Lo scrittore romano Giorgio Ghiotti torna in libreria con “Gli occhi vuoti dei santi”, una raccolta di dodici racconti potenti e corrosivi, che narrano vite colpite, deluse, innamorate, perdonate... - Su ilLibraio.it il racconto "Erbacce"

Dopo aver esordito con l’antologia di racconti Dio giocava a pallone (nottetempo) e con la silloge di poesie Estinzione dell’uomo bambino (Perrone), Giorgio Ghiotti (nella foto di Dino Ignanindr), romano classe ’94, torna in libreria con una nuova raccolta di testi brevi, Gli occhi vuoti dei santi (Hacca).

Dodici racconti che narrano vite colpite, deluse, innamorate, perdonate. Sembra di guardare il palcoscenico di un teatro: a volte è una stanza lasciata vuota, un’altra un palazzo troppo alto, o solamente una sedia, a fare da sfondo; ma poi la scrittura ci accompagna dentro, tra i corpi, le colpe, le nostalgie, i rimpianti e i sogni.

“Sappiamo diventare famiglia sempre troppo tardi e solo prima del crollo”.

Giorgio ghiotti gli occhi vuoti dei santi

Dodici storie nelle quali l’immaginazione brucia l’esperienza: un vecchio vedovo che, come un alchimista, tenta di riportare in vita la moglie umanizzandone gli abiti per vestire l’assenza. Un ragazzino crede di essere il prescelto da Dio e fa di tutto per redimere i peccati della sua famiglia. Un viaggio in macchina dal lago di Garda verso il sud Italia e un bambino che osserva la gamba assediata della madre domandandosi quale sia la forma del male, capendo anni dopo che l’amore è un incantesimo più risalente della morte. Due donne scoprono d’avere una spia in casa, una testina di terracotta capace di ricatti, malefatte e nevrosi; marito e moglie esorcizzano la vecchiaia aprendo la coppia al giovanissimo Freddy in un itinerario amoroso tra Roma, Berlino e il Messico. Cinque adolescenti, tra iniziazioni sessuali e serate nel bar di quartiere, sognano un futuro all’altezza dei loro desideri lontano dai casermoni di cemento dove sono nati. E poi ci sono i padri, “scarti superstiti dal mare, belli e perturbanti come le cose che non ci si aspetta”.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo il racconto Erbacce:

Secondo loro questa è la periferia, la periferia di tutto: della città, della civiltà e dell’uomo. Anche noi siamo creature periferiche. A me piace molto qui, anche se certe mattine il grigio delle case si mischia con il cielo e sembra un unico immenso scarabocchio di matita. Non è vero che qui c’è solo il grigio: c’è la piazzetta e lì il colore è il verde, il verde delle erbacce che i giardinieri sradicano ogni mese ma tanto ricrescono sempre, sono testarde e cercano il cielo. 

Anche Milena cercava il cielo, e la settimana scorsa ha bloccato l’ascensore senza suonare l’allarme, ha respirato tutto l’ossigeno rimasto, dopo l’ossigeno è finito, prima è svenuta poi ha trovato il cielo che andava tanto cercando. 

Quest’anno Natale ha abbracciato meno persone e non Milena di certo. Da noi i colori sono tutto, sono una famiglia cromatica che ti accoglie nelle sue braccia un po’ ruvide. A volte si distrae stringe troppo e a qualcuno manca l’aria, allora scappa come può. Per esempio, dopo Milena, se n’è andato anche Nicola. Nicola però se n’è andato con un tradimento, perché ora vive nel cuore della città e non ci passa a trovare mai, solo ogni tanto telefona a Lorenzo e dice di quanto gli manchiamo. Allora Lorenzo gli fa: «E torna Nico’ che manchi pure tu», lui risponde sempre: «Ma che sei matto?» e quando attacca, Lorenzo ci riferisce la telefonata e gli viene da piangere perché con Nicola erano migliori amici, poi si gira una canna e non ci pensa più. 

Al bar di Filippo c’è Massi, sta mirando la vena, ha i capelli la fronte sudata. «Va’ in bagno», lo ammonisce Filippo dietro al bancone, e dietro a Filippo ci sono poster di città meravigliose, New York San Francisco Los Angeles Philadelphia, che ti alzeresti e butteresti all’aria il laccio la siringa di Massi i bicchieri con la Coca-Cola perché solo Lorenzo beve la birra. L’odore di birra sulle labbra di Lorenzo è un odore ancora più buono. Massi non ci vede dalla rabbia perché Filippo lo fa alzare gli indica la porta del bagno e gli dice «Ti stai bruciando il futuro coglione». Lo andiamo a recuperare sulla tazza del cesso dopo mezz’ora, ha la camicia aperta e un’espressione serena, sembra felice anche se non capisce più niente. Usciamo dal bar di Filippo, i motorini sfrecciano veloci, gareggiano. Fanno un rumore che sembra ci siano i diavoli nelle marmitte. Sono Ale, Fra, Ludo e Trottola. Ci chiedono che ha Massi, «Il solito» rispondiamo, poi saliamo dietro e c’è l’accelerata, Massi si regge per non cadere, viaaa. Cantiamo una canzone in inglese inventando le parole, abbiamo fiamme tra i capelli. Arriviamo fino al gazometro, iniziamo a girargli intorno, cinque, sei sette giri, chi vomita perde. Noi siamo gruppo così, ci facciamo compagnia in solitario. 

