Essere o non essere Andre Agassi, questo, teatralmente ed esistenzialmente, è un problema - La recensione del nuovo spettacolo del Kollettivo Invisible, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano

Essere o non essere Andre Agassi, questo, teatralmente ed esistenzialmente, è un problema. Vivere o morire a Las Vegas, oppure giocare. Recitare. Una questione d’identità e un gioco d’azzardo. Chi sono e qual è davvero il mio sport? O meglio: quale la mia sporta, il fardello che sopporto? Perché non so smettere?

Open è il campo interrogativo di questo gioco al massacro, sospeso fra regole e invenzione. Open è l’aperta confessione di un uomo, fra totale svelamento e pura esibizione. Open è l’interpretazione in divenire di un classico contemporaneo, fedele e libera insieme, sulle tavole di un palcoscenico.

La nuova sfida del Kollettivo Invisible è dare corpo e drammaturgia a un testo letterario vasto (e letto da tantissimi), e a una testa impenetrabile (che pure èsotto gli occhi di tutti). Affrontare l’autobiografia del grande tennista (pubblicata in Italia da Einaudi Stile Libero, tradotta da Giuliana Lupi), dopo la lettura scenica aumentata e indiziaria di L’avversario Emmanuel Carrère, costituisce dunque un nuovo capitolo della ricerca scenica di un’identità abissale, fatta da una superficie (di storie, di resoconti, di aspettative) e di un nucleo misterioso (sfuggente e inattingibile). Quasi si trattasse di rivelare quello che, da noi chiamato con maschera teatrale “segreto di Pulcinella”, l’inglese suggerisce essere un “open secret”.

O(h) pen(a): essere/fare tutto quello che odi! Paradosso che illumina una vita, nell’intuizione di J.R. Moehringer, premio Pulitzer scelto dal tennista per distillare in parole e dipanare in narrazione l’epica ribaltata del tennista star suo malgrado, la sua lotta fra intenzione di fuga e memoria muscolare che lo imprigiona, vocazione inculcata e provocazione debordante, zazzera posticcia e nuda pelata.

Torturato e tentato allo stesso tempo dall’ombra fantasmatica paterna (come Amleto, in fondo), Agassi affronta in primis questo spettro, multiforme, oracolare, mefistofelico, grillo parlante (con accento iraniano) che prende vita, e commedia, in scena, dietro la cortina, tenda, velo del successo d’immagine (evocata da una selezione sapiente di video su fondo bianco): ora drago sparapalle, ora talent accademia di deformazione, ora guru dell’allenamento perfetto, ora marypoppinsiana anima in borsone per racchette. L’avversario cangiante, cantante, caricaturale e grottesco che si agita sullo sfondo, all’occorrenza identificato, ma quasi per caso, con lo sfidante tennistico. L’avversario abita però e soprattutto il palcoscenico interiore dello sportivo, uno nessuno e centomila, alla ricerca ossessiva di se stesso (fra ombre, riproduzioni, copertine e pappagalli), alle prese con le immagini, le aspettative, le proiezioni di sé del mondo intero, che lo ricopre, lo inscatola, lo scompone in frammenti di un discorso odio-amoroso: veri e propri cartoni animati mascherano, compongono, imprigionano e deflagrano il puzzle Agassi, impersonato con ironia e inventiva dai corpi vestiti di nero di cinque attori versatili e complici (Nicola Bortolotti, Lorenzo Fontana, Alessandro Mor, Debora Zuin, Elena Russo Arman) in cerca di un personaggio, chiamati rileggere i passi significativi dell’eroe (e del libro), mettendo in discussione la dimensione epica della narrazione, utilizzando anche il registro comico per illuminare una storia dai contorni tragici, mettendo in gioco, a turno o in canone, il loro corpo attoriale con ironia per raccontare sfide, ascese e precipizi di un’esistenza unica e altalenante: dalle cadute in campo a quelle dei capelli, dai trionfi ai cedimenti del fisico.

Ecco che la performance non è mai puramente mimetica dall’oggetto (sia questo il libro o il giocatore) ma produce sempre uno scarto, una lettura che è soggettiva e, in sintonia con la didascalia scelta per congedo, non vuole smettere di giocare. Vuole recitare ancora un po’. Dunque è capace di mostrare sul palco un ritratto inedito e rivelatore, con uno sguardo felicemente aperto, mai solamente replicante.

In scena alla Sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini fino al 17 novembre.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

nota: la foto è di Salvatore Pastore

 

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