"Il nostro meglio", toccante graphic novel d’esordio della fumettista di origine vietnamita Thi Bui, mette in scena la storia personale dell’autrice e scava nel dolore della sua famiglia, immigrata negli Usa negli anni ’70. Parlando della sua opera, acclamata dalla critica (e selezionata anche da Bill Gates tra i migliori libri del 2017), l’autrice spiega a ilLibraio.it: "Ho messo la mia storia in un libro perché è uno spazio intimo e sicuro per condividerla con il lettore, che spero la utilizzi per immaginare esperienze diverse dalla propria, ma che potrebbero accadergli molto vicino"

Il nostro meglio (Mondadori Oscar Ink, tradotto da Veronica Raimo), toccante graphic novel d’esordio della fumettista di origine vietnamita Thi Bui, mette in scena la storia personale dell’autrice e scava nel dolore della sua famiglia, immigrata negli Usa negli anni ’70. Parlando della sua opera, acclamata dalla critica (e selezionata anche da Bill Gates tra i migliori libri del 2017), l’autrice spiega: “Ho messo la mia storia in un libro perché è uno spazio intimo e sicuro per condividerla con il lettore, che spero la utilizzi per immaginare esperienze diverse dalla propria, ma che potrebbero accadergli molto vicino”.

il nostro meglio thi bui mondadori copertina

Il nostro meglio si apre con la scena di un travaglio e l’immagine di un ventre gravido sul lettino dell’ospedale dal punto di vista della partoriente. Il lettore è posto proprio lì, ad assistere a quel momento decisivo, e apprende da subito che il graphic novel che sta leggendo narra l’esperienza personale, vera, di chi la racconta.

“Diventare madre è stato un passo importante per imparare l’empatia dai miei genitori”, spiega l’autrice a ilLibraio.it. “Una volta fatto quel salto, sono riuscita a fare domande migliori come intervistatrice e capire chi fossero i miei genitori prima di diventarlo a loro volta”.

Thi Bui, prima di realizzare questo libro, non aveva mai fatto fumetti, né tantomeno aveva scritto o pubblicato: è un’insegnante di arte e diritto, e da qualche anno lavora in un liceo per immigrati a Oakland, in California. Lo rende noto lei stessa nella prefazione, in cui racconta la genesi di questo libro in un ulteriore slancio di onestà. Il primo “seme” è stato un libro artigianale fatto di fotografie, disegni e parole, nato dall’esigenza impellente di raccontare la storia della propria famiglia, fuggita dal Vietnam dopo la caduta di Saigon.

Una storia di migrazione e diaspora politica, un trauma familiare che riecheggia nelle cronache di questi tempi di crisi. “Quando parliamo di rifugiati e immigrati, soprattutto oggi, la vera barriera non sono i confini ma l’empatia. Se il discorso politico diventa divisivo è solo perché disumanizza le persone. Più riusciamo a sviluppare l’abilità di immedesimarci e di entrare nell’esperienza altrui, meglio riusciamo a capire la visione d’insieme. E imparare a fare le domande giuste è stato l’atto che ha determinato l’inizio di questo libro”, rivela Bui.

La maternità è il tema-cardine di Il nostro meglio, che connette una generazione all’altra e traccia questo legame tra la famiglia/comunità e il concetto di migrazione: “Sono cresciuta con le storie dei miei genitori e appartengo alla generazione 1.5 di immigrati, per così dire, perciò non avevo una totale comprensione del paese da cui provengo, come le circostanze che hanno spinto i miei a lasciarsi tutto alle spalle e provare a costruire una nuova vita in un paese nuovo”. Bui usa questo libro per prendere coscienza del passaggio dall’essere solamente una figlia alla responsabilità di essere madre. “Finché non sono diventata genitore io stessa e ho fatto un passo dall’altra parte, ho realizzato quanto la decisione di andarsene sia arbitraria: è una questione di sopravvivenza. Avere figli ed emigrare sono concetti piuttosto simili, nel senso che stravolgono la tua vita“.

