Drammaturga e scrittrice tra le più importanti della scena francese contemporanea, Yasmina Reza racconta per la prima volta di sé nel memoir “Da nessuna parte”, composto da due testi finora inediti in Italia, e riuniti adesso in unico volume. Un flusso di coscienza che procede per scene brevi ma estremamente dense, in cui i ricordi personali si mescolano a una raffinata riflessione su identità, sradicamento e paura del futuro. Tra episodi, rimpianti e fragilità che forse non aveva mai ammesso nemmeno a sé stessa…
Prolifica drammaturga, romanziera, attrice e sceneggiatrice francese, vincitrice di numerosi premi e le cui opere sono state tradotte e rappresentate in tanti Paesi, Yasmina Reza (Parigi, 1959) ha sempre svelato pochissimo di sé.
La conosciamo per libri acclamati come Felici i felici, «Arte», Serge, Babilonia e il più recente La vita normale (editi tutti da Adelphi), ma molto meno per la sua vita privata, che per quasi quarant’anni è rimasta avvolta nel mistero.
Un silenzio rotto adesso dall’arrivo di Da nessuna parte (Adelphi, traduzione di Anna Morpurgo e Daniela Salomoni), memoir finora inedito in Italia, in cui Reza si mette a nudo tra episodi, rimpianti e fragilità che forse non aveva mai ammesso nemmeno a sé stessa…
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Da nessuna parte, e al tempo stesso dappertutto

La copertina del memoir “Da nessuna parte” di Yasmina Reza, che l’autrice presenterà a Venezia il 27/02 e a Firenze l’1/03
Il volume riunisce due testi a sé stanti, Da nessuna parte e Hammerklavier, accomunati da un incalzante e raffinato flusso di coscienza che apre grandi “baratri benèfici” su un qualche punto della sua vita di madre, figlia, nipote, amica, innamorata, scrittrice e cittadina del mondo, per poi richiuderli nel giro di una o due pagine.
Nel primo e più lungo di questi, l’autrice (figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese di origine ebraica) ammette di non essersi mai sentita a casa in nessun luogo, o magari, proprio per questo, ovunque si sia trovata.
Non ha vere radici geografiche o linguistiche, oppure ne ha troppe, ma non quelle che si aspetterebbe la gente: finestre e giardini, citazioni e melodie che – più che con la sua infanzia – hanno a che vedere con una mappa affettiva sbozzata a partire da brevi dialoghi, impressioni dei sensi e fotografie.
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La memoria come riattraversamento

Yasmina Reza (nella foto di Carole Bellaïche / Charlotte Studio)
“I veri luoghi, quelli che ci generano, quelli che la memoria cattura, sono quelli che ci hanno visti al di fuori di noi stessi, che hanno ospitato la nostra dismisura, la confessione o il terrore dei nostri desideri, tutti quelli che furono teatro di un capovolgimento“, osserva d’altronde in Da nessuna parte.
E, per rimettere in scena gli scompensi a cui si riferisce, non si limita a descrivere i fatti: li riattraversa.
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È il caso del libriccino scritto e illustrato a mano con sua figlia di sette anni, dalla struggente portata presente, passata e futura, che l’aveva fatta precipitare nell’angoscia quando si era convinta di averlo perso.
Della Sonata per pianoforte n. 29 di Beethoven, che lei e il padre, entrambi musicisti, consideravano il “capolavoro dei capolavori”, ma che lui aveva eseguito per lei solo in punto di morte, quando era ormai così debole e fuori esercizio da sbagliarla tutta, facendo ridere involontariamente Reza per lo strazio della situazione.
E poi della vergogna di aver voluto pregare Dio, di un ingordo bisogno di profondità, del suo precipitarsi verso gli eventi e del non sentirsi appagata neanche nella dimensione sacra della scrittura, per via della consapevolezza – ripresa da Roland Barthes – che “le cose che scriverò non mi faranno mai amare da chi amo“…
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Abitare il disagio del futuro
Tutte schegge a partire dalle quali, come alle prese con uno scavo archeologico, Reza ricompone “la forza, l’assurdità, tutta l’ambivalente magia dell’identità” che si trascina dietro, condannata a sentirsi addosso non solo tutti i luoghi, ma anche tutti i tempi della sua vita – gli anni che ha già indossato e da cui non riesce a sfilarsi via, e quelli ancora da cucire.
Del resto, per lei, scrivere Da nessuna parte non è solo un viaggio di ritorno, motivo per cui si vede presto costretta a confrontarsi pure con le pulsioni intrusive che proietta sul domani: quello suo, delle persone care che potrebbe ferire senza saperlo, delle città fra cui si muove, delle società umane.
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È allora che inizia a non conservare più niente e perfino a non leggere più, per il terrore dell’insignificanza a cui l’avvenire condannerà qualunque cosa tocchi. Dimentica il gusto dell’esistenza, la sua fragranza empatica, e si addensa in un grumo di “violentissime nostalgie“.
E così, abitare col pensiero il disagio del futuro la disorienta perfino più di quando stava provando a sanare con le parole le fratture biografiche da cui proviene.
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Da nessuna parte, tranne che qui
Se però si è cimentata con questo memoir, è proprio per liberarsi dalle “fantasmagorie letterarie” che non le danno pace. Il vero destinatario del testo non è infatti il suo pubblico, ma l’autrice stessa, o comunque quella parte ancestrale di sé che non riesce più a raggiungere – per l’appunto – da nessuna parte, ma con cui smania dalla voglia di riconciliarsi.
E dopo averla inseguita invano tra i ricordi e le previsioni di un’intera esistenza, quando credeva di non agguantarla più, eccola intuire che potrà trovarla solo nel qui e ora da cui si sta tenendo alla larga.
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La sorprende così, quella porzione perduta di sé, a galleggiare nell’incanto del mutamento, “al capolinea della pazienza”: non chiede di essere registrata anche lei nero su bianco, ma giusto di non essere lasciata indietro. Reza esita fino all’ultimo, scendendo alla fine a patti con la consapevolezza che non con tutto si convive meglio quando lo si rievoca, prefigura o anche solo fissa sulla carta.
E che soltanto se si abbandonerà alle incognite del presente con tutta sé stessa, senza temere di perdersi nell’ennesima equazione contraddittoria, o in una pagina impossibile da riempire d’inchiostro, la sua storia personale recupererà un nido di felicità.
Perché “il mondo non è al di fuori di sé. Al di fuori di sé è l’illusione del mondo e non il mondo”. E perché in ogni vita “ci sono regioni che devono rimanere oscure. Né fuori fuoco né ignorate ma semplicemente prive della luce delle parole“.
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.
Fotografia header: Foto di Carole Bellaïche / Charlotte Studio