito non sappiamo se di idiota fiancheggiatore del Regime o di sorniona subdola fronda, intonava, senza vergogna, questi versi: “La carne manca? Poco ci rincresce! / Abbiam tre mari, abbiamo tanto pesce / che, a chi lo vuole, lo possiamo regalar!”.

Come si vede, ci dilettiamo a rivestire di attendibilità storica questa altrimenti fragile vicenda, scovata dentro a un insieme di fogli male assortiti dei quali, per caso, conosciamo l’esistenza.

Dobbiamo quindi dare un nome, inventare una professione, dare un indirizzo ai personaggi della storia anche se, probabilmente, la loro realtà anagrafica è stata tutta diversa.

D’altra parte, si parva licet, una Balena Bianca non ha mai sfidato il capitano Achab; non c’è mai stato un operaio lombardo della seta, di nome Renzo Tramaglino, che abbia assistito, nella prima metà del Seicento, all’assalto al Forno delle Grucce; e Camilleri stesso, in quello che supponiamo sia stato il suo ultimo romanzo, svolta le carte e confessa, con una rivelazione pirandelliana, che Montalbano e tutti gli altri, Augello, Fazio, Catarella, non sono mai esistiti, che sono sue invenzioni, e come tali svaniscono, scompaiono, lasciando, a poco a poco, solo pagine bianche.

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Ma al di là di tutte le nostre possibili invenzioni, la storia che stiamo raccontando pare sia veramente accaduta. Anche se non siamo disposti a mettere la mano sul fuoco sulla veridicità del tutto.

Dove vivevano i protagonisti? Ci piace farli abitare in una delle strade più folcloriche della Bologna che fu (oggi piena di gente rispettabile, trattorie e dehors, e di turisti), un tempo caratterizzata da una fauna particolare: una piccola modesta mala d’altri tempi, quasi onesta a modo suo, specializzata in “Cose di casa d’altri”, che ti diceva nel dopoguerra: “Vuoi una Ferrania Condor? Anche subito. Per una Leica però bisogna aspettare qualche giorno”.

Una tribù ammantata, come tutti i grandi popoli, anche da leggende.

Questa era via del Pratello.

(continua in libreria…)

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