Tra le tracce della prima prova della Maturità 2026, anche quella ispirata al libro “Alzarsi all’alba” del giornalista e scrittore Mario Calabresi, a partire da una citazione legata al tema della fatica, “passata di moda”. Una nostra collaboratrice si è cimentata con questo tema: “Di sicuro, abbiamo sviluppato anticorpi robusti alla fatica (persino quando è declinata nel suo aspetto più nobile di costanza, pazienza, tenacia), anche se occorrerebbe una riflessione più profonda sulle cause di questa intolleranza che hanno a che fare con quello che Umberto Galimberti ha definito ‘ristringimento dell’orizzonte futuro’…”
Tra le tracce della prima prova della Maturità 2026, ce n’era anche (la proposta C2) una ispirata al libro Alzarsi all’alba (Mondadori) del giornalista e scrittore Mario Calabresi, a partire da questa citazione:
«Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili…
Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.
Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile.
Ho visto la parola ‹fatica› assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano.
Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. […]
Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata.
Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfiancanti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta.
Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.»
Questa la richiesta per studentesse e studenti: “Traendo spunto dalle tue esperienze, dalle tue conoscenze e dalle tue letture, rifletti sull’idea di ‘fatica’ che emerge dal brano riportato ed esponi le tue considerazioni. Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto”.
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Qui di seguito, la riflessione di Valentina Buzzi*, che si è cimentata con questa traccia della prima prova:
Stamattina, quando ho saputo che tra gli spunti della Maturità c’era anche un brano tratto da Alzarsi all’alba (Mondadori) di Mario Calabresi, in attesa della traccia completa, il primo istinto è stato quello di soffermarmi sul titolo del libro e riflettere su un tema che continua ad appassionare tutti tantissimo: la morning routine.
Ora che è estate, apro gli occhi quasi ogni giorno alle 5.40 del mattino, qualche volta anche prima. Non c’è bisogno di mettere la sveglia perché è la luce dell’alba, quella che dà il titolo al libro di Calabresi e che è parte di un ciclo naturale a cui più nessuno presta ascolto, a dirmi che è tempo. Il mio. E solo il mio.
In teoria, appartengo al gruppo di quelli “giusti” che non restano tra le lenzuola a poltrire ma che, sempre in teoria, alzandosi prima dal letto, avrebbero quell’oretta in più per andare in palestra, farsi una nuotata o dare un’occhiata ai fatti del giorno (a ciascuno il proprio guilty pleasure), prima di presentarsi al lavoro e iniziare a performare. Del resto, non fanno così anche Tim Cook (il CEO di Apple, sveglia alle ore 3.45), Anna Wintour (mitica direttrice di Vogue, ore 5.00) o Howard Schultz (ex amministratore delegato di Starbucks, ore 4.30)?
Il tempo della gratificazione istantanee
Il manuale delle persone di successo parla chiaro: chi vuol farcela nella vita si alza presto e ha un rituale mattutino inattaccabile. È il primo indicatore della capacità di sopportare bene la fatica, di impegnarsi a fondo e fare sacrifici, un trittico che è diventato intollerabile per chiunque (soprattutto “per i giovani”, lo dicono tutti, o quasi) in questo tempo della gratificazione istantanea.
Nel passaggio tratto dal libro di Calabresi per i maturandi lo si legge senza mezzi termini: la fatica non va più di moda e i genitori si augurano che i figli ne siano liberati o vaccinati. Non solo. Anche nell’ultimo libro di Mauro Berruto, ex ct della nazionale di pallavolo e ora uomo delle istituzioni, c’è un capitoletto che si intitola proprio così: La Fatica. Afferma che viviamo in un mondo che tenta di azzerarla, di annullarla, di demonizzarla e che persino la scuola ha rinunciato a trasmetterne il valore.
