“Una rivolta – Orizzonti e confini del nord-est” di Enrico Prevedello è il libro che racconta la storia degli indipendentisti veneti e la biografia di uno di loro, Luciano Franceschi, che portò quella lotta agli esiti più tragici: un romanzo che traccia una mappa emotiva e sociale di un pezzo del nostro Paese
Tra gli anni ’80 e i primi anni 2000 prese corpo nel profondo Nord-Est un progetto secessionista: il sogno antistorico e determinato di un pugno di uomini convinti di voler riportare il Veneto alla sua naturale condizione di nazione, erede della Serenissima Repubblica mai tramontata e usurpata dall’occupante italiano.
Poco importava che questa narrazione fosse così poco condivisa e avulsa dal contesto politico e sociale: quegli uomini andarono avanti per anni, scontrandosi a oltranza con l’apparato di coloro che consideravano invasori. Uno di loro, Luciano Franceschi, portò questa battaglia alle estreme conseguenze e nel 2013 arrivò a sparare a un direttore di banca che non gli voleva concedere un prestito per il suo negozio di alimentari, ferendolo.
Una rivolta. Orizzonti e confini del nord-est (nottetempo) di Enrico Prevedello racconta la sua storia, e lo fa conoscendola da vicino, perché l’autore era suo concittadino e amico stretto del figlio: così ripercorrere la vita di Luciano Franceschi diventa, in realtà, un modo per tracciare una mappa affettiva e sociale del Veneto in cui è nato e cresciuto.
Prevedello parla in prima persona e rievoca la sua infanzia in quella terra dove tutti erano imprenditori, non importa di cosa. Trattori, capannoni, terreni coltivati e negozi sono la seconda natura della regione e disegnano la geografia sentimentale dei suoi abitanti: era un commerciante anche Luciano Franceschi, aveva una bottega di prodotti alimentari, un allevamento di maiali e un piccolo caseificio, e all’origine della sua strana rivolta c’era anche il risentimento nei confronti di quello Stato “così fallimentare da lasciar svalutare tutti gli anni dedicati al sacro lavoro”.
Il popolo dei piccoli imprenditori è uno dei protagonisti nascosti del libro, con le sue ossessioni produttivistiche e il rancore di chi si muove nella terra di confine tra l’essere padrone e la bancarotta.
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Il romanzo si snoda con un registro particolare e affascinante, alterna la cronaca e la storia di Franceschi e dei suoi compagni venetisti che cercano l’indipendenza ai ricordi personali di Prevedello, cresciuto a Borgoricco e immerso nell’atmosfera della provincia padovana: ripercorre la nascita delle leghe indipendentiste alla fine degli anni ’80, e che confluiranno poi nella Lega Nord, la convinzione sempre più forte di Franceschi e dei suoi sodali che fosse necessaria un’altra strada più determinata, il susseguirsi di rivendicazioni sempre più estreme che porteranno alla nascita di autoproclamati governi autonomi, tribunali, corpi di polizia e nuovi codici penali.
Ma in queste pagine c’è anche l’adolescenza dell’autore, i gruppi metal, la scuola, i primi lavori, il rapporto stretto con il figlio di Franceschi e la sua conoscenza sempre più da vicino di quella famiglia.
“Hai sentito di Luciano? Ha sparato al banchiere di Campodarsego”: questo è l’annuncio sconvolgente che riceve Enrico un giorno. Il padre del suo migliore amico, le cui imprese stavano fallendo, ha sparato e quasi ucciso un uomo.
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Luciano Franceschi non riconoscerà l’autorità del tribunale che lo processa, né l’avvocato assegnatogli, e vorrebbe andare in aula con la divisa da capo della polizia veneta. E Prevedello lo segue anche e soprattutto nella sua permanenza in carcere. Così il romanzo diventa un’occasione per riflettere sulla natura e le storture dell’istituzione carceraria, sulle violenze che ne costituiscono il tessuto quotidiano. Anche qui, intrecciandosi alla biografia personale dell’autore, perché Prevedello ha lavorato in carcere come insegnante di lettere.
La storia di Luciano diviene anche quella dei molti suoi concellini. Non innocenti, certo, ma uomini con una storia alle spalle che spesso non si conosce e non si vuole capire, di cui non si vuole vedere l’origine, e resta nascosta dalle mura spesse di una prigione. “Se vedeste la coda di un mostro vi farebbe terrore, sembrerebbe inconcepibile, ma se la riattaccaste al mostro sarebbe una normalissima coda di mostro (…) mi chiedo se il carcere non sia altro che un grappolo di gabbie in cui abbiamo infilato tante impossibili code di mostro“.
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Una rivolta racconta una storia vera dai tratti paradossali e lo fa con obiettività e partecipazione, con punte di ironia ma sempre con passione. Senza edulcorare, alternando cronaca e memorie, andando oltre il perimetro degli eventi per parlare anche dei sentimenti più forti e comuni: l’amore di Franceschi per i figli e la moglie, la malattia, la morte. La vita intera di un uomo, distorta in una lotta assurda eppure vivida e presente, così vicina agli eventi della nostra quotidianità, alle nostre paure e ai nostri affetti.
“Come faceva”, si domanda Prevedello parlando di Luciano, “a credere così saldamente a una narrazione poco condivisa? E in che senso sono narrazioni? Fino a che punto è un’invenzione il nostro percepire il mondo? A parte tutte le beghe giuridiche, il plebiscito e la legge di autodeterminazione, che cosa rende credibili le narrazioni che facciamo della realtà?“.
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Questo romanzo non è solo un’inchiesta sui Serenissimi, un pugno di uomini che sognava di creare una Repubblica Veneta: è il tentativo di scavare nelle pieghe di una vicenda per comprendere meglio il luogo in cui è nata, i suoi abitanti e i loro fantasmi.
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