“Per una cultura della partecipazione” è un saggio a più voci che mira a offrire strumenti concreti, casi reali e riflessioni. “Partecipazione” è infatti una parola e una pratica a cui si fa sempre più spesso riferimento, ma che – anche per questo – “rischia di perdere incisività”, come affermano i curatori Gloria Bovio e Oliviero Ponte di Pino
Che cosa significa partecipare? Che cos’è la partecipazione? Sebbene possa sembrare semplice trovare risposta alle due domande qui poste, la realtà nasconde alcune insidie. Nel corso degli ultimi anni la parola partecipazione infatti ha trovato sempre più campi d’azione, il suo uso è inflazionato e la ritroviamo in progetti, bandi e discorsi istituzionali.
Con l’obiettivo di trattare concretamente la “partecipazione” e non renderla una parola vuota nella retorica quotidiana, Gloria Bovio – architetta, specializzata in antropologia dell’arte, fondatrice di Dialoghi d’Arte – e Oliviero Ponte di Pino – critico e autore teatrale, curatore dal 2012 del programma BookCity Milano e per anni nell’editoria italiana – hanno curato il volume Per una cultura della partecipazione, all’interno della collana Sguardi pubblici di Mimesis.
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
In 13 saggi – firmati da Marco Aime, Giulia Alonzo, Federico Boni, Gloria Bovio, Andrea Canziani, Maurizio Cilli, Elena Donaggio, Elena Pelosi, Oliviero Ponte di Pino, Luca Ricci, Federica Vittori e Cristian Zanelli – il libro nasce per offrire “strumenti critici e indicazioni pratiche a chi opera nel campo della progettazione culturale”, che si tratti di spettacoli dal vivo o festival, arte contemporanea o architettura. I casi reali e le riflessioni riportate nel testo – che vede la collaborazione di sociologi, artisti, urbanisti e storici dell’arte (tra gli altri) – esplorano le possibilità del nostro tempo e la partecipazione “come pratica viva, necessaria e trasformativa“.
Non a caso nell’introduzione si afferma: “Questa parola evoca ideali forti – inclusione, democrazia, condivisione – ma la sua continua promozione rischia di farla scivolare nella indeterminatezza, facendole perdere incisività e concretezza”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Partecipazione come fruizione
Comprendere i diversi significati del termine “partecipazione” è fondamentale per chi si occupa di politiche culturali, progettazione o gestione di istituzioni.
Partecipazione culturale si riferisce genericamente all’insieme delle pratiche di fruizione e consumo, sia individuali sia collettive: andare a teatro, visitare un museo, leggere un libro, assistere a un film o a un concerto, eccetera. Si tratta di attività che non solo definiscono il rapporto delle persone con l’arte e la cultura, ma che costituiscono anche un indicatore del livello di capitale culturale individuale e collettivo. La partecipazione culturale inerente la fruizione del tempo libero viene rilevata da enti come ISTAT (2022) ed Eurostat (2024), e i dati raccolti contribuiscono a determinare l’indice di povertà educativa, o, in termini positivi, di ricchezza educativa della popolazione. Questa metrica non si limita a misurare l’accesso alla cultura, ma riflette anche il livello di benessere psicosociale ed economico che ne deriva. Un lavoro di analisi e sintesi esemplare in questo senso è anche quello svolto dalla Fondazione Openpolis attraverso il suo osservatorio sulla povertà educativa, i cui risultati fotografano una situazione critica e, come si può immaginare, geograficamente divisa tra nord e sud, tra aree interne e metropoli. La letteratura e le politiche pubbliche (Cicerchia 2019; Cicerchia, Caroleo 2023; Seia & Sciascia 2024; Matarasso 1997) concordano sul fatto che un’elevata partecipazione culturale sia associata a una migliore condizione di salute mentale, sviluppo personale e coesione sociale. In altre parole, la cultura contribuisce in modo concreto al benessere delle persone. Per questo motivo, le istituzioni culturali sono impegnate ad ampliare i pubblici, favorendo l’accesso e la fruizione da parte di fasce sempre più ampie e diversificate della popolazione.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati
Partecipazione attiva
Un concetto strettamente collegato, ma distinto dalla partecipazione culturale, è quello della partecipazione attiva. Partecipare attivamente significa essere coinvolti non solo come fruitori, ma anche come attori consapevoli nei processi progettuali ed esecutivi di un’iniziativa culturale.
Considerando il progetto culturale come una risposta a un bisogno o a una criticità territoriale, la partecipazione attiva è oggi tra gli approcci più attivamente promossi e praticati per elaborare soluzioni condivise e sostenibili.