Hanno ragione? Di sicuro, abbiamo sviluppato anticorpi robusti alla fatica (persino quando è declinata nel suo aspetto più nobile di costanza, pazienza, tenacia), anche se occorrerebbe una riflessione più profonda sulle cause di questa intolleranza che hanno a che fare con quello che Umberto Galimberti ha definito “ristringimento dell’orizzonte futuro”.
Presentare la fatica in modo nuovo
Perché impegnarsi se il domani non è più una promessa ma una minaccia? Perché “avere spirito di sacrificio” e “farsi le ossa” se quello che ci attende è spesso una retribuzione inadeguata? Sono convinta che l’equazione dedizione=buona riuscita continui a essere alla base di una vita piena, a patto, però, di non cadere nella tentazione di inneggiare al sacrificio, ma anzi di presentare la fatica in modo nuovo.
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Vi porto un esempio da un mondo a me molto caro, quello dello sport, che vive nell’esaltazione perpetua del dare tutto e del progredire ogni giorno di più (a proposito, le crisi di Sinner sono forse sintomatiche di un corpo che chiede un po’ di tregua alla legge della performance?). Ma arriviamo a un tennista decisamente meno conosciuto di Jannik, lo svizzero Stanislas Wawrinka, all’ultima stagione sul circuito Atp, che nel discorso sulla fatica invertito l’ordine degli addendi, offrendoci l’opportunità di osservare la questione da un altro punto di vista: “Quanto ho spinto nella mia carriera? Se intendete descrivere il mio percorso come una rinuncia dolorosa, allora vi rispondo che non ho fatto nessun sacrificio. A me è sempre piaciuto allenarmi e tutto quello che ho vinto (tanto, tra cui 3 tornei dello Slam) è stata la naturale conseguenza della mia passione”.

Ma quanto è più leggera e sostenibile una vita dove la gioia del fare, e non il dictat del sacrificio, è la vera molla dell’evoluzione e della realizzazione personale? Dove la piena adesione al proprio compito precede il senso del dovere e, anzi, lo supera?
La vocazione resta l’unica vera bussola
Penso che la vocazione resti l’unica vera bussola e, se la si usa come strumento di orientamento personale, non c’è bisogno che arrivi qualcuno da fuori a tenere alta l’asticella, a spronarci a fare fatica, a imporci di svegliarci all’alba. Anche perché, chi ha stabilito che si riesce a essere produttivi e a dare il meglio nelle prime ore del mattino? Conosco amici che “ce l’hanno fatta” e, da liberi professionisti, si alzano molto tardi e lavorano tantissimo di sera; conosco colleghi che scrivono per professione e che il senso dell’orologio lo hanno perso da un po’, aprendo il pc a ogni ora del giorno e della notte, quando percepiscono l’urgenza di buttare giù i pensieri. Una delle peggiori omologazioni a cui potremmo cedere è quella oraria: non esiste una tabella di marcia uguale per tutti che inizia alle 5 del mattino con lo yoga e termina alle 22 con una serie tv.
Al netto degli obblighi lavorativi, ognuno ha un ritmo tutto suo che non deve generare sensi di colpa se non ricalca quello degli imprenditori della Silicon Valley. Che poi, a proposito di orari, leggendo la traccia del libro Calabresi, mi è venuto in mente un altro testo (che ha avuto un discreto peso nella storia dell’Occidente) e che, a un certo punto, parla di alcuni contadini che si presentano al lavoro a orari diversi (dal mattino presto alla sera) ma che, a fine giornata, ricevono la stessa paga: un soldo a chi ha sta lavorando dall’alba, un soldo a chi ha iniziato solo nel tardo pomeriggio. E non ha nemmeno fatto la corsetta delle 5, come i migliori che sono già in piedi da un pezzo.
L’AUTRICE* – Valentina Buzzi: giornalista, ho una sconfinata passione per lo sport e le sue storie che mi ha portato a lavorare in diverse realtà (Gazzetta dello Sport, Sportitalia, Ultimo Uomo). Amo la contaminazione e credo che ogni angolo di visuale diversa nasconde tesori.
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