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Le lettere “di educazione e indipendenza” di Maria Montessori e la battaglia per il voto alle donne

metodo montessori

Maria Montessori (1870-1952), pedagogista, educatrice e filosofa, tra le prime donne italiane a laurearsi in Medicina, è universalmente nota per il metodo educativo da lei ideato nel 1909, un metodo che sfidava le rigide convenzioni dell’epoca e che oggi è adottato in oltre 60mila scuole in tutto il mondo.

Una conquista di libertà. Lettere di educazione e indipendenza, la raccolta di testi di Maria Montessori in libreria per L’Orma, a cura di Simone Lanza, riunisce rare lettere pubbliche e private di una straordinaria scienziata, che ha contribuito attivamente all’emancipazione femminile e alla formazione di migliaia di bambini.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo una delle lettere di Maria Montessori, in cui si parla del diritto di voto alle donne

Lettera aperta a Olga Ossani

Roma, 21 ottobre 1906

Olga carissima.

Nella festa commovente dell’altra sera – che mi sembrò l’inno dei cuori alla vostra «Vita» che si diffonde vibrante e bella, e «ammantata di giustizia» – si parlò tanto, nella conversazione privata, di voto alle donne – che non possiamo tacerne. Tu, preoccupata dei tuoi invitati, non potevi in quel momento seguire la nostra battaglia. Ma io ero disposta come una mitragliatrice in pieno Parlamento: seduta al banchetto tra l’onorevole Barzilai e l’onorevole Nitti, di prospetto o quasi all’onorevole Mazza feci un fuoco di fila continuo sul voto alla donna. I deputati si schernirono.

Quando allo sciampagna brindai alla conversione del Nitti, che s’era mostrato contrario al voto in modo più assoluto del Barzilai, egli protestò che la conversione non sarebbe avvenuta. Perché? Il perché lo disse, e io allora gli promisi di rispondergli su «La Vita». Ma vicino ai «perché» detti dai deputati, ci sono ancora quelli sentiti, che sfuggono talvolta all’animo, sia pure mascherati da uno scherzo gentile.
Quando tu parlasti con tanta grazia femminile e con sì semplice eloquenza, si gridò: «Signori, signori! Lottiamo contro il voto alla donna, perché le donne parlano meglio di noi, e saremmo perduti!».

Io credo che stia qui sotto tra veli leggiadri un poderoso perché: essi temono la gran forza sociale che si avanza: la donna! Sono fanciulli che tremano al pensiero di perdere la loro bambola: e non riflettono che siamo appunto alla vigilia di una crescenza d’anime e di coscienze, che conduce a respingere i giuocattoli, e a cercare la compagnia delle persone vive. L’infanzia dell’umanità, il periodo della grande preparazione sta per finire.

Tutti gli uomini si guardano in faccia nella letizia della vita che ha raggiunto il rigoglio pieno e lo scopo: e si danno la mano nel comune lavoro, mentre cadono a terra i cenci variopinti e l’orpello delle caste; e dalle mani dell’uomo sfugge la bambola, animatasi di spirito nuovo. Non siamo tutti, nel nuovo Verbo della civiltà, esseri umani liberi, eguali, fraterni? E il mistero glorioso dell’uguaglianza universale, una e trina, esclude forse la donna? L’uguaglianza, invece, nei diritti e nei doveri di tutti gli esseri umani non soltanto è un assoluto categorico; ma non può più esserlo unicamente: non può più rimanere allo stato d’idea.

Questa verità, amica mia, scaturiva limpida e chiara, dalle nostre conversazioni, l’altra sera, e l’onorevole Barzilai ne convenne, dicendo: «Non ci sono più argomenti serii contro il voto alla donna!».

Argomenti, no… Ma appigli, cavilli, scogli di pregiudizio ai quali molti si aggrappano disperatamente, invocando l’oscurità, l’immobilità sociale, mentre la luce e la corsa vertiginosa del progresso abbaglia e trascina. Poiché non il pensiero è contro di noi, non la giustizia è contro di noi, e pensiero e giustizia sono la mente e il cuore dei grandi moti sociali.

