“Lord Jim a casa” di Dinah Brooke, romanzo del ’73, è una sorprendente riscoperta letteraria. Da tempo fuori catalogo, il libro della scrittrice britannica classe ’36, e vissuta per alcuni anni in India, è stato ripubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti (per la prima volta), solo due anni fa (con una prefazione di Ottessa Moshfegh). Con una satira pungente, l’autrice riesce a svelare le disfunzioni dell’alta borghesia inglese, in cui dominano apparenze e violenza emotiva silenziosa (e, al tempo stesso, omaggia un classico della letteratura inglese: “Lord Jim” di Joseph Conrad)
Lord Jim a casa di Dinah Brooke (traduzione di Tommaso Pincio), tra le ultime uscite in casa Sellerio, è una sorprendente riscoperta letteraria. Da tempo fuori catalogo, il romanzo del 1973 della scrittrice britannica, nata nel 1936 e vissuta per alcuni anni in India, è stato ripubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti per la prima volta solo due anni fa, con una prefazione di Ottessa Moshfegh.
“C’è moltissimo dolore in questo romanzo. E altrettanto umorismo. Se non fosse un tale autentico piacere da leggere, direi che Lord Jim a casa è uno stumento di tortura. È bello a tal punto”, recita la fascetta dell’edizione italiana. E, in effetti, il romanzo non poteva avere un endorsement migliore. Chi ha letto Lapvona di Moshfegh troverà dei riflessi nel modo spietato in cui viene viene raccontato il contesto familiare del giovane protagonista: un incubo di perversioni, rancori e maltrattamenti celati.
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Ambientato in Cornovaglia nella ricca e alta borghesia britannica, Lord Jim a casa è il romanzo di formazione di Giles Trenchard, il rampollo di una famiglia benestante, ironicamente nominato il Principe.
Solo il meglio è riservato al nascituro figlio del Re e della Regina. La miglior tata possibile del Regno Unito si unisce alla servitù composta da cuoca, cameriere e giardiniere, dove l’unico schiavo è proprio Giles, elemento fondante di una struttura borghese destinata a perpetuare le stesse abitudini, stili di vita e mancate scelte professionali, in quanto tutto è stato già deciso.

Dal momento della nascita Giles deve seguire le orme del padre e del nonno, il Giudice, andrà nelle migliori scuole e studierà legge. O forse no. Il Principe manifesta un’intrinseca incapacità di soddisfare le alte aspettative. Gli viene chiesto di obbedire semplicemente perché il futuro per lui è già tracciato, per questo la sua volontà interiore, i suoi desideri sono banditi nel disegno prefissato da altri della sua vita.
Lo sa bene la tata, osservatrice astuta dei comportamenti dei ricchi privilegiati inglesi: “Un bambino deve essere tranquillo e malleabile. Non deve avere desideri. Non deve avere volontà. La volontà è il demonio”. E per questo lo lega al letto con le cinghie.
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Dal microcosmo di violenza nascosta e sadismo che è la sua famiglia, Giles scappa alienandosi sempre di più dai genitori e dalle loro aspettative. Nella scuola privata non brilla, se non nel giocare a cricket, poi all’alba della Seconda guerra mondiale si arruola nella Marina come semplice marinaio e non da ufficiale, deludendo ancora una volta il padre Austin.

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I capitoli ambientati a bordo della nave sono un tributo al Lord Jim di Joseph Conrad: il classico della letteratura inglese che racconta della lunga espiazione del giovane marinaio Jim dopo aver abbandonato i compagni sulla nave che stava affondando.
Se il viaggio per il personaggio di Conrad rappresenta un rito di passaggio, l’esperienza marinaresca di Giles, il “Lord Jim” di Dinah Brooke, serve per evidenziare ancora di più la psicologia del personaggio in un contesto estraneo all’ambiente familiare.
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Intorpidito dal bagno di sangue e dagli orrori della guerra, Giles Trenchard ha obbedito alla propria volontà: l’annullamento totale di qualsiasi ambizione. E questo lo porterà a un destino tragico.
Finita la guerra, Giles si immerge nella vita mondana a Londra, diventa assiduo frequentatore di pub e bevitore di whiskey, arrivando sul punto di sposare una ragazza, ma è talmente segnato dal trauma della propria infanzia che finisce per commettere un gesto sconsiderato, un delitto edipico che non risolve nulla, ma aggiunge altra disperazione.
Dinah Brooke riesce a svelare con una satira pungente le disfunzioni dell’alta borghesia inglese, in cui dominano apparenze e violenza emotiva silenziosa; attraversa il Novecento omaggiando il Lord Jim di Conrad che il Ventesimo secolo lo ha inaugurato (il romanzo fu pubblicato a puntate tra il 1899 e il 1900) e sembra aggiungere che a volte la colpa non va cercata nell’abisso interiore, ma nel posto che chiamiamo casa.
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Fotografia header: Dinah Brooke nella foto Rii Schroer