A contendersi la 42esima edizione del Premio Nazionale di narrativa Bergamo sono Eugenio Baroncelli (“Il cielo più pietoso è quello vuoto”), Rosa Matteucci (“Cartagloria”), Monica Pareschi (“Inverness”), Alcide Pierantozzi (“Lo sbilico”) ed Enrico Terrinoni (“A beautiful nothing”) – Una sintesi dalle schede di presentazione a cura di Hans Tuzzi
Da 42 anni il Premio Nazionale di narrativa Bergamo si pone l’obiettivo di portare all’attenzione del pubblico cinque opere di narrativa contemporanea fra le più significative dell’ultimo anno.
Nella Sala Ferruccio Galmozzi lo scrittore Hans Tuzzi ha presentato i 5 libri finalisti dell’edizione 2026, selezionati dal comitato scientifico (composto da Andrea Cortellessa, Silvia De Laude, Paolo Di Stefano e Michele Mari), che saranno ora valutati dalla giuria popolare.
Si tratta di Eugenio Baroncelli (Il cielo più pietoso è quello vuoto, Sellerio), Rosa Matteucci (Cartagloria, Adelphi), Monica Pareschi (Inverness, Polidoro), Alcide Pierantozzi (Lo sbilico, Einaudi) ed Enrico Terrinoni (A beautiful nothing, Edizioni di Atlantide)
Qui alcuni estratti dalle schede di presentazione delle opere finaliste a cura dello stesso Tuzzi:
Eugenio Baroncelli, Il cielo più pietoso è quello vuoto (Sellerio)

Da Plutarco e Svetonio in poi le Vite costituiscono un genere letterario ben sperimentato. Una prima scossa la diede mezzo millennio fa John Aubrey, con l’aggiunta di un solo aggettivo e inventando così, nel suo Vite brevi di uomini eminenti, la vita fermata in un lampo che la consegna per sempre ai posteri nella sua essenza. Trecento anni dopo, Marcel Schwob aggiunge una spezia: le sue sono Vite immaginarie, non nel senso che si riferiscono a persone mai esistite, nemmeno sulla carta (perché, sì, è bene ricordarlo, i grandi personaggi sono più vivi di tanti vivi, e le loro vite restano in buona parte inesplorate) ma nel senso che egli coglie, in individui fra loro lontani quando non estranei – da Empedocle a Burke&Hare, da Paolo Uccello a una merlettaia parigina contemporanea di Villon – , una corrente comune, sicché “la somiglianza” è “il linguaggio intellettuale della differenza” e “la differenza il linguaggio sensibile della somiglianza”. Da qui, un ulteriore passo ed ecco le vite di persone qualunque, né illustri né eminenti, narrate da Pierre Michon e Giuseppe Pontiggia sul finire del secolo scorso. Vite delle quali non rimarrebbe memoria se un autore, sulla pagina, non ne avesse colto e spremuto il succo in una lingua capace di “trasformare la carne morta in testo e la sconfitta in oro”.
Un esercizio, questo della miniatura e della lingua che la modella, nel quale Baroncelli si è confrontato da sempre, da Mosche in inverno a Falene (finalista proprio qui al Bergamo), da Gli incantevoli scarti al Libro di furti il cui sottotitolo – 301 vite rubate alla mia – conferma il progressivo avvicinarsi dell’autore, negli anni, a quest’ultimo esito, cioè, appunto, la sua, di vita. Scalando passo passo lo scosceso giogo delle vite altrui, in pagine dove, ricco delle esperienze degli autori amati che nei secoli l’hanno preceduto, affianca con eguale valore vite di esseri in carne e ossa, vite di personaggi letterari e persino quelle di animali, mescidando alto e basso, perché la vita – e la morte – non fanno poi grande differenza fra Marcel Proust e il Vagabondo che conquista il cuore di Lilli, tra il Casanova di Fellini e quello vero, posto che sia mai esistito un Casanova, fra Emma Bovary e Jenny la tartaruga (…).
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Rosa Matteucci, Cartagloria (Adelphi)

Torna al Premio Bergamo Rosa Matteucci, per Carlo Fruttero una che “scrive davvero”, e, per Goffredo Fofi, “una delle voci più sicure, originali e necessarie del romanzo italiano, evocatrice di un mondo provinciale, di un’alienazione senza riscatto, di tragicomica sofferenza”. Per Fruttero, spiega Mario Baudino, scrivere davvero non significa avere un lessico lussureggiante o artificioso, e tantomeno sperimentale, non è questione di “parole difficili e ricercate” né di inseguire la “bella pagina”, ma saper farsi leggere con attenzione e non come l’equivalente di una soap opera, magari con “piccoli spostamenti di avverbi, aggettivi divelti dal loro consueto sostantivo, similitudini non bislacche e tuttavia impensate, oggetti quotidiani, ‘bassi’, infilati tra nobili o tragici eventi”. È un ritratto critico in cui è facile riconoscere la Matteucci che oggi torna al suo tema prediletto, la famiglia, con Cartagloria, “ampio e modulato monologo in forma di spezzoni d’autobiografia immaginaria: si parte da un’infanzia mutilata d’affetti in una cadente villa patrizia colma di reliquie piuttosto repugnanti, e si arriva poi molto lontano, dopo un lungo pellegrinaggio nel mondo del sacro (…).
Monica Pareschi, Inverness (Polidoro)