Che si tratti di un progetto di rigenerazione urbana, di un festival, di un’opera teatrale o della valorizzazione del patrimonio culturale, la partecipazione attiva interviene sotto forme diverse, attraverso il coinvolgimento attivo e consapevole delle persone nella definizione, nello sviluppo o nella valutazione di un intervento culturale. Non si limita quindi alla presenza o al consumo di un prodotto culturale, ma attiva un sistema di relazioni che connette chi partecipa con i contenuti, con i processi e con gli altri soggetti coinvolti.
Come la fruizione, anche la partecipazione attiva mira a rafforzare il capitale culturale delle persone, ma promuovendo una relazione continuativa con il progetto stimola anche responsabilità condivise e valorizza competenze che spesso restano ai margini.
Non si tratta di assegnare un ruolo accessorio o funzionale, né di delegare compiti esecutivi, ma di costruire percorsi di coinvolgimento che rendano le persone in grado di incidere, con consapevolezza, sulle scelte culturali. In questo senso, la partecipazione attiva può essere letta come un processo di abilitazione: un percorso che, attraverso informazione, ascolto e dialogo, permette ai soggetti coinvolti di esercitare un ruolo attivo nei progetti e nelle politiche culturali.
Può interessarti anche
Le difficoltà della partecipazione
Proprio perché oggi il termine partecipazione è diventato parte integrante del lessico istituzionale e delle linee guida dei bandi di finanziamento, rischia di essere banalizzato. Molti progetti che si dichiarano partecipativi, in realtà non attivano forme di coinvolgimento autentico. Laddove mancano competenze specifiche e una conoscenza approfondita delle metodologie partecipative, la partecipazione si riduce spesso a una messa in scena: sessioni di brainstorming con post-it colorati, momenti conviviali, attività simboliche che non incidono realmente sul progetto, tantomeno sulle persone coinvolte.
La partecipazione si riduce così a un rituale vuoto, utile solo a soddisfare formalmente i requisiti di un bando, ma privo di reali effetti trasformativi. Non c’è ascolto vero, non c’è negoziazione, ma soprattutto non c’è crescita e cambiamento nelle persone che partecipano: si segue un percorso già definito a monte e la comunità resta ai margini. Pur essendo formalmente “coinvolta”, non si è arricchita di alcuna competenza.
In altri casi, la partecipazione viene intesa da alcuni enti promotori come una forma di volontariato che supplisce all’assenza di fondi, mascherando sotto l’etichetta del coinvolgimento una richiesta di lavoro gratuito o sottopagato. In queste situazioni, più che generare valore condiviso, la partecipazione alimenta dinamiche estrattive: le energie delle comunità vengono utilizzate per sostenere progetti che restano esterni e autoreferenziali, senza restituire strumenti, competenze o riconoscimento a chi vi prende parte.
Un altro elemento di criticità, spesso trascurato, riguarda la gestione della fase successiva alla conclusione del progetto. La chiusura può generare nelle comunità coinvolte una forma di lutto relazionale, legata alla perdita improvvisa di spazi di fiducia, riconoscimento e condivisione. Il divario tra le aspettative attivate dalla retorica dell’empowerment e la realtà dell’interruzione può far emergere un un senso di abbandono e una conseguente disillusione verso eventuali processi futuri (Scotto di Vettimo 2025).
Le ragioni di queste distorsioni sono molteplici, a partire dal fatto che attivare processi partecipativi autentici è complesso e impegnativo. Richiede molto tempo, continuità, capacità di costruire e mantenere relazioni, saper fornire strumenti adeguati e duraturi, ma anche una visione chiara di cosa significhi partecipazione e quali trasformazioni si vogliano realmente promuovere. È un lavoro che va ben oltre la semplice organizzazione di attività: implica responsabilità, coerenza e un investimento di risorse che molti soggetti per varie ragioni non sono disposti o non sono nelle condizioni di sostenere, soprattutto nel lungo termine.
In questo senso, il problema non si riduce alla sola capacità di facilitare un incontro o condurre un laboratorio. Strumenti come la mediazione e la facilitazione sono importanti, ma non sono sufficienti. Perché un processo partecipativo produca effetti significativi, è necessario che chi lo guida possieda una comprensione profonda del contesto culturale e spaziale su cui si interviene e sia in grado di trasmetterla alle persone coinvolte. Prima di essere chiamate a esprimere opinioni o a prendere decisioni, le persone devono essere messe nella condizione di comprendere i temi in gioco, le alternative possibili e le conseguenze delle proprie scelte. Solo così la partecipazione può generare conoscenza condivisa, rafforzare il capitale culturale e diventare uno strumento di cambiamento reale, e non un’esercitazione superficiale.
(continua in libreria…)
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it