“Gesù non si arrende e tenta fino all’ultimo di liberare il traditore Giuda dalla sua possessione diabolica…”. Un viaggio nelle Sacre Scritture con il biblista Alberto Maggi

“Non sono forse io che ho scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo” (Gv 6,70). Gesù, che “conosce quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,25), definisce Giuda Iscariota, il discepolo traditore, un diavolo. Giuda è presentato nei vangeli come l’uomo opportunista, colui che agisce sempre e soltanto in base al proprio interesse.

Quel che determina le sue scelte e le sue azioni è unicamente la convenienza. Il bene e il male sono condizionati da quel che conviene o meno. Giuda è nel gruppo dei discepoli di Gesù, ma in realtà non lo segue, perché è un ladro (Gv 12,6), e anziché comunicare vita la toglie agli altri e, di conseguenza, la sottrae a se stesso.

Gesù, che con la forza del suo amore vivificante ha purificato il lebbroso, ritenuto la persona più impura che ci fosse (Mc 1,40-42), e ha liberato l’indemoniato, l’uomo più posseduto che esistesse (Mc 5,1-15), ha fallito con Giuda. La potenza dell’amore di Dio può convertire un peccatore, trasformare in santo un assassino, ma per l’uomo, che orienta la sua vita in base alla propria convenienza, non c’è nulla da fare, sarà sempre refrattario e ostile all’azione del Signore, perché non gli conviene accoglierla.

Gesù non si arrende e tenta fino all’ultimo di liberare Giuda da questa sua possessione diabolica. Nonostante che il Maestro, come espressione d’amore, nell’ultima cena, abbia lavato i piedi al discepolo, il suo gesto è stato inutile. Ha lavato i piedi a tutti, ma non tutti sono puri (Gv 13,9) e Giuda rimane nell’impurità totale (“Satana entrò in lui”, Gv 13,27).

Gesù dirige al discepolo continue offerte d’amore, ma Giuda non le accoglie. Il suo cuore è occupato da altro, non c’è posto per il Signore. All’amore preferisce l’odio, alla vita la morte, alla verità la menzogna, e alla luce preferisce le tenebre (“uscì, ed era notte”, Gv 13,30) che lo ingoieranno, non per un castigo divino, ma per una resistenza lucida e determinata alla vita, che il Signore gli ha proposto incessantemente. Nella cena Gesù fa ancora un ultimo tentativo verso Giuda, mostrandogli un amore preferenziale. Era consuetudine che durante i pranzi, il padrone di casa iniziasse intingendo un pezzo di pane nel vassoio e lo porgesse all’ospite più importante. Di fronte al discepolo che intende tradirlo, Gesù gli mostra un amore ancora più grande di quello dimostrato agli altri discepoli, “e intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda” (Gv 13,26). Con il boccone Gesù dona se stesso a Giuda, risponde con amore all’odio. Gesù può essere abbandonato, ma lui non abbandona mai nessuno, è il pastore che cerca la pecora che si smarrisce (Lc 15,4-7). Ora la vita di Gesù è nelle mani di Giuda. Dipende dal discepolo che uso farne. Se mangia il boccone accoglie il suo amore e con esso la vita, se lo rifiuta è preda delle tenebre di morte.

Ma tra Gesù, che gli offre la vita, e il Satana che la distrugge, Giuda la scelta l’ha già fatta e se ne va, per tornare dopo un poco con torce e armi alla testa del gruppo di guardie che catturerà Gesù (Gv 18,3). Con la sua scelta Giuda non ha tradito solo Gesù, ma anche se stesso, ed esce definitivamente di scena dal vangelo (Mc 14,43).

L’unico evangelista che parla del pentimento di Giuda, è Matteo (Mt 27,3). Il discepolo traditore aveva venduto Gesù per denaro (“Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?”, Mt 26,14), ma non si gode le trenta monete d’argento che ha ricevuto. Giuda, “preso dal rimorso” (Mt 27,3), si rende conto del crimine commesso, riconosce il peccato e il tradimento di un innocente e, vedendo che Gesù è stato condannato a morte, restituisce il compenso del tradimento ai sommi sacerdoti. Il denaro, strumento di morte, ritorna da dove proviene. Per denaro Giuda ha tradito il suo maestro, con il denaro i sommi sacerdoti hanno tradito il loro Signore. Ma, anziché andare da Gesù e ottenere così il perdono per il suo tradimento, Giuda è andato dai sommi sacerdoti, i mandanti del delitto, e da essi può venire solo morte. Ai capi religiosi non interessano  i suoi rimorsi, hanno ottenuto quel che da sempre volevano: mantenere il potere che il Figlio dell’uomo stava per scalzare. Eliminando Gesù i sommi sacerdoti rimangono proprietari indiscussi del popolo (“Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità”, Mt 21,38). Giuda getta le monete verso il santuario, là da dove provengono, e va ad impiccarsi. Il traditore si è condannato da solo. La Legge prescriveva che, in caso di falsa testimonianza, l’accusato doveva essere rimesso in libertà e l’accusatore messo a morte (“Farete a lui quello che egli aveva pensato di fare al suo fratello”, Dt 19,19).  Giuda fa la stessa fine di Achitofel, unico suicida impiccato nella Bibbia (2 Sam 17, 1-23). Costui, consigliere fidato del re David, l’aveva poi tradito passando dalla parte del figlio Assalonne, che voleva occupare il posto del padre. E il denaro di Giuda, frutto di morte, viene destinato dai sommi sacerdoti per un luogo di morte: un cimitero (Mt 27,8). Il denaro impuro serve per comprare il luogo della massima impurità.

Un’altra versione, molto differente, della fine del traditore, si trova negli Atti. In questo libro, Giuda non si pente e non restituisce il compenso del tradimento del suo maestro ma, al contrario, si compra un campo, dove poi muore facendo la morte per squarciamento, quella che era riservata ai traditori (“comprò un campo con il prezzo del suo delitto e poi, precipitando, si squarciò e si sparsero tutte le sue viscere”, At 1,18). La verità che Matteo e Luca, pur con differenti narrazioni, intendono trasmettere è che Giuda, all’invito di Gesù di farsi povero per entrare nel regno (Mt 5,3; Lc 6,20), ha preferito il denaro, farsi servo di mamona, la divinità che distrugge quelli che gli rendono culto, e che “ha il potere di far perire nella Geènna l’anima e il corpo” (Mt 10,28). Gesù aveva avvertito che chi vive solo per se stesso, non vive, è già perduto (Mt 16,25). Per questo, annunciando il tradimento di Giuda, Gesù lo aveva pianto, come si fa per un morto: “Ahi a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!” (Mt 26,24). L’uomo, che sarebbe stato meglio “se non fosse mai nato” (Mt 26,24), ha fallito il progetto della sua esistenza ed è come se non fosse mai esistito. La sua vita è stata un passaggio effimero nel quale ha fatto di tutto per distruggere se stesso. Ha venduto una vita per godersi la sua, ma non ha goduto i proventi del tradimento.

L’AUTORE – Alberto Maggi (nella foto grande di Basso Cannarsa, ndr), frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.

Biblista e assiduo collaboratore de ilLibraio.it, è una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (MC), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Con Garzanti ha pubblicato Chi non muore si rivede, Nostra signora degli ereticiL’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi Due in condotta. Il suo nuovo libro è La verità ci rende liberi (Garzanti, in uscita a settembre), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari.

Fotografia header: Alberto Maggi - foto di Basso Cannarsa

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