Monica Pareschi, che con questa sua seconda raccolta di racconti torna al Premio Bergamo, è traduttrice di James Ballard, Willa Cather, Alice McDermott, Doris Lessing, Bernard Malamud e altri grandi, nonché docente di traduzione all’Università Cattolica. Tuttavia, come ben dice Paolo Ferrucci, “con un’ottantina di libri tradotti e due raccolte di racconti pubblicate, non può essere definita semplicemente una traduttrice che scrive, e nemmeno una scrittrice che traduce, perché entrambe le formule sarebbero riduttive. La scrittura letteraria, nel suo caso come in pochissimi altri, vale sia da protagonista sia da vicaria, perché fa da legante in una condizione esistenziale che sa essere definita e sfumata insieme, senza attribuzioni, in cui proprietà e appropriazione si fondono.”
Ed ecco in Inverness (nome iemale per l’orecchio italiano: un nome scelto, dice Pareschi, in quanto “suono puro e gelato” o, come dice la protagonista del racconto, “un nome pieno di sole e di luce ghiacciata, azzurra. Un nome che contiene l’inverno”) una costellazione di racconti, ordinati quasi in progressione di lunghezza, fatti di atmosfere rarefatte, di personaggi sospesi, quasi in attesa, resi con un linguaggio tanto sorvegliato quanto, perciò, incisivo, parco ma raffinato, parole che risuonano in luoghi e tempi vaghi, quasi straniati dal resto del mondo, che pure esiste e macina tempo fatti e persone con indifferenza crudele (…).
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi)

“(…) nel proprio tessuto Lo sbilico ha un ordine e uno stile, uno stile notevole; resta e resterà qualcosa di autentico e raro, e non certo immediato nel senso di scritto senza mediazione letteraria. E infatti sul “Tascabile” Lavinia Mannelli offre una illuminante analisi di intelaiatura e meccanismi interni al romanzo, rifacendosi proprio alle “macchine” leopardiane. Nella stessa rivista, a proposito di Pathemata di Maggie Nelson osserva che “Il rischio però che il libro possa essere solo o poco più che testimonianza di un dolore ben localizzato ma inspiegabile resta molto forte. Specie se lo paragoniamo a Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, un altro recente testo che parla (al maschile) di malattia, raccontata dal punto di vista privilegiato e claustrofobico di uno scrittore e che, appunto, molto più che Nelson, sfida tanto la forma del referto medico quanto quella romanzesca.” Ecco: sfida la forma romanzesca. Che cos’è dunque questo libro? Un diario, una storia, un grido dentro ai limiti del respiro, ma, come ogni lotta con l’Ombra, tutto intriso di morte e di amore, di impossibile calma, di redenzione in frantumi… (…).
Enrico Terrinoni, A beautiful nothing (Edizioni di Atlantide)

“(…) L’indagine, che parte da un dato di fatto, la scomparsa e la morte dell’irlandese Beatrice Madden, giornalista del “Roman Herald” forse amante di Joyce, si muove su più piani implicando quale nucleo inviolato gli aspetti esoterici della scrittura di Joyce e l’opera di Giordano Bruno, bruciato sul rogo a Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600.
Il professore ha suoi precisi convincimenti. “Per lui – dice l’Autore – la letteratura era una missiva smarrita, da consegnare, riesumare, recapitare.” In particolare le pagine di Joyce, di Bruno. Ben presto, perciò, nell’ansia di rendere visibile l’invisibile, scoprire ciò che è celato, coinvolge nella sua ricerca due giovani allievi, uno serio e schivo, l’altro, di origini magiare, futuro autore di noir, ai quali si affianca una brillante studentessa che del serioso – prevedibilmente – s’innamorerà riamata. Ossessionato dalle componenti mistiche e sapienziali della scrittura di Bruno, e da come esse sono riprese e celate nelle pagine dei romanzi di Joyce, che considerava il Nolano suo ideale predecessore, l’anziano accademico prosegue l’indagine immerso in questa dimensione occulta tra densi rimandi letterari, misteriose sensazioni, coincidenze poco casuali, e tutto fa credere che dietro questi veli si celino segreti mai rivelati. Che ruolo giocarono, al tempo, in questa vicenda ricco di rimandi letterari e suggestioni arcane, un bancario irlandese e la moglie? Chi, più di Nora e George, fu al fianco di Joyce in quel soggiorno dalla durata mistica ed esoterica: 7 mesi e 7 giorni? E quali furono i rapporti fra Joyce e il Sinn Fèin? E che senso ha quel misterioso appunto: a beautiful nothing? Davvero le opere dell’autore irlandese contengano un segreto indicibile, sono davvero lo scrigno di verità nascoste?
Chissà, alla fine, come ben dice Alessandro Mezzena Lona, “per Terrinoni è proprio dentro quel ‘niente’ che si nasconde il significato della storia. Niente, e così sia. In un romanzo che farà la gioia dei lettori iniziati, ma anche di tutti quelli che cercano nella letteratura oscuri e affascinanti richiami. Per non smettere mai di interrogarsi, di pensare”.
© Hans Tuzzi 2026
L’AUTORE – Hans Tuzzi è l’apprezzato autore, oltre che di saggi sulla storia del libro e sul suo mercato antiquario, di numerosi romanzi. Qui un’ampia intervista, dal titolo “Sono così dandy da essere ordinario”.