Juline Anquetin-Rault divide il suo tempo tra l’istituto scolastico francese dove insegna storia e geografia, e la sua agenzia di supporto scolastico e formazione degli insegnanti nella pedagogia della Classe Autonoma®. È l’autrice di “A scuola si impara dai compagni”, libro (di cui proponiamo un capitolo) rivoluto a docenti, educatrici ed educatori, in cui propone un modello innovativo – “la classe autonoma” appunto – in cui le studentesse e gli studenti apprendono in piccoli gruppi, sviluppando autonomia, motivazione e competenze trasversali – I particolari
Juline Anquetin-Rault divide il suo tempo tra il CFA Simone-Veil di Rouen, dove insegna storia e geografia, e la sua agenzia di supporto scolastico e formazione degli insegnanti nella pedagogia della Classe Autonoma®. È l’autrice di A scuola si impara dai compagni (dal 5 settembre per Sonda), libro in cui propone un modello innovativo – “la classe autonoma” – dove gli studenti apprendono in piccoli gruppi sviluppando autonomia, motivazione e competenze trasversali.
Un approccio “concreto e coinvolgente” (ispirato tanto alla pedagogia montessoriana quanto alle recenti acquisizioni delle neuroscienze) per ripensare davvero il modo di fare scuola. Un libro, quindi, particolarmente attuale alla luce del recente dibattito sull’esame di maturità.
L’intero corpus del lavoro di Juline Anquetin-Raul, tra l’altro, è stato riconosciuto dalla Varkey Foundation, che ogni anno assegna il Global Teacher Prize.
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Un libro rivolto a docenti, educatrici ed educatori
Il libro è rivolto a docenti, educatrici ed educatori, e guarda a “una scuola più inclusiva, dinamica e orientata alla persona”. In un contesto scolastico sempre più complesso e diversificato, infatti, per l’autrice è necessario ripensare i modelli tradizionali di insegnamento. Diventa così centrale, in questo contesto, “il modello della classe autonoma”, in cui le studentesse e gli studenti, organizzati in piccoli gruppi, apprendono in modo cooperativo. I risultati? Maggiore motivazione, miglioramento delle relazioni interpersonali e un apprendimento più solido e duraturo.
L’autrice, tra le altre cose, evidenzia i limiti dell’insegnamento frontale e offre chiavi di lettura per comprendere meglio il mondo adolescenziale; in A scuola si impara dai compagni, inoltre, propone strategie didattiche basate su processi cognitivi e meccanismi di memorizzazione efficaci e, mette a disposizione un quaderno pratico di attività sperimentate sul campo, pensato per favorire il ripasso e la rielaborazione autonoma dei contenuti da parte degli studenti.
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Per Michela Procaccianti, insegnante e autrice della postfazione all’edizione italiana, “davanti a tutte le complicazioni che il nostro mestiere comporta, Anquetin-Rault ci ricorda soprattutto la meraviglia di questa professione: il contatto continuo con menti pensanti e creative, capaci di stimolare e far crescere anche noi adulti, spesso chiusi in sovrastrutture dietro cui ci barrichiamo. Se c’è una cosa che ho imparato insegnando, è che non sono mai la docente che ero ieri, e nemmeno quella che sarò domani. Qui risiede il senso di tutto, e questo testo ne è un buon esempio”.
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Una sensazione di libertà che cambia tutto
Sono convinta che l’impressione di libertà data dalla classe autonoma dipenda dal modo in cui gli studenti lavorano. Dare loro il tempo di fare le cose secondo il loro ritmo, nell’ordine che vogliono, nel modo in cui vogliono: questo è ciò che li fa andare avanti.
Sulle cartelle ho inserito dei pittogrammi di compiti che possono essere svolti a casa, in modo che possano organizzare e gestire il loro tempo da soli.
Questo è ancora più importante con gli adolescenti, che hanno una vera e propria sete di libertà. Si mettono subito all’opera, senza pensarci due volte, e sono anche più concentrati e motivati.
Sto parlando di una «impressione» di libertà, perché in realtà la regola esiste ed è molto chiara. Non sono totalmente liberi di fare ciò che vogliono. Hanno tre sessioni per completare i dieci laboratori, e lo sanno. Certo, lavorano secondo il proprio ritmo, ma hanno un obiettivo da raggiungere e vogliono davvero riuscirci. Di conseguenza, anche se hanno il cellulare sul tavolo per completare alcuni laboratori, non sono distratti dai loro social network.
Nella mia classe non ci sono nemmeno problemi di disciplina, con alunni che fanno graffiti sui tavoli, palline di scotch o sonnellini. Sono sempre impegnati a fare cose e non si annoiano mai! Facendo da soli, acquisiscono una reale fiducia in sé stessi e un senso di responsabilità, e questo per loro è positivo. Inoltre, gli studenti si rendono subito conto di imparare più facilmente e che i loro voti sono migliori. Vengono in classe sorridenti e motivati e questo cambia tutto quando si tratta di imparare!