Il terzo colore qui da noi è il nero della notte. Io adoro la notte, perché si possono fare un milione di cose senza essere visti. Io di notte spio Lorenzo nella sua camera, ma questo non lo sa nessuno. Lorenzo ha diciotto anni. Lo osservo dal mio bagno perché lui abita nel quadrato di cemento dirimpetto e una linea invisibile collega il mio water con il suo letto attaccato alla parete. Lo vedo togliersi la maglietta, le scarpe, i pantaloni. Lui crede che qui non ci sia posto per i desideri, quindi perché dovrebbe esserci per gli occhi che sono due piccole braccia meccaniche pronte a rubare. Io non la penso così, e su quello schermo di cemento mi gusto il mio film preferito che è Lorenzo mentre gira per la stanza in mutande, si siede, si rialza e in pochi secondi rimane nudo, illuminato dalla luna quando è piena e schiarisce la piazzetta e le erbacce che ricrescono e sono una promessa una certezza una disgrazia. Anche la luna è grigia, e il grigio non è un colore. Cromaticamente parlando, noi non esistiamo. 

D’inverno il giorno muore presto, senza tramonto. Qui prima c’è il giorno e poi è già subito notte. Un giorno ch’è già notte Lorenzo mi dice che sono grande abbastanza, che a sedici anni è giunto il momento. Io so cosa sta per accadere, così lo seguo come mia nonna ha seguito nostro Signore quando se l’è portata via tre anni fa. 

Lorenzo cammina con le mani in tasca, non mi parla però mi tiene d’occhio per proteggermi, perché l’iniziazione è compito suo. Davanti a noi si apre immensa la campagna sterminata, in mezzo c’è la zona sterrata con il gazometro altissimo. Il gazometro è il dio che veglia sulla periferia. So che adesso dovrò salire fino in cima, restarci un quarto d’ora e ridiscendere. Qui si usa così. Mi giro verso Lorenzo, il suo corpo che per me non ha più segreti. Salire sul gigante di ferro è un’emozione indescrivibile, da piccolo mi arrampicavo sui tetti degli autobus che qui terminano la corsa per guardare il mondo dall’alto. Ora però il mondo sembra infinito davvero; mi tengo in equilibrio con i piedi stretti al ferro, mi siedo sulla cima e faccio ciao con la mano a Lorenzo, poi alzo gli occhi. Da quassù la città si vede tutta. Ci sono i locali del centro, pub e ristoranti aperti anche tutta la notte, ed è un continuo sfavillio di luci, impossibile distinguere. Qua e là macchie scure nell’illuminazione urbana come tumori. Roma sembra un enorme, informe corpo in movimento. Come per il giorno e la notte, anche Roma prima è città e subito dopo non lo è più, subito dopo è un motorino abbandonato al margine della carreggiata privato della sella, del parabrezza, di una ruota. Il vento è forte ma io mi tengo stretto, ridiscendo piano con le luci ancora fisse nell’iride. 

Lorenzo mi stringe le spalle, è fiero di me, dice «Cosa hai visto?» Io non lo so cosa ho visto, perché troppa bellezza spaventa e allora non chiedetemi come: «Ho visto Nicola», rispondo. Gli occhi di Lorenzo diventano piccoli e lucidi e le narici si allargano, serra i denti e la mascella diventa dura e non resisto perché sono tre anni che studio la sua carne dal cesso di casa mia, ogni notte in linea retta fino al suo letto, una linea rossa che ci lega, una linea che è il laser nel mirino del soldato. Lo abbraccio stretto, profuma di spinello e miele. Ognuno ha il suo segreto infrangibile. 