La legge, dicono, è contro di noi. E fu l’ultimo perché messo fuori dall’onorevole Nitti come decisivo e inoppugnabile. Ma intanto il Nitti si professava ammiratore del commendator Mortara, e lo illustrava ai miei occhi come una delle menti giuridiche più poderose che vanti oggi l’Europa e come uno degli uomini nostri di coscienza adamantina, più sicuramente avviata ad un grande avvenire: e non per le sterili vie burocratiche della carriera ma nel libero svolgimento del suo pensiero e del suo valore scientifico pel quale salì alla cattedra universitaria e agli alti seggi delle corti con passo rapido e sicuro, con anima vibrante di modernità. Così, pur non professando ideali femministi, il Mortara ha sentenziato, pel suffragio femminile, in modo da scandalizzare e quasi offendere i suoi colleghi congelati e cristallizzati nel pregiudizio antico. Ma egli ha creduto di dover corrispondere con illuminata giustizia al compito che gli era a dato, come magistrato e senza prevenzioni personali: la sincerità e semplicità del genio! L’ammirazione pel Mortara da parte dell’onorevole Nitti, che dava pur tanto valore agl’impedimenti della legge e ci si afferrava come all’ultimo baluardo contro al voto della donna, mi sorprendeva.

«Ma», soggiungeva l’onorevole Nitti, «qui il Mortara ha commesso un errore, perché bisogna interpretare la legge secondo la sua lettera, non secondo il suo spirito, cioè al contrario del Vangelo.» Mi permisi, allora, benché fosse alquanto fuori della mia competenza, d’insistere ancora perché ricordavo una conversazione avuta con un avvocato a proposito del processo Nasi, dove la legge s’interpreta secondo lo spirito di tempi nuovi… Poi, sembrandomi inopportuno esaurire il non lieve argomento a tavola, promisi all’onorevole Nitti di scrivere sulla «Vita» per proseguire nel tentativo di conversione sua e d’altri. Né lascerò sfuggirmi una così bella occasione di ricorrere ad autorevoli testi, che cercherò riprodurre nelle parti più interessanti. […]

Invero nelle altitudini della gerarchia giudiziaria aleggia tanta dottrina e tanta elevatezza di concetti che ne discende nell’anima un conforto: è questa la luce delle alte cime ove si rifrange il sole del pensiero; la luce che discende e penetra le tenebre umide e fosche dell’ignoranza e della malafede, del pregiudizio e dell’oscurantismo cosciente e premeditato.

Sì, amica mia: ci è conforto pensare che gli avversari ai quali dobbiamo i responsi negativi alle domande di voto sono, soltanto, o grandi morti o piccoli vivi.

E tutte le moderne conquiste, amica mia, dovranno dunque esser rinnegate per opprimere la metà del genere umano che è generatrice di vite, custode d’amore e di umana dolcezza e insieme produttrice di lavoro nobile e utile, sol perché coloro che ne avevano la capacità intellettuale non vissero tanto da accogliere tutte queste conquiste dello spirito moderno nel loro vasto pensiero; e quelli che sopravvivono non sanno far posto a idee nuove nel piccolo cervello fossilizzato?

No? E allora la causa è vinta!

Un re lontano, il re di Svezia, si dichiara singolarmente favorevole al riconoscimento del nostro diritto al voto; e là, forse, tra poco, il femminismo conseguirà un grande trionfo… Ma noi pure abbiamo dei sovrani del pensiero come il Mortara e il Quarta, che danno interpretazioni geniali alle leggi, seguendo luminose vie di giustizia. Non vale, dunque, il loro parere, quanto il sentimento favorevole di un re? E noi pure, dunque, come le donne di Svezia, conseguiremo questa vittoria sul pregiudizio e compiremo il nostro cammino verso la luce… Tu, che ami tanto la solitudine azzurra, tra mare e cielo, sii custode del faro… nella «Vita».

Copyright L’orma editore 2022 – Una conquista di libertà. Lettere di educazione e indipendenza, pp.23-27.

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