Juline Anquetin-Rault, nella foto di Céline Nieszawer
Non c’è nulla di rivoluzionario nei miei laboratori autonomi in classe: molti di essi si basano su esercizi o storie che gli insegnanti utilizzano già. La prima differenza con una lezione tradizionale è che lascia allo studente l’iniziativa di svolgerli, ma anche di variare i mezzi di comunicazione utilizzati. Gli studenti hanno la possibilità di scegliere tra attività diverse e per loro è molto stimolante. I laboratori hanno anche un altro vantaggio: possono essere suddivisi in più livelli. Non lo faccio per tutti i laboratori, perché sarebbe molto lungo, ma solo per alcuni di essi, come lo studio dei documenti (per esempio, con domande chiuse a livello 1, un po’ più aperte a livello 2, ed espressioni scritte a livello 3).
La possibilità di individualizzazione aiuta anche a combattere la noia: quella degli studenti bravi, per i quali la lezione è troppo facile, e quella dei meno bravi, che rinunciano perché è troppo difficile.
Spesso dico che la classe autonoma è facile da realizzare perché non richiede una revisione completa del sistema educativo. I contenuti sono gli stessi, bisogna solo cambiare il modo in cui vengono insegnati.
Quando faccio formazione agli insegnanti, spiego spesso che nelle loro lezioni tradizionali hanno già molti contenuti pronti per una classe autonoma: esercizi, studi di documenti, quiz, video (anche se non tutti hanno idea di usarli nelle loro lezioni). Il primo passo è semplicemente quello di utilizzare i contenuti nei laboratori. È un passaggio da acquisire, ma per loro non è sempre facile: siamo così abituati a tenere le nostre lezioni in modo molto formale.
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La seconda differenza tra una lezione tradizionale e una classe autonoma sta nell’atteggiamento dell’insegnante. Mentre gli studenti svolgono i laboratori, l’insegnante è in secondo piano, ma questo non significa che non abbia un ruolo chiave, anzi. Innanzitutto, tale posizione gli permette di osservare la classe e i diversi studenti. All’inizio dell’anno, con giovani che non si conoscono ancora è essenziale.
Osservo e analizzo: chi è il leader? Chi ha le idee giuste ma non vuole essere il leader? Chi è isolato dagli altri? Chi ha difficoltà? Chi non legge bene? Tutte informazioni essenziali, ma che per me era impossibile individuare così rapidamente in una classe. In genere, lo studente che non parlava bene la propria lingua o che aveva grosse difficoltà non si faceva mai avanti e quando lo individuavo spesso era troppo tardi per intervenire…
In una classe autonoma un altro ruolo dell’insegnante è quello di stabilire il ritmo della lezione.
Ricorda agli studenti l’obiettivo finale del piano di lavoro, interviene quando dedicano troppo tempo allo stesso laboratorio o mostra cosa ci si aspetta da loro.
Per esempio, alcuni studenti perfezionisti vogliono assolutamente conoscere a memoria ogni riga di ogni flashcard, ma non è questo l’obiettivo.
Il terzo ruolo dell’insegnante è quello di incanalare la classe, il rumore e il trambusto, e di assicurarsi che ogni allievo svolga il proprio lavoro in modo corretto. Quando uno studente non è serio, la mia tecnica non è quella di criticarlo o di dirgli che sta facendo male le cose, ma al contrario vado a fare due chiacchiere con lui o con lei per capire a che punto è, quale laboratorio sta facendo e se ha bisogno di aiuto.
Il quarto e ultimo ruolo dell’insegnante in una classe autonoma è quello di aiutare gli studenti che hanno più difficoltà, cosa che purtroppo non abbiamo il tempo di fare in una classe tradizionale. In una classe autonoma, invece, il fatto che gli altri studenti se la cavino da soli ci permette di liberare del tempo per sostenere chi ne ha più bisogno, o anche, se necessario, per fare il laboratorio con loro.
Circa il 2% dei miei studenti non aderisce pienamente ai principi della classe autonoma. Ne parlo regolarmente con gli insegnanti che formo e concordano con me sul fatto che ci sono due tipi principali di «refrattari».
In primo luogo, ci sono gli studenti brillanti, che non necessariamente aderiscono a questo metodo perché trovano i laboratori troppo facili. Per questa ragione è importante prevedere diversi livelli.
Inoltre, questi studenti in genere hanno bisogno di brillare di fronte agli altri e i laboratori autonomi glielo impediscono. La soluzione è permettere che lo facciano in altri modi, per esempio, chiedendo di andare ad aiutare un particolare allievo in difficoltà. Inoltre, durante le lezioni cerco di incoraggiarli dando loro la parola non appena alzano la mano.
Per quanto riguarda il secondo profilo «refrattario», per me rimane un enigma. Questi studenti non amano né il sistema tradizionale né la classe autonoma.
Spesso si tratta di ragazzi e ragazze che si sono completamente arresi e semplicemente non vogliono più stare in classe.
(continua in libreria…)
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