Corre l’auto nella notte, corre sotto il diluvio portando un colore nuovo. Il colore è il blu della luce lampeggiante. L’auto si ferma davanti al bar di Filippo, entrano due vestiti da carabinieri. Noi non ci lasciamo impressionare dalle divise, forse carabinieri lo sono davvero forse no. Si rivolgono a Filippo: «Dov’è il ragazzino mezzo morto?» Filippo li osserva da dietro il bancone mentre asciuga i bicchieri appena lavati. Ci lancia un’occhiata, io e Lorenzo portiamo Massi in bagno cercando di non fare rumore, è strafatto come una pera. «Dov’è il ragazzino morto?», ripetono, la voce stanca di chi non doveva essere qui a quest’ora, ma adesso eccoci qua e non farci perdere tempo. Filippo capisce di che stanno parlando, perché Filippo, gli raccontiamo tutto noi. Stanotte era giorno d’iniziazione per Trottola, Lorenzo lo ha accompagnato al gazometro, noi li abbiamo seguiti da lontano, Trottola ha iniziato ad arrampicarsi, sempre più in alto, ma il diluvio è scoppiato tutto insieme con tuoni da rompere il cielo. Ha cominciato subito la ridiscesa, stava quasi per farcela, poi è esploso un tuono ancora più forte che sembrava provenire dal centro della terra e Trottola ha perso l’equilibrio, è caduto, si è rotto la gamba, si è rotto tutte e due le gambe. «Dov’è il ragazzino mezzo morto?» Noi abbiamo corso in motorino fino a qui con i vestiti gonfi d’acqua e di piscio, avevamo paura a lasciarlo lì solo, Trottola. Filippo ha chiamato l’ambulanza, «L’ambulanza non c’è» gli hanno detto, hanno mandato questi due in divisa. «Seguitemi», fa loro. Lorenzo tiene premuta la mano sulla bocca di Massi, perché se si accorgono di lui lo portano via. Invece portano via Trottola, chiedono dove sono i genitori, Filippo non risponde ed entra in macchina, lo accompagna lui all’ospedale. La luce blu lampeggiante scompare lontana. 

«tra un mese transennano il gazometro!» grida Lorenzo correndo allucinato verso di noi. Dicono ch’è pericoloso da quando è successo quello ch’è successo. Non ci saranno più iniziazioni e corse con i motorini che chi vomita perde, né vedette dall’alto come pirati in cima all’albero maestro. Noi siamo pirati di una ciurma scomparsa, di una nave fantasma. Mastichiamo bastoncini di liquirizia amara, un sapore che mette inquietudine e ci fa vedere già grandi, e crescere fa paura se cresceremo lontani in sterminate metropoli, in camere d’albergo, nessun bar dove sentirci invincibili nessun corpo da spiare sotto la luna, il corpo di Lorenzo che è un corpo di capitano e strappa bestemmie e preghiere. 

Un giorno è ancora giorno e Massi dice: «Vado via», che non torna più, che deve smettere di cercare le vene – non le sue, almeno. Noi siamo allegri perché Massi si capisce che è una brava persona, che è ancora giovane e una strada la troverà sicuro. Così decidiamo che, prima delle transenne e della fine delle nostre imprese eroiche, si organizza la gara finale, una gara per ossi duri per fegati forti. Gas ai motori, Ale inizia a girare, lo segue Fra poi Ludo, ci immettiamo anche io Lorenzo e Massi. Venti trenta quaranta giri. La polvere raggiunge altissima il cielo come Milena il giorno che s’è chiusa nell’ascensore, ora è una colonna marrone, è una O perfettamente tonda, noi la percorriamo lungo tutta la circonferenza. Al centro sta lui, il gigante di ferro; da lontano, avvolto com’è nella nuvola di terra, sembra un rudere appena demolito. 

Presto o tardi se ne vanno tutti, questo l’ho imparato, non ci si può far niente. Funziona come con le madri, c’è l’amore viscerale e poi la ribellione e la fuga, è il taglio di un cordone ombelicale che prima nutre e poi non nutre già più, inietta veleno. La periferia è una madre che partorisce e consegna alla vita, eppure la vita vera è là fuori, qui arriva solo la vita riflessa, una promessa che all’ombra del gazometro non viene mai mantenuta. Il gazometro è un dio d’età ellenistica, non cura davvero nessun male, ce lo siamo creati per la paura che il grigio possa inghiottirci per sempre. 

*

Nelle notti in cui niente va bene corro a perdifiato fino al gazometro. Scavalco le transenne, mi arrampico veloce sul gigante di ferro e sento i muscoli che bruciano perché non sono più allenati come un tempo, arrivo fin dove riesco, mi tolgo la sciarpa anche se è inverno e respiro profondamente l’aria scurissima. Penso a dov’è Lorenzo, me lo immagino col suo bel cappotto perso tra la molta gente di una grande città dall’altra parte dell’oceano, New York o San Francisco o Philadelphia o magari un’isola, e penso che davvero l’isola è una lontananza fatta di chilometri, mentre le città sono lontananze ideali e il futuro si vede solo da quassù. 

Commenti