Il genere del memoir a fumetti è stato esplorato da molte autrici e non di rado si è intrecciato alla politica: l’esempio più noto è quello di Marjane Satrapi con Persepolis, ma soprattutto Fatherland di Nina Bunjevac (Rizzoli Lizard, 2016). Con questo libro in particolare si possono riscontare delle similitudini molto forti: in entrambi le due autrici raccontano la propria esperienza di emigrate negli Stati Uniti con le relative famiglie (dalla Jugoslavia per Bunjevac). Ed entrambi riflettono sull’identità, risalendo a ritroso la propria storia, scandagliando le figure dei genitori e delle loro vite passate, tracciando una connessione tra famiglia e l’atto della migrazione. Bui è consapevole dell’implacabile influenza della politica nel determinare la vita di chi migra: “La diaspora dettata da ragioni politiche non è un atto volontario. È curioso che i rifugiati siano visti come spaventosi, solo perché sono tanti, anche se in realtà sono tra gli individui più inermi nel mondo. È facile approfittarsi di loro, abbandonarli, possono perdere la loro vita molto facilmente in certe circostanze. Migrare, in certe situazioni, è un istinto umano. Tutti lo farebbero se fossero in quelle condizioni”.

L’autrice ha una visione molto precisa dei tempi che stiamo attraversando ed è consapevole di avere una responsabilità anche verso il tema che racconta e verso chi sta vivendo sulla propria pelle le migrazioni oggi: “Viviamo un periodo che fa paura perché abbiamo tanti sconvolgimenti e non penso che diminuirà. Anzi le crisi dei rifugiati sono destinate ad aumentare. Ciò fa paura perché ci sono molti cambiamenti in atto e le persone non sanno come comportarsi con questi elementi chiamati confini e ciò aumenta la loro ansia”.

In un graphic essay pubblicato su LitHub uscito all’indomani delle elezioni americane, “Nationalism is a strange and unnatural thing”, Thi Bui contrappone l’immagine del corpo del piccolo Aydan a quella di Trump: dallo spazio le nostre vicende sembreranno insignificanti, ma qui sulla terra la nostra decisione conta. “L’immagine di quel bambino mi ricorda quanto sia preziosa la vita umana e ricorda a tutti di rimanere a contatto con la propria umanità, quando prendiamo decisioni che influenzano le vite degli altri”, aggiunge.

Nel romanzo, l’autrice non prende posizione nel definire se stessa come americana o vietnamita. L’identità nazionale è un punto spesso sollevato dai racconti che riguardano la migrazione, lo stesso che si fa in Italia in merito alle seconde generazioni. È una questione che Bui risolve così: “Quando ero giovane lottavo con la questione della mia identità nazionale, ma ora la vedo in modo pratico: qui voto, pago le tasse, do il mio contributo al Paese, prendo posizione per i miei diritti per esercitarli come una cittadina americana. Ma al tempo stesso, la prospettiva di essere arrivata da un altro luogo, mi dà un senso più ampio di chi sono io e chi sono gli altri, specialmente perché lavoro con tanti immigrati. L’identità è un concetto molto più fluido e complicato quando vieni da più paesi diversi. Forse un’identità complessa è quello che serve alle persone per contrastare i problemi del mondo del prossimo secolo: il cambiamento climatico non ha confini, tanto per dirne una.” Al contrario dell’Italia, gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di immigrazione, ma a oggi prevalgono chiusura e razzismo. “A chiunque si prenda il tempo di leggere il mio libro, lo offro come una finestra in un’esperienza che può essere diversa dalla propria. Quando la vita diventa stressante, la letteratura fornisce un angolo tranquillo per la riflessione, la crescita e possibilmente anche l’azione, in un modo che la vita vera non ti permette di avere”. Forte della sua esperienza con altri giovani immigrati, sente molto l’esigenza di sottolineare il valore sociale del suo libro: “È difficile parlare con persone che affrontano dei problemi perché gestiscono un forte stress. Non vado spesso a raccontare queste storie nella vita reale perché non è molto cool socialmente, no? Sono storie molto pesanti. Io le ho messe in un libro perché è uno spazio intimo per condividerle e spero che i lettori le utilizzino per pensare esperienze diverse dalla propria, che però potrebbero accadergli molto vicino.” E aggiunge: “So che in Italia avete un grande afflusso di migranti e gli altri paesi dell’Unione Europea non hanno mantenuto la promessa di sostenervi e quindi capisco davvero la pressione”.

Il nostro meglio, partendo dalla singola storia di una famiglia, la eleva e mostra il dramma delle migrazioni, che si ripete uguale nel tempo, facendo emergere il tratto universale di questo fenomeno. Che riguardi il Vietnam degli anni ’70 o la Siria del 2018, le storie dei migranti ci raccontano di radici che trascendono i confini nazionali, ma soprattutto l’anelito a un futuro migliore per chi verrà dopo. “Mi sono sempre sentita a metà tra due generazioni e ho voluto essere un filtro del bene e del male, tramandare qualcosa di pulito riguardo il trauma che ho ereditato per affrontarlo e risolverlo, così che non lo dovesse fare mio figlio”.

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