Rileggere “Acciaio”, il longseller di Silvia Avallone, dopo più di 15 anni dalla sua pubblicazione, mette di fronte a interrogativi sempre attuali e ancora irrisolti: le morti sul lavoro, la realtà operaia, i giovani disillusi e una visione del mondo femminile ancora alla mercé dei lupi. Seguendo queste domande, si dispiega tra le pagine una storia italiana di realismo contemporaneo, il romanzo di una periferia senza fuga, dove chi è nato sull’altra riva finisce per vivere senza alternative, né sociali, né umane…
“Di fronte, a quattro chilometri, le spiagge bianche dell’isola d’Elba rilucevano come un paradiso impossibile. Il regno illibato dei milanesi, dei tedeschi, i turisti satinati in SUV nero e occhiali da sole”.
Ci sono orizzonti che si sognano e orizzonti che la sorte concede: l’isola d’Elba nei giorni in cui il cielo è limpido sembra così vicina da poterla toccare. Visibile dalla costa di Piombino – dov’è ambientato Acciaio (BUR), il longseller di Silvia Avallone – rappresenta l’altrove, bella, desiderabile ma apparentemente inaccessibile, la terra dei fortunati in vacanza.

Il mare è una barriera che separa quell’eden dalla realtà di chi vive in via Stalingrado. Qui la vita scorre tra casermoni tutti uguali, le casalinghe affacciate alla finestra, i pensionati in tuta acetata, e davanti la spiaggia, un carnaio. Alle spalle, onnipresente, l’acciaieria.
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Non è facile avere quattordici anni in via Stalingrado. Anna e Francesca crescono in un ambiente dove il futuro sembra già scritto: nel deserto della periferia operaia il domani è un territorio chiuso, non c’è un’alternativa. Restano solo le spiagge dei ricchi da osservare da lontano, e resta l’estate, per divertirsi, per essere guardate da tutti, per assaporare una libertà un po’ sfacciata, di corse sulla spiaggia, di balletti con la finestra aperta, perché tutti ti possano vedere, per avere il proprio nome scritto sui piloni del cortile come riconoscimento.
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Sono molti gli sguardi che si posano sui corpi di Anna e Francesca, che si truccano di nascosto, si fanno sbirciare senza niente addosso, i corpi acerbi che giocano a provocare: in certi ambienti per una ragazza conta solo essere bella, e Anna e Francesca lo hanno già capito.
La bruna e la bionda si sono trovate e scelte: stesse famiglie affaticate, consumate dalla miseria e dalla frustrazione, stessa libertà venata di controllo, in una tensione continua da parte degli adulti.
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Quello di Acciaio è un clima di sofferenza sociale, nel quale crescere significa vedersi sottrarre, giorno dopo giorno, qualsiasi tipo di opportunità.
“Il mare e i muri di quei casermoni, sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria”.
In mancanza di punti di riferimento, senza modelli, non rimane che sognare la televisione, un futuro di successo, si cerca ansiosamente il riconoscimento negli occhi dei ragazzi, degli uomini, di chi potrebbe aprire una porta, qualunque essa sia: il corpo che si trasforma incuriosisce, diventa uno strumento per cercare se stesse, è un lasciapassare, è l’unica risorsa che può rappresentare una possibile via di fuga, quando anche le prime storie d’amore deludono, e non ci si trova a combaciare come si dovrebbe.
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Intanto Anna e Francesca giocano a fare le donne tra gatti randagi e cortili desolati; le loro vite sembrano muoversi libere tra il mare e l’estate, ma in realtà orbitano attorno a un unico centro di gravità, l’acciaieria, che è lì, il centro di tutto, e non perdona.
Una realtà immensa, un organismo smisurato che domina il paesaggio, rigurgita calore e metallo e assicura pane e disperazione a generazioni di operai: è questo l’orizzonte che alle famiglie di Anna e Francesca è capitato in sorte.
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Perché l’acciaieria è una presenza rumorosa e costante, che incombe sulle storie dei ragazzi di via Stalingrado, sui giochi in spiaggia, sulle litigate e le incomprensioni, sulle mani dei padri che diventano violenza, sui furti di notte e le serate in discoteca a guardare un po’ di pelle nuda.

Silvia Avallone (nella foto di Jean-Luc Bertini) è nata a Biella nel 1984 e vive a Bologna. Per Rizzoli ha pubblicato Acciaio (2010), Marina Bellezza (2013), Da dove la vita è perfetta (2017), Un’amicizia (2020) e Cuore nero (2024)
Le cisterne sono creature primordiali, l’altoforno Afo4 è un organo pulsante, un corpo vivo che rilascia rumore, energia, fa sembrare ogni uomo minuscolo. Ovunque il metallo, cascate di acciaio incandescente, spiazzi accecanti di sole a picco, dove si muovono macchine, una giungla di stridore, sudore e uomini e ingranaggi che finiscono per sembrare parti dello stesso corpo gigantesco.
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“Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?”.
Oltre una storia di adolescenza, oltre un racconto di formazione, Acciaio è prima di tutto una storia italiana di realismo contemporaneo, il romanzo di una periferia senza fuga, dove chi è nato sull’altra riva finisce per vivere senza alternative, né sociali, né umane.
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C’è il lavoro, sopravvivenza nella fatica, una melma reale e metaforica nella quale vince chi non finisce maciullato dai macchinari, c’è la famiglia, dove la miseria è anche emotiva, c’è l’amore che si insegue perché rappresenta un riscatto ma è spesso vittima della difficoltà di comunicare: chi vive di corpo e sudore impara a sue spese che le parole sono un lusso, e non risolvono niente. Quella di Acciaio è una quotidianità che condiziona le vite, degli adulti rassegnati e dei giovani prede dei disagi e delle dipendenze. Solo l’amicizia è una speranza di vita e di futuro, un mondo a parte.

Nel 2012 Stefano Mordini ha diretto il film Acciaio, con protagonisti Michele Riondino, Vittoria Puccini, Matilde Giannini e Anna Bellezza, e tratto dall’omonimo romanzo di Silvia Avallone. Il film è stato presentato alla 69esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia
Con una scrittura intensa e visiva, Silvia Avallone trasforma il paesaggio della storia in una presenza oppressiva che condiziona tutto, desideri e paure. Le pagine nascono da una continua tensione tra durezza e poesia, che restituisce con crudezza la fragilità dell’adolescenza e del vivere.
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Rileggere Acciaio dopo più di quindici anni dalla sua pubblicazione mette di fronte a interrogativi purtroppo sempre attuali e irrisolti, le morti sul lavoro, la realtà operaia, i giovani disillusi e una visione del mondo femminile ancora alla mercé dei lupi.
È un’Italia che avremmo voluto vedere cambiata ma che riconosciamo ancora drammaticamente contemporanea, con la precarietà e il desiderio di riscatto che sono tensioni attuali e presenti come lo sono le barriere e le distanze tra vite vicine ma lontanissime: sono quei (soli) quattro chilometri, che dividono l’Elba da via Stalingrado, nei quali Silvia Avallone riesce a raccontare un intero mondo di disuguaglianze.
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